Recensione: I Haggans Afton
Il progetto dei Bergsvriden nasce nel 2013 dall’idea di Anton “Trollmania” Tordås, con un intento piuttosto chiaro, ovvero quello di creare una proposta musicale che fosse un connubio tra la vecchia scuola black metal e le atmosfere più cupe e terrificanti del folklore scandinavo.
Due anni dopo la nascita del progetto, nel 2015, la band pubblica I Vitterhetens Becksvarta Gömmen, EP d’esordio, a cui sono seguiti tre album – Hellsemyr (2017), Skogens Trolska Fasa (2019) e Gastkramad (2022) – oltre ad un nuovo EP, Uråldrad (2023), mostrando una certa prolificità compositiva.
Oltre a Trollmania (chitarra, voce e batteria), la line up si completa con la partecipazione di Öltomten (basso e flauto) e Trollpung (voce). L’artwork di I Haggans Afton ripropone un’immagine forte, nella sua semplicità: una donna anziana e curva che ha un’aura soprannaturale e che incarna il classico cliché della strega, con mani e piedi che sembrano vere e proprie ramificazioni, quasi a sancire lo stretto legame tra la vecchia megera e la stregoneria.
Il disco si compone di 9 brani, per una durata complessiva di quasi 35 minuti. Nella proposta musicale dei Bergsvriden, c’è una forte base black metal vecchio stampo, che viene in un certo senso “scartavetrata” dalla tendenza, tipicamente svedese, di “addolcirlo”, cercando di combinare gli aspetti più aspri e dissonanti con azzeccatissime melodie, ed è proprio quello che accade in I Haggans Afton, attraverso la ricerca di un equilibrio tra oscura melodia e la struttura portante del disco che, comunque, avrà un’ottima resa live.
Si parte con Jord Och Sten, un brano introduttivo molto denso e fosco, con un pregevole gioco di tastiere e chitarra che fa venire la pelle d’oca: un piccolo saggio di quelle che sono le capacità dei Bergsvriden. Il brano successivo non potrebbe che chiamarsi Helvetesritten, ovvero “viaggio infernale”: ritmo veloce e incalzante, è molto spigoloso e ritmato, un concentrato di elegante violenza. Un intenso fraseggio acustico, introduce En Ryslig Haggas Spel, che mostra una certa grazia, nonostante una struttura di base molto pungente e allo stesso tempo orecchiabile. Una voce gracchiante apre I Ottan de Döda Sjunga, accompagnata da un giro di piano da cui si ramificherà una composizione lenta e tetra nella sua melodia quanto nel suono che per atmosfere ricorda quasi una fiaba dei fratelli Grimm. Si passa poi a Vår Bergakung Och Troll, che si apprezza per il ruvido riffing, e En Best Till Sjöss, dall’incipit davvero inquietante, con un soffio di vento gelido e un carillion acustico, in cui ben presto l’orrore lascia lo spazio al metallo, lento ed inesorabile. Kråkans Domän è un’impetuosa cavalcata, mentre in De Skugglika emerge il lato più duro della band. Chiude Ödemark Och Dimma, un’outro particolare che somiglia più ad una breve canzone strumentale, con in sottofondo un growl a supportare, come strumento aggiunto, la struttura.
I Haggans Afton è un buon disco, compatto, omogeneo, che scorre con grande facilità proprio per la sua compattezza compositiva. L’unico problema, è che il livello è costante, ma non eccelso. Tuttavia è notevole il lavoro di equilibratura che è stato fatto in fase compositiva, cercando di bilanciare l’aspetto meramente live a quello melodico.
Un disco che comunque può essere di piacevole compagnia nelle prossime serate autunnali.
