Recensione: Purgatory

Ormai è un dato di fatto: l’evoluzione di ciò che in origine era death metal ha portato a mille sotto-generi diversi se non di più. Per esso, più che per gli altri. Melodic, symphonic, brutal, technical per non dire slam, slamming e, soprattutto, deathcore.
Un nuovo ordine di idee che ha preso a piene mani la parte più pesante del death e quella dell’hardcore per cementarle assieme in qualcosa che suonasse il più violento possibile. In tale contesto si collocano i Phasma con il loro terzo full-length: “Purgatory“. Ma, attenzione, anche il deathcore si presta a sfumature che segnano la connessione con qualcosa di estraneo. Il black, per esempio. Ecco, allora, il blackened deathcore. Si potrebbe ora andare all’infinito tuttavia è meglio fermarsi qui sennò si rischia davvero di essere poco aderenti alla realtà.
Il quartetto greco/statunitense, invece, prende maledettamente sul serio ciò che propone. Cioè, in primis, un sound gigantesco, monumentale, che sfracella le mascelle, la cui velocità di esecuzione raggiunge talvolta l’energia cinetica volta all’annichilazione degli assoni, per un totale disfacimento del cervello. Difficile resistere a quest’impatto allucinante che induce, pure, la frantumazione delle caviglie, impegnate a battere il tempo.
Si veda per esempio “III“, schizofrenico brano dalla violenza inusitata che, nel furibondo ma ordinatissimo incedere, rammenta gli Slipknot. Ancora una volta. Sbeffeggiati a lungo dagli intransigenti metallari di eoni fa, il combo dello Iowa, oltre a inventare uno stile, è esso stesso fonte di ispirazione per sempre più band, queste totalmente e comunque adese alla dottrina primigenia della NWOBHM, nonché composte da durissimo metallo tanto per gradire.
Questa dissertazione, benché teoricamente noiosa, serve a inquadrare una forma estremamente moderna del deathcore, cui i Phasma pescano a piene mani per creare le loro canzoni. Certo, intitolarle “I“, “II“, ecc., non è il massimo dell’originalità tuttavia dopo nemmeno pochi ascolti del disco se ne percepiscono le differenze con una più che sufficiente chiarezza. Che è quello che conta. Il loro avanzamento sfiancherebbe anche un elefante, giacché da “I” a “VI” gli attimi in cui si possa respirare sono davvero pochi se non nulli. La continuità tecnico/artistica è preservata, cosicché l’LP comincia a svelare l’emozione che lo tiene in piedi: la paura.
Forte di un azzeccato disegno di copertina, il tono delle varie song è cupo, oscuro, tenebroso. Umore che si fa sentire con insistenza, fra le righe delle song stesse, alimentandole non solo con la forza di una musica terrificante ma anche con linee vocali anch’esse raccapriccianti. Quel che esce dalla gola di Luis Ferre è una specie di growling che gorgoglia sangue, unitamente a urla e passaggi con le harsh vocals da strappare la pelle. L’incessante lavoro di Jason Athanasiadis alla chitarra, poi, produce riff granitici che, negli istanti più calmi, si fa per dire, scatenano headbanging spezza-collo. Senza dimenticarsi di George Markantonis e di Bill Nanos, fuggiti da qualche girone infernale per manovrare come pazzi scatenati rispettivamente basso e batteria.
Qualcosa in più rispetto al solito comunque c’è. Ponendo massima attenzione al suono emesso dagli speaker non è difficile incontrare sezioni atmosferiche atte a inspessire ulteriormente il suono medesimo ma, soprattutto, a donargli quella visionarietà tale da accostarlo, come mood, al black metal. Ne è testimone eterna la parte finale di “VI“, in cui campeggia esclusivamente il meraviglioso rombo dell’organo a canne, quasi fosse la colonna sonora di qualche rituale iconoclasta.
Nel complesso “Purgatory” è un efficiente album di fulminante deathcore, il cui stile, piuttosto personale, rimanda unicamente a che lo ha generato, e cioè ai Phasma. Il che non è roba da poco.
Daniele “dani66” D’Adamo
