Recensione: Revelation in Purity

Di Daniele D'Adamo - 21 Novembre 2025 - 12:00
Revelation in Purity
78

Primo colpo di artiglieria pesante, per gli Imperishable, nati nel 2020 ma solo adesso arrivati a dare alle stampe “Revelation in Purity“.

Il che non significa necessariamente che essi siano degli sprovveduti alle prime armi anzi. Se si dà un’occhiata al pedigree di ogni singolo membro, emerge una realtà fatta di tanta esperienza nel campo del metal estremo e, specificamente, in act dalla qualità eccelsa, come si vedrà dopo. La tecnica nell’adoperare gli strumenti di lavoro è assestata pertanto su livelli di assoluta eccellenza, ponendo al di sotto del full-length uno zoccolo duro di irreprensibile professionalità.

Del resto non poteva essere altrimenti, giacché il death scatenato da Brian Kingsland (Enthean, Nile) e soci è devastante, violentissimo, annichilente, con una punta di technical che si può udire un po’ ovunque (“Exclusion Continuum“). Caratteristiche le quali, per essere appieno sviluppate, necessitano per forza di cose di un’adeguata perizia nell’abbracciare le armi da guerra.

Tuttavia non bisogna ridurre “Revelation in Purity” a un mero esercizio al simulatore di velocità. Tutt’altro. Questo perché non mancano innesti di melodia, ma anche rallentamenti dettati da mid-tempo al fulmicotone. Non di meno assoli di chitarra lindi e splendenti come lame dorate. Il che non fa altro che aumentare la varietà della proposta, seppure declinante verso lo sfascio assoluto.

Sì, perché la natura della band statunitense è votata al death metal più estremo possibile, alla maniera dei purtroppo dimenticati Myrkskog, scellerati distruttori di membrane timpaniche. Non solo, in certi istanti il mostruoso riffing si avvicina a quello insuperato di “Reign in Blood” degli Slayer (“Oath of Disgust“). Con che si può avere un’idea del lavoro super-efficace della sei corde, adoperata dal ridetto Kingsland quand’è assorbito dalla fase ritmica. Letteralmente da esplosione di un ordigno atomico il drumming del formidabile Derek Roddy (Doomsilla, Menace, Serpents Rise, ex-Hate Eternal, ex-Malevolent Creation), a suo agio a partire dagli slow-tempo sino a saettare blast-beats che conducono irrimediabilmente alla pazzia (“Exclusion Continuum“).

Il tono cupo, tetro, che avvolge in toto l’album (“Iniquity“), è l’ideale compagno della musica per la realizzazione di un tutt’uno predisposto per lanciarsi alla velocità della luce nel vuoto cosmico. Aggiungendo alla ricetta l’altrettanto efficace basso Alex Rush (Enthean, Olkoth), le cui linee s’intersecano con furia e precisione chirurgica a quelle degli altri protagonisti, si ottiene un sound come pochi, nella costellazione del death metal. Trovare la quadra per raggiungere livelli di pressione sonora indicibili mediante l’utilizzo di una compagine a tre elementi è dannatamente difficile, infatti. Il mastermind Kingsland si diletta anche con la voce, dando vita a una prestazione adeguata al genere insito così a fondo nel suo DNA. Niente di eccezionale ma l’ideale complemento finale a un suono che sfiora il limite della concezione umana per quanto concerne il metallo oltranzista.

Altrettanto meritevole di menzione l’impianto delle canzoni. Sono solo sette per una durata complessiva di poco più di mezz’ora. Ma, come insegna la Storia, in tale quantità di tempo si può infilare una quantità pressoché infinita di note. E che note! Dimostrazione ne è la dissoluzione delle molecole e degli atomi compiuta dalla spaventosa “The Enduring Light of Irreverence“. Totale massacro sonoro la cui riuscita è positiva al 100%, nel senso che anche vicino al massimo della follia scardinatrice, il combo di Greenville non perde per strada nemmeno uno spicciolo.

A volte, quando interpreti di formazioni rinomate si mettono assieme per dar vita a un nuovo progetto, ciò che ne esce è un flop per tanti motivi che non si elencano per brevità. In tal senso gli Imperishable sono al contrario degli anti-flop, per cui non si può che sperare nella pubblicazione di altri dischi al pari, se non di più, di “Revelation in Purity“.

Daniele “dani66” D’Adamo

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