Recensione: Canvas [EP]

Di Daniele D'Adamo - 3 Aprile 2026 - 12:00
Canvas [EP]
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Ancora una volta non si comprende perché un lavoro della lunghezza di oltre mezz’ora sia rubricato come EP, quando ci sono innumerevoli dischi della durata inferiore che, al contrario, sono classificati come album. Sicuramente la Transcending Obscurity Records, profonda conoscitrice del mercato discografico lato death metal, avrà avuto la sue belle ragioni.

Il caso in ispecie è quello dei Mors Verum, autori di un solo full-length nel 2019 e che, ora, a cinque anni dall’EP precedente (“The Living”), si cimentano con “Canvas“. Una carriera incostante, presumibilmente dovuta, anche, alla moltitudine di progetti paralleli che corrono parallelamente a quello in esame. Non ultimo, la difficoltà di mettere assieme due componenti indiani (Lyndon Quadros e Mrudul Kamble) ad altrettanti canadesi (Spencer Mitchell e Greg Carvalho).

Il death forgiato dai Mors Verum è estremamente sperimentale. In un modo tale che, a volte, definirlo in tal modo conduce a errore sicuro. Ciò non deve tuttavia fuorviare da una natura sì complessa, sì lambiccata, sì eterogenea ma pur sempre rimandante al metallo della morte. Mrudul Kamble, il mastermind della band, che nel corso della carriera ha suonato praticamente tutti gli strumenti, cerca di disegnare un progetto che non si sia mai visto al Mondo.

E questo grazie a un utilizzo pressoché della cacofonia ma non solo. Sebbene siano aggettivi simili, essi non sono uguali: ardite dissonanze, complicatissimi arzigogoli ritmici, completa assenza della melodia (tranne che, appena appena, in “Your Apocalypse” e “Canvas“), sono i primi elementi che saltano all’orecchio quasi a voler trapanare il timpano per produrre la massima disarmonia possibile.

La voce Lyndon Quadros, come detto indiano ma che dimostra di aver fatto sue le linee vocali più cattive deputate allo svolgimento delle tematiche death metal americane, scatena l’inferno con il suo profondissimo growling che, se proposto a qualcuno che non sia addentro alla questione del metal estremo, farebbe sicuramente paura. Il suo cammino all’interno del dischetto è molto importante, poiché funge un po’ da legame fra le tante, innumerevoli, roventi schegge che sprizzano dal dischetto stesso.

Seguendo la filosofia musicale alla base di “Canvas“, gli strumenti pare non ripetano mai lo stesso accordo, lo stesso pattern, lo stesso giro. L’evoluzione dai classici dettami del death è forse esagerata, portando il medesimo death oltre i confini dell’intelligibilità. La chitarra, difatti, cuce riff piuttosto mobili, dilettandosi di passare da sezioni pulite a parti dure, arcigne, rette da riff di natura prettamente thrash/death. Sino a eiettare assoli che strappano letteralmente le budella per confermare la natura (volutamente) stonata della musica che riempie l’EP.

È chiaro che tutto può funzionare se, ad accompagnare l’attacco delle sei/sette corde, sia presente un basso di cospicuo rinforzo. Spencer Mitchell, cosciente di questo particolare, saetta le proprie bordate inspessendo parecchio il sound arzigogolato della formazione internazionale. Anche e soprattutto quando Greg Carvalho scatena la furia dei blast-beats.

Com’era ovvio che fosse, la forma-canzone del rock viene completamente stravolta in un qualcosa di difficile da afferrare e quindi comprendere. Per questo motivo, la grande abilità nel saper suonare il proprio strumento musicale e la continua ricerca di esperimenti sì da far compiere uno scatto evoluzionistico importante al death, fallisce.

Molto, molto bravi, questo sì; ma troppo, troppo fuori dai binari di quello che, universalmente, viene chiamato death metal.

Daniele “dani66” D’Adamo

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