The Rocker: presentazione nuovo album – Alcatraz Milano, 27 febbraio 2010

Di Marcello Catozzi - 3 Marzo 2010 - 0:05
The Rocker: presentazione nuovo album – Alcatraz Milano, 27 febbraio 2010

Truemetal è stato invitato alla presentazione ufficiale dell’album “The Rocker”, frutto del (lungo) lavoro dell’omonimo combo milanese, forse più conosciuto sotto il monicker “Riff-Raff”, nella veste di AC-DC tribute band”. Le cronache rivelano che questo parto è risultato, in verità, alquanto “tribolato”, considerato il lasso di tempo trascorso dall’inizio delle prime registrazioni. Ma quel che è stato è stato e, tanto per non farci mancare una citazione illustre, “don’t look behind” (R.J.D.): “The Rocker” ora è finalmente pronto all’esordio e, secondo il modesto parere di chi scrive (che, all’epoca, aveva avuto modo di assistere ad alcune “recording session” presso lo studio di registrazione), sarà una partenza bruciante, come il cuore in fiamme che appare sulla copertina.
Le tracce del disco formeranno oggetto, comunque, di più approfondita trattazione in separata sede. Qui ci occuperemo, pertanto, solo dell’aspetto “battesimale” dell’album.
Dunque: la pista dell’Alcatraz di Milano a poco a poco si anima di rockettari e, all’inizio dello show, si presenta gremitissima. I fan, armati di fotocamera, sono in (scalpitante) attesa di dare il benvenuto alla band, che di recente si è distinta quale supporto agli Europe e l’estate scorsa ha aperto il Gods of Metal. La formazione è la seguente:

–    EDO ARLENGHI – Voice
–    WALTER CALIARO – Lead guitar
–    MAURO PALERMO –  Rhythm guitar
–    FORTUNATO SACCÀ – Bass
–    RAMON ROSSI – Drums

 


 

Alle 23.30 cala il buio sulla scenografia che sovrasta il palco (la stessa che compare sulla cover del disco): nella fumosa oscurità, interrotta solo da qualche flash, i primi riff cominciano a ruggire graffiando l’aria con prepotenza. Here we go! Il frontman tatuato, in canottiera nera e copricapo western, scandisce col pugno alzato il tempo del brano di apertura, assai ritmato e trascinante, che nel titolo enuncia il primo comandamento del popolo rockettaro: “Pure Rock and Roll never lies”, tanto per mettere in chiaro le cose. Fresca e vivace, riesce subito a coinvolgere il pubblico con il suo orecchiabile ritornello, che è anche un inno al puro e sano R’n’R. I suoni sono belli e puliti, e sottolineano la compattezza e l’intesa del gruppo. Si prosegue con “Little Angel”, più lenta e cadenzata, ma bella tosta e pesante, grazie al roccioso tiro impresso dal duo Saccà/Rossi, la cui base ritmica è garanzia di costante affidabilità. E poi, per la goduria degli inossidabili fedelissimi dei Maestri, ecco una pietra miliare come “It’s a long way to the top”, eseguita con la solita indiscutibile fedeltà che ha contribuito a far conoscere i Riff-Raff come straordinari cloni di Angus Young & Co. A seguire: la maliziosa “Comfortable Disease”, eseguita con vigore e precisione, al termine della quale i cinque riscuotono una meritatissima ovazione. Con “To a friend” si rallenta il ritmo e arriva il momento della ballad, di grande intensità emotiva, anche perché il pezzo è dedicato a un caro amico recentemente scomparso e assume, proprio per questo, un significato particolare, alzando notevolmente il livello della commozione. Show must go on, e si riparte con “Here for today”, che scuote gli animi e le orecchie grazie agli acuti lancinanti della chitarra di un Walter Caliaro finalmente libero di esprimersi al di fuori dai canoni (e dai costumi) “angusiani”. A questo punto viene offerto un graditissimo regalo a tutti i biker presenti, grazie all’esplosiva “Motorocker”, che ricorda i migliori Saxon ed evidenzia una scintillante prestazione di Ramon Rossi, fatta di rullate e di stacchi assai incisivi e potenti. Non c’è neanche il tempo di spellarsi le mani per i meritatissimi applausi, che irrompe un’altra iniezione di vitamina pura: l’energetica “Back in Black”, che vuol essere un’ulteriore pillola/integratore per non dimenticare le origini. I più scalmanati delle prime file si scatenano in un furioso pogo, che crea un po’ di scompiglio in mezzo alla platea. Dopo questa leccornia d’importazione si torna alla cucina di produzione casalinga, ruspante e genuina, con la grintosa “No rules”, nella quale Edo Arlenghi – cuore pulsante del progetto – ha modo di esprimere tutte le sue straordinarie potenzialità a livello vocale. Ora è la volta della massiccia “God’s not hate”, brano di grande spessore sia musicale sia di contenuti, in ragione delle tematiche trattate (religione, guerra, odio…). E finalmente giunge il momento tanto atteso della hit, ormai famosa: la simpaticissima e tamarrissima “Italian Bastards”, che trasuda spontaneità e spensierato divertimento. Il fattore sorpresa è costituito dall’apparizione in scena di Thema (al secolo: Emanuele Busnaghi, il biondone dei Gemelli Diversi), il quale mette a nudo, oltre ai tatuaggi, la sua (vera?) anima rockettara, contribuendo a modo suo alla resa finale della canzone, in un’originale quanto irriverente commistione fra Rap e Rock. Lo spettacolo si chiude con la pirotecnica e indimenticabile “Rocker”, sparata a velocità supersonica, ed è ancora tempo di pogo sfrenato. I chitarristi si scatenano in un succoso duetto d’improvvisazione che precede un finale rossiniano, suggellato dal salto atletico di Arlenghi in stile David Lee Roth (dei tempi che furono), all’unisono con il botto dello stacco conclusivo.

Siamo proprio arrivati alla conclusione dello show: il quintetto raccoglie con un inchino gli onori della platea ancora in preda a un sano entusiasmo che solo il Rock di qualità sa trasmettere.
La band ha colpito nel segno con una prestazione muscolare e di gran classe, presentando brani che arrivano dritti al cuore e si fanno apprezzare per spontaneità e immediatezza, regalando gioia e piacevoli sensazioni. Cosa si può pretendere di più? Il Rock & Roll è questo, nella sua versione nuda e cruda, e questi “Italian bastards” lo sanno fare decisamente alla grande!
Al di là della performance oggettiva (ineccepibile sotto il profilo tecnico, e ciò si può ben comprendere, considerato il curriculum vantato da ogni singolo componente), il gruppo stasera ha “spaccato” davvero, dimostrando di potersi affermare come una realtà di primaria importanza nel panorama Hard Rock italiano, in un’epoca forse non troppo felice per il nostro amato genere, considerati i tempi che corrono… Tuttavia questo retrogusto amarognolo svanisce subito, lasciando il posto al sapore più marcato e deciso, soprattutto “familiare”, del Rock autentico: vivendo l’atmosfera dell’Alcatraz, o degli altri contesti in cui la band propone il suo repertorio (si pensi alle occasioni citate in premessa: Gods of Metal, Europe, ecc.) si può percepire l’impatto dirompente e positivo che queste canzoni producono sul pubblico. Un dato è certo: da quanto abbiamo visto e sentito stasera, non potremo resistere alla tentazione di inserire al più presto il disco nel nostro lettore, e abbandonarci al sano piacere dell’ascolto.
We salute you, The Rocker!

Marcello Catozzi

Nota: si ringrazia Marco Bardella per il contributo fotografico