Recensione: Wall of Sound

inserito da

A tre anni di distanza dall’interessantissimo “Inferno”, disco che per Marty Friedman ha rappresentato una sorta di ritorno a casa dopo le divagazioni J-pop e J-rock, il virtuoso chitarrista ex Cacophony ed ex Megadeth (fa sempre impressione e soggezione citare la carriera di Friedman n.d.r.) irrompe nuovamente sulle scene con il tredicesimo solo album in carriera, intitolato “Wall of Sound”. Un lavoro che ha attirato immediatamente le attenzioni di critica e fan non appena sono state fatte circolare le prime voci riguardanti la sua pubblicazione. Non poteva essere altrimenti: Friedman è uno dei nomi più amati e rispettati della scena metal mondiale e, dopo quanto proposto con “Inferno”, la voglia di scoprire in quale direzione abbia deciso di proseguire, sviluppando e, magari, spingendosi oltre a quanto espresso nel precedente disco, ha trasformato “Wall of Sound” in uno dei platter più attesi di questo 2017.

 

Dopo una breve introduzione, arriva il momento di addentrarci nella nuova fatica griffata Marty Friedman. “Wall of Sound” sembra contenere tutte le anime artistiche espresse dal virtuoso chitarrista americano durante la sua carriera, combinando il passato più recente, leggasi “Inferno”, con quello più remoto della propria discografia solista. Incontriamo, quindi, melodia e aggressività, elementi thrashy, prog e parti extreme metal, componenti modern metal e altre più legate alla musica classica, senza dimenticare quelle atmosfere orientaleggianti che hanno rappresentato un qualcosa di importante nel percorso evolutivo di un artista vero, come l’ex Megadeth ha saputo dimostrarsi. Un lavoro sublime e carico di emozioni, frutto di un Marty Friedman ispirato come non mai. Un disco nato da un anno di lavori intensi, in cui Friedman ha praticamente vissuto con la propria musica, registrando demo dopo demo, tagliando e riscrivendo parti, imprimendo in “Wall of Sound” tutto il proprio estro, la propria passione per la musica, rendendolo “vivo” e in grado di “dialogare” con l’ascoltatore. Difficile citare una canzone rispetto a un’altra, il livello è elevatissimo in tutta la durata del full length, senza cali di tensione. Ci troviamo quindi a menzionare quelle tracce nate dalle collaborazioni che Friedman è sovente portare nei propri lavori, composizioni che rappresentano l’anima più “sperimentale” di “Wall of Sound”. Dopo la splendida ‘Self Pollution’ posta in apertura d’album, canzone che abbiamo imparato a conoscere in quanto uno dei singoli apripista del disco, incontriamo ‘Sorrow and Madness’. In questa track Friedman collabora con Jinxx dei Black Veil Bride e, come riportato dal riccioluto chitarrista, l’intento di entrambi era quello di creare un qualcosa che scioccasse i rispettivi fan. La canzone nasce da una melodia scritta da Jinxx al violino, su cui Friedman ha arrangiato e creato un qualcosa di estremamente emozionale, in cui incontriamo tutte le peculiarità tecniche del chitarrista. Un titolo che rappresenta alla perfezione l’animo della canzone, intriso di dolore, espresso in tutte le sue forme, compresa la rabbia, e di follia. Quella follia genuina che incontriamo nel Friedman più ispirato. Uno degli assoluti apici del disco. Continuando l’ascolto ci imbattiamo in ‘Pussy Ghost’, canzone composta a quattro mani con Shiv Mehra dei Deafheaven. Partendo da un approccio più modernista, l’ex Megadeth ha saputo arrangiare la traccia in maniera magistrale, inserendo parti in blast beat, alternandole a frangenti di chiara melodia made in Friedman, fino a delle aperture solistiche fortemente debitrici alla musica classica. Chiudiamo il trittico delle collaborazioni presenti in “Wall of Sound” con ‘Something to Fight’, unica canzone non strumentale del lotto. Come già successo su “Inferno”, Jorgen Munkeby degli Shining torna ospite in un lavoro di Friedman. Tra i due è nata una forte complicità musicale e quando due menti fuori dagli schemi si incontrano, il risultato non può che essere vincente. Una canzone che unisce elementi hard rock, prog, industrial ed extreme metal, inserendo nella parte solistica un vero e proprio duello tra chitarra e un sax “malato”, ben suonato da Munkeby.

 

Come dicevamo, “Wall of Sound” si rivela un disco di qualità elevatissima, sia dal punto di vista concettuale-compositivo, che da quello emozionale. Un lavoro articolato ma che risulta estremamente caldo. Molto del merito va dato alla “solita” prestazione perfetta di Marty Friedman, tecnicamente ineccepibile, dotato di un tocco pulito e carico di emotività. I suoi compagni di avventura non sono da meno, però. Va sicuramente citata la grande performance del giovane Anup Sastry alla batteria e della bassista giapponese Kiyoshi, questi i due musicisti che hanno accompagnato Friedman in studio.

 

Come ampiamente approfondito in sede di analisi, “Wall of Sound” si rivela un disco riuscito in ogni suo dettaglio e ci riconsegna un Marty Friedman ispiratissimo, nuovamente a suo agio in una dimensione a noi più familiare. Un lavoro che farà sicuramente le gioie dei fan del chitarrista americano e degli appassionati del filone guitar hero.Wall of Sound”, però, grazie alla sua marcata componente emozionale, saprà conquistare anche chi non è avvezzo ad album puramente strumentali. In poche parole, “Wall of Sound” è un disco da avere.

 

Marco Donè

 
80