Recensione: XIII

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Mestizia e innegabile voglia di metterci del proprio sono le immagini che ci corrono alla mente all’ascolto di XIII, secondo full-lenth in studio per gli Italiani Maerormid. Il loro sound è un Doom che si sposa ad un ispirato violino, con ambientazioni che ci riportano alla mente il black metal. Tra un brano e l’altro poi vi sono breve narrazioni che fanno da intro alle varie tracce, dividendo in capitoli l’album. 

Le atmosfere e le cadenze non si discostano molto dal gothic / doom più classico, quello per intenderci di Katatonia, Paradise Lost & Co., con l’ausilio del violino, strumento tra l’altro già introdotto nella scena in questi contesti dai My Dying Bride

Al di là di ciò, troviamo apprezzabile lo spirito del progetto e la capacità di innestare alcune ripartenze di chitarre che si fregiano di riff di stampo death. Il modo in cui le melodie vengono rese dal violino è originale, un pathos fatto di tensione interpretativa davvero stuzzicante.

 Alcuni fraseggi ci ricordano anche gli Opeth, un taglio vagamente progressivo che sfocia poi in un gorgo nera di fuliggine . Camminiamo in un luogo familiare, circondati dall’oscurità, ma per nulla angosciati, come se la natura avesse costruito sopra di noi un guscio di foglie e rami sotto i quali ci muoviamo. Coscienza ci urla addosso come se fosse qualcosa di separato dalla nostra anima, entità distinta da cui ascoltiamo le parole scevri da qualsivoglia senso di colpa. 

Il full-length si muove sempre in questi lidi, raggiungendo il suo apice interprativo con il brano ‘Sabbia nel vento’, i cui risvolti heavy indubbiamente colpiscono nel segno.

 “XIII” è tutto sommato un disco che ha degli accenni a voler andar oltre certi cliché, tristezza che evapora in serenità e che si traduce in alcune suite strumentali ed armonie più ariose. C’è ancora da lavorare per crescere ed incidere, ma i Maerormid hanno quel tocco che fa loro in parte alzar  la testa nel filone. Gli amanti dei gruppi sopra citati andranno sul sicuro, senza però poi chiedersi perché ascoltare i nostrani artisti piuttosto che gli originali, vista una discreta personalità nelle strutture e negli sviluppi nel full-length.  Il tempo ci dirà se abbiamo scommesso bene sui  musicisti. 

Stefano “Thiess” Santamaria

 

 
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