Recensione: Utopie

Venuti al Mondo nel 2013, i francesi Aephanemer danno a loro volta vita al quarto full-length in carriera, intitolato “Utopie“. Un concept-album che propone l’utopia, appunto, non come fuga dalla realtà ma come opera di confronto che spinge verso un luogo dove regna l’armonia tra tutti gli esseri viventi.
Un concetto ben supportato dalla musica del combo transalpino, fautore di un potente melodic death metal intersecato a rilevanti apporti sinfonici e cinematografici. Il sound è quindi totalmente possente, a tratti travolgente, a tratti massiccio, il cui comune denominatore è la melodia, che avvolge il disco ammantandolo come un profumato lenzuolo sino alle ossa.
Melodia che sa un po’ di sapore barocco, che non scade mai nello stucchevole o, peggio, nella trappola facile ascolto. Tant’è che occorrono parecchi passaggi per riuscire a ingurgitare e digerire le numerosissime passeggiate armoniche programmate da Martin Hamiche, formidabile chitarrista – man non solo – talmente bravo da meritare il titolo di guitar-hero. Irreprensibile nella produzione del riffing deputati alla fase ritmica, eccezionale nello svolgimento pressoché continuo di assoli, ricami, ceselli che luccicano al Sole come gioielli d’oro massiccio. Chitarra ma non solo. Oltre a occuparsi delle linee di basso, Hamiche elabora orchestrazioni che riempiono sino all’orlo il platter, diventando con ciò, in pratica, l’ingrediente principale del platter stesso.
La parte dei… cattivi spetta a Marion Bascoul, che contrasta tutto quanto espresso dal suo collega con delle feroci, belluine harsh vocals assai intense che, peraltro, sono eseguite in modo da non sembrare nemmeno provenire da un’ugola femminile. Ebbene, il suddetto cozzo fra l’aggressività della voce e la soavità della sezione musicale se di primo acchito si può rivelare fastidioso, a poco a poco diventa un tanto profondo quanto esplosivo carattere distintivo della proposta del terzetto d’oltralpe. Alimentato, anche, dal drumming di Mickaël Bonnevialle il quale, quando necessario (“Chimère“), spinge i BPM oltre la soglia dei blast-beats.
Strutturalmente “Utopie” si divide in due: da “Échos d’Un Monde Perdu” a “Contrepoint” i brani sono della classica durata compresa fra i tre e i cinque minuti. Brani nei quali sono presenti tutti gli elementi sopracitati con particolare riferimento al ridetto contrasto fra aggressività e armonia.
Da “La Rivière Souterraine” sino a “Utopie (Partie II)” prende il sopravvento l’eccezionale, straordinario talento compositivo di Hamiche, che scatena tutta la sua possente energia musicale in tre tracce ove esplode letteralmente la sinfonia. La prima di queste è una strumentale che altro non è che uno splendido, clamoroso pezzo di musica classica in cui trovano spazio tutti gli strumenti nonché cori sia maschili sia femminili. Il leitmotiv non è cosa che si possa dimenticare il fretta, talmente riuscito nella sua naturale orecchiabilità. Il tono è allegro, quasi a rimarcare che la provenienza del gruppo è occitana, con tutti gli aspetti folcloristici che ne derivano. Tuttavia, in alcuni segmenti, affiora con decisione la malinconia, emozione forte, profonda, che forma un altro ossimoro il quale, stavolta, non si materializza nelle orecchie ma nel cuore. Le altre due canzoni seguono questo iter costruttivo, sebbene entri in campo la voce.
La musica classica sinfonica esprime una grande, grandissima potenza. Come il melodic death metal. Una similitudine che viene sfruttata al massimo dalla genialità di Hamiche, bravissimo a mischiare i due elementi così eterogenei ma anche così simili, sì da realizzare uno stile che nell’ambito del metal estremo non si trova con facilità. Forse l’originalità non è stravolgente ma il songwriting è davvero clamoroso, perfetto nella sua manifestazione, tant’è che è naturale chiedersi cosa ci sia di così magnifico nella testa del Nostro.
Con “Utopie” si sogna, e tanto. Si vola, e tanto. Si lacrima, e tanto. Grazie alle orchestrazioni, ma non solo, che strappano dall’anima innati e dolcissimi singulti di passione. Passione, sì, per la musica intesa nel suo massimo splendore, quando musica classica e metal s’incontrano per fare l’amore.
Superbo.
Daniele “dani66” D’Adamo
