Recensione: De Venom Natura
“E che il diavolo sia il ponte
Tra la ratio e il desiderio”
Li avevamo conosciuti con Mystery Of Mystery in piena pandemia, e visti crescere con Sancta Menstruis e Ave Scintilla!, fino all’esordio con l’eccellente quanto maturo Fire Blades From the Tomb: i Ponte del Diavolo hanno fatto parlare di sé in Italia e all’estero, con partecipazioni ad importanti festival quali Roadburn e Inferno, in cui non è facile trovare con frequenza dei nostri rappresentanti. La line-up è confermatissima, con Erba del Diavolo alla voce, Khrura Abro e Kratom ai bassi, Nerium alla chitarra e Segale Cornuta alla batteria.
A catturare l’ésprit di De Venom Natura e imprigionarla in bianco e nero, ci ha pensato Francesco Dossena, un nome noto ai lettori delle avventure del leggendario indagatore dell’Incubo che vive al numero 7 di Craven Road a Londra: Dylan Dog. L’artwork, un vero capolavoro, rappresenta, in chiaroscuro, una strega in una foresta, che fa lievitare un cuore con la mano sinistra – che nella tradizione giudaico-cristiana è appartiene al Demonio – e con la destra brandisce un bastone al cui apice si può riconoscere l’iconico simbolo dei Ponte del Diavolo. Per gli amanti del vinile, da segnalare che la Season of Mist ha messo sul mercato anche una versione colorata, verde, che richiama il tema principale, il veleno.
De Venom Natura si compone di 7 – numero sacro per eccellenza e perfetto, perché l’unione tra la dimensione divina (3) e quella terrena (4) – brani, per un totale di quaranta minuti di musica. Viene confermato il salto evolutivo che abbiamo già avuto modo di constatare con Fire Blades From The Tomb e rafforzata l’identità della band con un sound – che loro stessi amano definire blackened post-punk – ben riconoscibile nell’oceano della musica underground perché nulla, e questo possiamo affermarlo con certezza, suona o ha mai suonato come i Ponte del Diavolo. I nostri hanno infatti portato una ventata di freschezza che parte proprio dal nostro paese, e hanno conquistato anche il difficile palco europeo, penetrando nella roccaforte del black metal, la Norvegia. Lo stile è consolidato, con due bassi che incupiscono le atmosfere create (effetto amplificato nel live) e hanno un sapore romanticamente decadente e dark anni ’80, in cui la chitarra graffia e dà un tono più black con la voce di Erba del Diavolo tagliente, maligna, suadente, capace di cullare l’attenzione dell’ascoltatore diventando un vero e proprio strumento aggiuntivo in grado di creare un’atmosfera unica. Il primo passaggio è nel segno della continuità: Every Tongue Has Its Thorns è un brano che avrebbe potuto far parte del loro esordio, con una grande resa dal vivo, un ottimo mood e delle linee vocali più lineari, ma allo stesso tempo uno dei pezzi più tosti del nuovo full-length. Lunga Vita Alla Necrosi è il primo assaggio di questo salto evolutivo: un sound più ricercato e curato, con sovrapposizioni delle linee vocali, ma comunque fedele al loro background, che affonda le radici nella tradizione dark anni ’80. Spirit, Blood, Poison, Ferment! rappresenta un altro passaggio chiave, la sperimentazione: se in Fire Blades from the Tomb c’era la partecipazione di Vittorio Sabelli in diverse canzoni, qui abbiamo il trombone di Francesco Bucci, che all’apparenza potrebbe sembrare quasi inappropriato per una canzone dalla natura live e black a tinte fosche, ma che in realtà, dopo qualche ascolto, diventa un elemento caratterizzante e distintivo, segno di una grande capacità di sperimentare – e azzardare. E proprio sull’azzardo fa leva Il veleno della Natura: un fosco lento ballato con la Morte, mentre il Diavolo ammicca in un angolo. Le atmosfere sono cupe, con una breve sequenza ripetuta sulla quale si adagia un orecchiabile quanto gradito giro di bassi, con la voce di Erba del Diavolo che riesce a sorprendere ancora adattandosi ad un tessuto musicale darkeggiante; la linea vocale rende omaggio alla tradizione musicale italiana anni ’60 e ’70, ipnotica, che entra dentro e scorre, appunto, come un veleno, a ciclo continuo o come la stessa vita a Inverary. In Delta-9 (161)) ci ritroviamo in un mondo oscuro e psichedelico in cui Erba del Diavolo tiene alto il suo nome d’arte e ripete, continuamente, con una voce sussurrata e suadente, la formula chimica Δ9 C21 H30 O2 del tetraidrocannabinolo, il principale componente psicoattivo della cannabis, noto per effetti euforici, terapeutici o ricreativi. Un’intuizione brillante, su cui la band riesce a creare un tessuto musicale che si fonde biunivocamente con questo concetto, gettandoci in una spirale sulle note di un jazz nero, come se fosse suonato in presa diretta e impreziosito dalle linee di clarinetto di Vittorio Sabelli, creando un trip musicale efficace. Silence Walk With Me è tosta e sostenuta, con un ottimo potenziale live, dal possente drumming di Segale Cornuta che tutto avvolge e sovrasta, con il riffing di Nerium che è un prezioso corollario: un brano di una magnificenza fosca, impreziosito dalla partecipazione di Gionata Potenti, talentuoso ed esperto polistrumentista. L’epilogo di De Venom Natura è un omaggio ad una delle band più iconiche del panorama dark anni ’80, i Bauhaus, con la cover di In the Flat Field molto convincente: il “tocco del Diavolo” ci ha consegnato un notevole upgrade rispetto all’originale, migliorata soprattutto grazie alle partiture di chitarra che ci consegnano una versione più fresca, moderna senza rinunciare alle Tenebre.
I Ponte del Diavolo erano chiamati a confermare quanto di buono fatto vedere attraverso il loro percorso iniziato nel 2020 sbocciato con Fire Blades From the Tomb, che li ha fatti conoscere – e apprezzare – anche fuori dall’Italia, con un’opera che ha mostrato originalità, creatività e una grande, quanto inaspettata personalità. Con De Venom Natura queste peculiarità vengono ribadite con una certa forza, presentandoci un disco che rappresenta un ulteriore passo in avanti dal punto di vista delle sonorità e palesando una matura consapevolezza che li ha portati ad osare e sperimentare, con successo, senza tradire quello che ormai è il loro marchio di fabbrica: un suono che ha la capacità di irretire l’ascoltatore come il canto di una sirena. Proprio quel chiaroscuro, meravigliosamente rappresentato da Francesco Dossena, è l’anima di questo disco: l’alternarsi tra brani più sofisticati, con una certa orecchiabilità, ad altri che sembrano registrati in presa diretta, un gioco di luci ed ombre che rende le tenebre ancora più nere.
De Venom Natura, la bellezza del Demonio.


