Intervista Paleface Swiss (Yannick Lehmann)

In vista dello Slam Dunk Festival Italy, in programma il prossimo 1 giugno presso il circolo Magnolia di Milano, abbiamo scambiato qualche chiacchiera con Yannick Lehmann, chitarrista degli svizzeri Paleface Swiss.
Una buona occasione per fare la conoscenza di una interessante realtà europea radicata nelle avanguardie più aggressive del beatdown e deathcore, partita da Zurigo nel 2017 e progressivamente diventata sempre più significativa e apprezzata dal pubblico di settore.

Intervista a cura di Fabio Vellata
Ciao Yannick, sono Fabio Vellata di Truemetal.it, benvenuto sulle nostre pagine. Negli ultimi anni i Paleface Swiss sono diventati uno dei nomi più interessanti della nuova scena estrema europea e, con queste domande, vorremmo esplorare il vostro percorso, la vostra musica e ciò che porterete sul palco nei prossimi mesi. I Paleface Swiss si sono costruiti in poco tempo una reputazione molto precisa: quanto è importante per voi rimanere riconoscibili anche mentre continuate a evolvervi?
Anche se il sound si sta evolvendo, credo che suoniamo ancora come i Paleface Swiss dovrebbero suonare. Abbiamo caratteristiche molto distintive nella nostra musica. Prendiamo elementi diversi da generi diversi e proviamo a creare qualcosa di nuovo. Inoltre, la voce del nostro vocalist Zelli è davvero riconoscibile, e questo è un grande punto a favore.
La vostra musica spesso sembra muoversi tra rabbia, controllo e caos: quando scrivete sentite di raccontare una storia reale su voi stessi, oppure state creando una sorta di fiction violenta?
In quasi tutti i nostri brani scriviamo a partire da un’esperienza personale di uno dei membri della band. Quindi tutte le emozioni che emergono dal lato lirico sono al 100% reali.
Da dove nasce quella rabbia che esplode senza limiti in molti vostri pezzi – dalla società di oggi, da esperienze personali o da qualcos’altro ancora?
Penso sia una combinazione di tutto. Le esperienze personali sono sicuramente il nucleo, perché la vera rabbia nasce di solito a livello individuale. Frustrazione, pressione, paura, delusione, perdita: tutte queste emozioni, prima o poi, hanno bisogno di uno sfogo.
Allo stesso tempo è impossibile ignorare l’atmosfera del mondo che ci circonda. La società moderna porta costantemente le persone agli estremi emotivi, pretendendo però che restino funzionali e che non facciano troppo rumore. Oggi c’è molta tensione sotto la superficie ovunque, e credo che la nostra musica lo rifletta in modo naturale.
La rabbia nei nostri brani non riguarda la distruzione fine a sé stessa. È più che altro il rilascio di emozioni che altrimenti marcirebbero dentro le persone. Probabilmente è anche per questo che molti ascoltatori ci si ritrovano a livello personale.
In un contesto in cui molta brutalità viene rapidamente filtrata in pura estetica, quanto vi interessa che la vostra aggressività suoni autentica invece che semplicemente “di design”?
Per noi l’autenticità è tutto. L’aggressività senza una verità dietro diventa cosplay molto in fretta. Non abbiamo mai voluto suonare “brutali” solo per estetica o perché la musica pesante oggi premia l’estremizzazione. L’emozione deve venire da un luogo reale, altrimenti la gente se ne accorge subito.
Ovviamente c’è sempre un livello di progettazione nella musica. Dai forma al suono, alla componente visiva e all’energia in modo intenzionale. Ma le fondamenta devono essere oneste. Rabbia, tensione e violenza nella nostra musica sono estensioni di emozioni ed esperienze reali, non soltanto un filtro estetico steso sopra canzoni vuote.
Credo che gli ascoltatori sappiano riconoscere la differenza tra qualcosa che è davvero conflittuale e qualcosa che cerca solo di imitare la brutalità perché “fa figo” online.
C’è stato un momento preciso in cui avete capito che il progetto non era più solo una band in crescita, ma una macchina con un proprio slancio che dovevate continuare ad alimentare?
