Recensione: Italia’s Gore Talent

Arriva sugli scaffali dei negozi specializzati, e ovviamente online dappertutto, “Italia’s Gore Talent“, il secondo album degli Abbinormal; descritto dai medesimi come «una critica grottesca e feroce dello spettacolo della violenza e del disagio sociale».
Del resto il titolo lasciava presagire qualcosa del genere, prendendo in giro la popolare trasmissione televisiva sforna talenti (?). E questo per l’approccio verbale. Per quanto concerne la musica, invece, la faccenda si fa seria. Molto, seria. Il combo italiano, difatti, propone una miscela esplosiva di grindcore, death, thrash e altro ancora. Il tutto, tenuto assieme dalla sua capacità intellettuale di ricondurre le varie influenze in un unico stile. Stile che si mostra piuttosto originale, se paragonato alle produzioni similari.
Ma non solo. Anche e soprattutto devastante. Frutto della preparazione totalmente professionale degli attori che eseguono i copioni strumentali, oltre alla cucitura da parte della voce, unitamente a una produzione assai pulita, tendente a tagliare i rami secchi del sound per consentire l’erogazione della massima potenza possibile. “Italia’s Gore Talent“, seppure raggiunga a malapena la mezz’ora è, appunto, un concentrato spaventoso di furia demolitrice. L’aggressione sonora è totale, annichilente. C’è, sì, qualche inserto ambient, come accade nell’incipit di “Boomer“, ma le bordate che arrivano sulla collottola spezzerebbero le vertebre cervicali a chiunque.
Brani come “Violencia” (nome omen) sono di una violenza inusitata, talmente esagerata che a un certo punto la domanda sorge spontanea: «come fanno ‘sti ragazzi a raggiungere un’intensità sonora simile senza perdere la bussola?». Ebbene, la risposta c’è, e in parte è già stata redatta più sopra. In più, però, occorre aggiungere quel qualcosa in più che altrove, spesso, manca: la forza della mente. Non è risibile ritenere che Eric & soci si coalizzino al fine di accordare le loro onde celebrali in maniera da dar vita a una creatura unica, e non una composta da quattro elementi eterogenei. Creatura la quale, di conseguenza, riesce a esprimere il massimo in termini di erogazione di tonnellate di decibel.
Proprio Eric, con il il growling possente, penetrante nonché eseguito in maniera irreprensibile, funge da collante per i generi succitati, evitando sfilacciature o, peggio, il caos. Diventando di conseguenza il cerchio che chiude la botte. Colui che, per l’appunto, indica ai suoi compagni la strada maestra. Max, il chitarrista, che non si comprende come da solo riesca a erigere un muro di suono simile. Spesso, granitico, invalicabile. Marco, il cui basso funge un po’ da seconda ascia da guerra ma soprattutto saltella come un ossesso fra un accordo e l’altro, pompando come un dannato watt su watt nelle varie canzoni. LKT, batterista potente e iper-veloce, capace di sfondare la cassa toracica con tutti i ritmi proposti, dagli slow-tempo alla follia assoluta dei blast-beats.
A proposito di canzoni, il quartetto milanese mostra una buona capacità compositiva, riuscendo nel non facile intento di creare un insieme ove tutti parlano la stessa lingua ma con differenti spartiti da leggere. Varietà, ecco un altro punto forte del disco. Una per una le song svelano una personalità emergente dall’infuocato magma, questi composto da elementi metallici in cui la band bagna le sue armi da guerra. A parte quelle che fracassano le membrane timpaniche, emerge per esempio l’organo da chiesa di “Acid/Disease“, traccia che non sfigurerebbe in uno dei primi full-length dei Black Sabbath. Poi si può citare l’arcana melodia finale di “The Invisible Overpopulation“, la slipknotiana “Less than Zero” o il blues devastante (sic!) di “Rotting Blues“, appunto.
Insomma, per sintetizzare, in “Italia’s Gore Talent” si trova un po’ di tutto, legato assieme in maniera perfetta dagli Abbinormal. Chiaramente l’LP è solo per i palati più robusti, in grado nondimeno di gradire quando un’opera va oltre la mera estrinsecazione scolastica.
Daniele “dani66” D’Adamo

