Recensione libro: Bon, The Last Highway, la storia mai raccontata di Bon Scott e di Back In Black degli AC/DC

BON
THE LAST HIGHWAY
LA STORIA MAI RACCONTATA DI BON SCOTT E DI BACK IN BLACK DEGLI AC/DC
di Jesse Fink
Ean13: 9788827605394
512 Pagine
24 Euro
Bon, The Last Highway, La storia mai raccontata di Bon Scott e di Back In Black degli AC/DC parte subito a 300 all’ora. Jesse Fink, l’autore della prima stampa originaria del libro, risalente al 2017, in occasione dell’edizione aggiornata del 2022 letteralmente spara una prefazione, intitolata R.I.P. (Rock in Peace), ove riporta tutto quanto di nuovo ha scoperto in riferimento alla morte di Bon Scott, avvenuta a Londra il 19 febbraio del 1980. Una vera e propria ossessione, la sua, come ammesso dallo stesso Fink.
Il decesso del cantante degli AC/DC, insieme con quello di Jim Morrison dei The Doors, è infatti da sempre fra temi più discussi all’interno del triste elenco della letteratura funeraria legata al mondo del rock. Situazioni che rimarranno perennemente avvolte dal dubbio e da quella patina di reticenza tipica degli ambienti legati al consumo smodato di alcool e stupefacenti.
Come riportato a chiare lettere a pagina 60 del libro, in riferimento a Bon, “ciò che rimane un mistero è il motivo per cui trovasse l’idea di restare sobrio intollerabile, al punto di aver bisogno di sballare regolarmente, anche solo per riuscire a superare la notte”.
La penna di Fink spara ancora a zero nel primo capitolo ufficiale del libro, Shot Down in Flames, rimarcando che si tratta di un’opera su Bon Scott e NON sugli AC/DC, motivo per il quale non risparmia autentiche bordate alla band, peraltro nella loro maggioranza legittimate dai fatti. Da sempre, infatti, gli australiani gestiscono il loro giocattolino da milioni di dollari secondo ferree logiche totalitarie e una inscalfibile cortina di omertà ma, si sa, poi al cuor di fan non si comanda e non appena parte un riff di Angus Young o si dà il via su qualche piattaforma alla caccia al biglietto per un loro concerto ci si dimentica di tutto e ci si mette proni di fronte al quel subdolo ma chirurgico meccanismo di marketing strisciante.
Jesse Fink non l’ha mai fatto e mai lo farà, e forse è proprio questo il segreto che si cela dietro al successo del suo libro, un best seller di livello mondiale che ha raccolto Osanna in tutti gli angoli del globo nel quale è riuscito ad arrivare.
Un vero e proprio bestione di 512 pagine quello licenziato sul mercato da Il Castello Editore dentro la collana Chinaski e tradotto in italiano da Barbara Caserta, ovviamente in riferimento all’edizione aggiornata di tre anni fa. Refusi ai minimi sindacali, considerando il volume di fuoco sprigionato.
Il libro ricomprende il periodo dal 1977 al suo decesso, mesi e mesi negli USA per poi trovare la morte a Londra. Bon, uomo incline al bere (eufemismo), negli Stati Uniti frequenta molto poco gli altri AC/DC al di fuori dei momenti dei concerti accompagnandosi a ubriaconi conclamati – Roy Allen quello in cima alla lista – e belle donne: una bottiglia di Scotch al giorno, un po’ di droga e via così sino al giorno dopo, per ricominciare poi da capo la stessa routine da alcolista e tossicomane. Situazione che lo indurrà a comportamenti perennemente border line non particolarmente graditi al Politburo, ossia il clan degli Young, che si può tranquillamente affermare che sopportasse il proprio cantante più che supportarlo.
Il fatto che nei lunghi tour gli australiani incrociassero la loro strada con Yesterday and Today, Rainbow, Ted Nugent, Blue Oyster Cult e gli odiati Foreigner dello strafatto Mick Jones, un Alice Cooper alcolizzato, gli Aerosmith degli eroinomani Steven Tyler e Joe Perry, i Van Halen di Alex Van Halen provetto alcolista e la coppia di tossicodipendenti Pete Way/Paul Chapman degli UFO non aiutò la situazione, di certo.
Che poi gli AC/DC venissero etichettati come Punk da più parti dà la misura di quanta confusione regnasse fra gli addetti ai lavori, basti ricordare che l’autorevole New York Times definì Scott un cantante mediocre e il Los Angeles Times si allineò al giudizio, non discostandosi di molto.
L’invincibile Bonny Scot, Bonny lo scozzese, soffriva di forti dolori alla parte bassa della schiena ed era mezzo sordo da un orecchio. Una vera rockstar finché in vita ma soggetto tremendamente ordinario dopo il suo decesso: anni passati a sbattersi sui palchi per poi scoprire un conto in banca ridicolo, ammontante a solo 30.000 Dollari. Impietoso, nei confronti della sua memoria, pensare quanto viceversa avesse già accumulato molto probabilmente la premiata ditta Young, Young & Young nello stesso periodo. Illuminante, sempre per quanto attiene la gestione dei soldi, quanto poi accaduto successivamente a Cliff Williams e Brian Johnson, come esplicitato nel libro di Fink.
Bon Scott, un bravo ragazzo, dolce, affettuoso, tenuto saldamente in pugno dalla triarchia conosciuta: Malcolm, il duro, poi il funambolo di scena Angus e George, da sempre in cabina di regia. Questo il sentimento comune, avvalorato dall’autore, ottimo giornalista e testardo detective anche se solo leggerissimamente di parte, però (eufemismo),sentimento che probabilmente lo porta a demonizzare oltremisura i restanti AC/DC. Le lievi critiche a Scott da parte delle ex mogli piuttosto che ex fidanzate o solamente amanti risultano colpi a salve, l’aura di Bon perdura nel loro cuore. Non propriamente così per il bassista Paul Matters, licenziato in tronco dallo stesso cantante, che non mosse un muscolo in suo favore anche quando venne silurato il bassista subentrante, Mark Evans.
Un soggetto controverso, quindi il frontman degli AC/DC, anche se fondamentalmente un brav’uomo in preda a demoni più grandi di lui. Jesse Fink per redigere The Last Highway ha messo tutto sé stesso, questo è fuori di dubbio, viaggiando e interrogando quante più persone possibile – nessun membro degli AC/DC, comunque – e spulciando in ogni dove pur di allestire la più fedele possibile storia di Bon Scott – non senza qualche ripetizione di concetti di troppo, soprattutto legati al decesso del cantante – che molto probabilmente scrisse i testi di alcuni brani poi apparsi sull’epocale best seller Back in Black del 1980, ovviamente senza che venisse accreditato.
Chicca fra la chicche, il libro di Fink riporta una delle rare foto di Alistair Kinnear, da più parti accusato della morte di Scott. A sommare mistero al mistero la scomparsa dello stesso Kinnear nel 2006, in circostanze mai chiarite. Il suo corpo non venne mai più ritrovato.
A mo’ di epitaffio, The Last Highway, in chiusura, mostra una delle ultime foto di Bon Scott quando era ancora in vita, a trentatré anni.
Per molti un eroe del mondo del rock, che ha trovato una morte in quel di Londra che di eroico non aveva proprio nulla: da solo dentro una Renault 5 nel quartiere di East Dulwich, al civico 67 di Overhill Road.
Stefano “Steven Rich” Ricetti
