Recensione: As Mankind Rots

L’incredibile Rogga Johansson!
Invischiato come protagonista in una miriade di progetti a sfondo death metal, riesce a trovare il tempo per dare alle stampe “As Mankind Rots“, quattordicesimo full-length dei Paganizer. Frutto di una carriera cominciata nel 1998 e costellata, anch’essa, da un impressionante numero di demo, singoli, EP, compilation, ecc.
Paganizer che, fra le creature di Johansson, rappresenta la pietra miliare che meglio definisce lo swedish death metal. La band fondamentale, primigenia, inamovibile al top della produzione discografica dell’universo rogghiano. Sì, perché è qui che si trova la vera essenza del metallo della morte nella sua configurazione natìa. Certo, gli americani, parallelamente, nei primi anni 90 hanno sviluppato anche loro il genere di cui si tratta ma, a parere di chi scrive, se così si può dire, il vero death metal è stato quello scandinavo.
Perché è solo con la tipologia indirizzata verso i riff più marci possibili, che si ottiene l’odore di putrefazione il quale, sempre a parere di chi scrive, è il metro campione che identifica oggettivamente e che fissa tutto quanto ruoti attorno al death metal. Death metal vero, quindi, anche se legato alla vecchia scuola. Ciò non deve essere percepito come un difetto. Anzi, al contrario, i Paganizer mostrano anche un lato moderno e attuale, che parte in primis da una produzione eccellente, che cattura sia ogni singolo strumento, sia il succitato fetore.
“As Mankind Rots“, si basa fondamentalmente sui riff di chitarra. A tal proposito sembra davvero impossibile che il buon Rogga riesca a infilare nelle canzoni una ridda simile di accordi purulenti, ma così è. In generale il sound è quello classico, appena un po’ zanzaroso, preso per mano dalla voce di Johansson, che scivola su linee dedicate al growling ma non troppo, giacché i dettami della tipologia musicale in esame escludono ugole troppo scabre, che vanno all’estremo. Sempre per rimanere adesi al concetto fondante del disco, la voce assume principalmente un tono stentoreo, a petto in fuori, che corre veloce sulla massa musicale.
A proposito di toni, l’album è imprigionato in un mood grigio, cupo, derivante da testi i quali definiscono l’Umanità come un insieme di parassiti destinati a estinguersi imputridendo. Detto umore, nuovamente, deriva dal riffing, che forma un muro di suono realizzato con corpi in decomposizione. La fase ritmica delle sei corde è monumentale, sciolta, dinamica, ideale per intersecare quelle del basso della batteria.
Basso e batteria che, assieme, generano un ritmo articolato che, dai BPM di media velocità, giungono a sfondare spesso la barriera infuocata dei blast-beats. Il che costituisce il principale elemento di modernità di cui si è più su accennato giacché lo swedish death metal, quando è nato e poi cresciuto, non comprendeva tale fattispecie di follia scardinatrice.
La formazione è inoltre stabilizzata da qualche anno, il che ha consentito di realizzare uno stile ben preciso, dall’aspetto totalmente professionale e maturo, che identifica i Paganizer in modo univoco. Il che non è cosa da poco, preso atto della clamorosa prolificità compositiva di Johansson. Certamente non si tratta di un campo in cui ci siano grandi elementi di progressione, di evoluzione. Ci sono degli ammodernamenti, questo sì, come si è visto più su, ma il cuore che batte forte nel combo di Gamleby non oltrepassa, ovviamente, i limiti imposti dagli stilemi fondamentali dello swedish death metal.
Le canzoni non sono male, anzi. È presente una buona differenziazione fra una e l’altra, il che tiene lontana la noia. In più, non mancano alcuni inserimenti melodici da parte della lead guitar per cui si può affermare che il songwriting sia di alto livello qualitativo.
Non c’è dubbio: i Paganizer rappresentano la compagine principale dell’operato di Rogga Johansson. Come se in essi egli riversasse la parte migliore delle idee che gli frullano nella mente, lasciando al resto le briciole. Non a caso, “As Mankind Rots” si può considerare un’opera riuscita bene, facile da ascoltare proprio per la sua varietà intrinseca, ideale per comprendere le coordinate tipologiche dello swedish death metal.
Daniele “dani66” D’Adamo



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