Sì, c’è stato decisamente un momento del genere. Mi ricordo che eravamo tutti seduti attorno a un tavolo, a fare una conversazione molto onesta sul futuro della band. Abbiamo parlato del potenziale che all’improvviso questo progetto sembrava avere, ma anche della pressione e dei rischi che porta con sé. A un certo punto ti rendi conto che non è più solo un gruppo di amici che fa musica pesante per divertirsi. Comincia a diventare qualcosa di più grande, qualcosa che sviluppa un proprio slancio.
Quella consapevolezza può essere eccitante, ma anche intimidatoria, perché quando le cose iniziano a muoversi in fretta la gente si aspetta sempre di più da te: più musica, più tour, più energia, più di tutto. Devi decidere se vuoi davvero impegnare la tua vita a nutrire continuamente quella macchina.
Alla fine però abbiamo deciso tutti di continuare a spingere e di impegnarci completamente. Guardando indietro, direi che è stata decisamente la scelta giusta, haha.
Nei vostri brani c’è spesso una forte fisicità: quanto conta il corpo nella vostra musica, nel senso di come un riff, un pattern o un breakdown vengono sentiti nel petto, nel collo, nei muscoli di chi vi ascolta?
A dire la verità, quando scriviamo non pensiamo poi così tanto all’aspetto fisico. Non stiamo lì a chiederci come si sentirà un riff nel petto di qualcuno o quanto si muoverà la gente su un breakdown. Per noi tutto nasce sempre da un livello puramente emotivo.
La cosa più importante è come ci fa sentire il pezzo mentre lo stiamo creando. Se una parte ci trasmette davvero tensione, rabbia, disagio o energia, allora sappiamo che è quella giusta. Credo che la reazione fisica che le persone hanno di fronte alla nostra musica sia più una conseguenza naturale di quell’intensità emotiva, piuttosto che qualcosa che progettiamo intenzionalmente.
Ovviamente la musica pesante è, per sua natura, molto fisica: a un concerto la senti con tutto il corpo. Ma per noi è il corpo che segue l’emozione, non il contrario.

Avete mai avuto la sensazione che spingere continuamente l’intensità sempre più in alto possa diventare un rischio creativo, quasi una trappola, più che una via di sviluppo? Siete più interessati a colpire l’ascoltatore come un pugno immediato, o a lasciare una ferita che continua a pulsare anche dopo la fine del brano?
Sì, decisamente. Cercare di diventare sempre più estremi può trasformarsi in una trappola creativa, a un certo punto. Se insegui solo la pesantezza, alla lunga l’impatto svanisce.
È per questo che ci concentriamo più sull’emozione e sull’atmosfera che sulla sola escalation. Certo, vogliamo che i pezzi colpiscano forte da subito, ma ciò che ci interessa di più è lasciare qualcosa anche dopo la fine della canzone. I brani migliori sono quelli che restano con te e ti lasciano un segno.
La vostra scrittura dà spesso l’impressione di non voler offrire consolazione: pensate che oggi, nel metal, sia più onesto riflettere il disagio piuttosto che cercare di lenirlo?
Penso che l’onestà sia più importante della consolazione. Non scriviamo canzoni con l’intenzione di confortare le persone o di offrire soluzioni. La nostra musica riguarda più il riflettere le emozioni e le realtà scomode così come sono.
Allo stesso tempo, però, credo che ci sia qualcosa di confortante nell’onestà stessa. Quando le persone sentono rabbia, dolore o disagio autentici nella musica, spesso si sentono meno sole con le proprie emozioni. Quindi, anche senza cercare direttamente di lenire nessuno, la musica può comunque creare una connessione.
Quanto vi sentite ancora legati alla scena da cui provenite e quanto, invece, siete ormai più interessati a giocare una partita più ampia, quasi in un campionato diverso?
Dipende da quale scena intendi. Per quanto riguarda la scena locale svizzera, ci sentiamo ancora molto legati, perché è lì che tutto è iniziato per noi e abbiamo ancora molto rispetto e affetto per essa.
Per quanto riguarda invece la scena beatdown, da cui provenivamo musicalmente all’inizio, direi che ormai non ci sentiamo più davvero connessi. Il nostro sound, la nostra mentalità e i nostri obiettivi si sono evoluti in modo naturale nel corso degli anni e oggi ci sentiamo molto meno legati a una scena specifica e più concentrati sul creare una nostra corsia.
Quando lavorate a un brano, qual è la prima cosa che deve funzionare perché possiate dire: “ok, questo è veramente nostro” – il groove, l’attitudine, le linee vocali o qualcos’altro ancora?
Di nuovo, dipende dalle emozioni che il pezzo crea mentre ci stiamo lavorando. È sempre questa la parte più importante per noi. Non abbiamo davvero una formula in cui debbano funzionare prima il groove o le linee vocali.
Allo stesso tempo, però, deve esserci sicuramente una certa vibrazione che faccia sentire subito il brano come qualcosa di tipicamente Paleface Swiss. È difficile spiegare esattamente cosa sia, perché succede in modo molto naturale, ma di solito ce ne accorgiamo subito quando un pezzo ci sembra davvero “nostro”.
Dal vivo, la vostra musica sembra trovare la sua forma più naturale: che cosa accade ai Paleface Swiss sul palco che, inevitabilmente, non può essere riprodotto in studio?
Semplice. Ci divertiamo e lasciamo uscire tutto.
Se doveste spiegare a qualcuno che non vi ha mai ascoltato perché i Paleface Swiss non sono solo una band “heavy”, ma una band con un’identità molto specifica, cosa direste?
Credo che la differenza principale sia che non puoi davvero rinchiuderci in una sola casella. Non abbiamo mai voluto essere “solo” una band heavy che segue determinate regole o aspettative. Facciamo letteralmente ciò che vogliamo e scriviamo ciò che sentiamo nel momento.
Probabilmente è per questo che la nostra identità risulta così specifica. Non è costruita attorno a un solo genere o a un’unica formula, ma attorno a emozioni, atmosfera e onestà. Un pezzo può essere estremamente violento, un altro può risultare oscuro, emotivo o disturbante in un modo completamente diverso.
Alla fine dei conti, dovrebbe esserci qualcosa per tutti, da qualche parte, nella nostra musica.
La vostra partecipazione allo Slam Dunk Festival 2026 arriva in un momento in cui la band sembra essere nel pieno dello slancio: che tipo di responsabilità sentite quando salite sul palco di un festival così importante e competitivo?
Ovviamente vogliamo sempre dare il massimo, e sappiamo di esserne capaci. Però cerchiamo anche di non metterci troppa pressione addosso, neanche in festival grandi come lo Slam Dunk. Per noi la cosa più importante resta sempre salire sul palco, divertirci e lasciare uscire tutto a livello emotivo.
Credo che sia proprio questo, alla fine, ciò con cui il pubblico entra maggiormente in sintonia: non la perfezione, ma l’onestà e l’intensità delle emozioni che portiamo sul palco.

Tra tutti gli show che suonate in Europa, lo Slam Dunk Festival ha un pubblico e un contesto molto particolari: come state pensando di adattare – o magari intensificare – il vostro show per un ambiente di quel tipo?
A dire il vero, non ho mai pensato allo Slam Dunk come a un festival con un pubblico così specifico rispetto ad altri. Per noi l’approccio rimane più o meno lo stesso ovunque. Cerchiamo sempre di dare tutto quello che abbiamo sul palco.
Credo però che molte persone verranno a vederci perché non abbiamo praticamente mai suonato in Italia, quindi c’è sicuramente un’eccitazione speciale intorno a questo. Non vediamo l’ora di portare finalmente il nostro show lì e di vivere per la prima volta quell’energia insieme al pubblico.
Infine, una domanda sul vostro nome: da dove viene “Paleface Swiss” e cosa volevate che trasmettesse della band quando l’avete scelto?
In realtà viene da una storia piuttosto divertente. Il nostro ex batterista CJ e Zelli hanno entrambi la pelle super chiara e d’estate dovevano sempre nascondersi dal sole, perché altrimenti diventavano immediatamente rossi, haha. Siccome stavano sempre seduti all’ombra, sono rimasti pallidi tutto il tempo.
Grazie per il tempo che ci avete dedicato e per la disponibilità ad approfondire tanti aspetti del vostro lavoro. In bocca al lupo per i prossimi concerti e per la vostra partecipazione allo Slam Dunk Festival 2026.