Recensione: Disglaç
“Disglaç”, full-length d’esordio degli Unviâr, è uno di quei dischi che non “presentano” una band: spalancano un paesaggio. Il nome stesso Unviâr (inverno in lingua friulana) non funziona come etichetta suggestiva, ma come chiave di lettura totale: qui la stagione diventa grammatica compositiva, temperamento timbrico, postura musico-spirituale. La scrittura sonora e quella poetica avanzano assieme, con la stessa logica di marcia: non per accumulo di riff, ma per stratificazione di atmosfere e ritorni tematici, come se i brani fossero correnti che trascinano immagini, simboli e melodie lungo un unico flusso. Il risultato è un pagan black metal di livello altissimo, innervato da pulsazioni di matrice black atmosferica profonda, ma mai “morbida” o noiosa come non di rado questa corrente artistica ci propina: l’aria è vasta, sì, però punge, pesa, graffia e soprattutto colpisce con un impatto reale.
La forza del disco sta nella coerenza fra scenario lirico e musica. L’universo poetico descritto, la neve come coltre di morte che scende dai monti e invade la valle, la “Nevere Regjine” come sovrana di una purezza bianca che coincide con l’annientamento silente, le creste e le rocce come altari naturali in cui scorgere entità pietrificate nel tempo, l’acqua scura e le correnti che portano via i vivi e i morenti, l’albero solo che resiste “aggrappato” in alto, la polarità fra chi resta in piedi e chi si piega in ginocchio, non è un film che la musica accompagna: è un sistema di forze che la musica mette in scena. Anche quando la band spinge su sferzate black più raw-oriented, la sensazione non è quella della violenza fine a sé stessa, ma di un vento gelido che cambia direzione, di una bufera sferzante che improvvisamente si addensa e poi si apre, lasciando intravedere, per un attimo, il vuoto dietro la bruma. Il songwriting è costruito proprio su questa dinamica: alternanza di corpo e ampiezza, di densità e trasparenza, di gesto ritmico e trance melodica. I riff sono corposi, pieni, con un taglio che sa essere feroce senza diventare piatto; però, soprattutto, sono pensati come “materia” da modellare nel tempo, non come slogan da ripetere. Nulla che vada a scalfire il modus operandi del black storico di chi lo ha concepito e messo in musica con tanta attitudine, ma qui si avverte una cura particolare nell’andamento narrativo: le parti non entrano solo per contrasto, entrano per necessità, come fasi di un rituale. Quando la musica sembra avanzare per circoli, non è stallo: è liturgia, è ripetizione che incide e scava, finché la melodia non diventa destino. È qui che affiorano i richiami più naturali: certe ombre dei primi Ulver, quel modo di respirare tra arcaico e visionario, e a tratti una parentela di sensibilità con la scena ucraina. Il mood più nostalgico, ma intenso e fiero richiama alla memoria i Drudkh, non tanto per citazione stilistica quanto per la stessa idea di paesaggio come entità bucolica e spirituale. Anche il riferimento ai Kvist ha senso: in alcuni passaggi si sente quella fibra melodica “gelata” ma corposa e quell’aura di foresta notturna, ma gli Unviâr la declinano con maggiore contemporaneità nell’impatto.
La batteria è uno dei cardini del racconto. Non è un semplice motore: è un’arma di dinamica e precisione. Sa essere incalzante quando deve rappresentare la furia della natura e sa aprire spazi quando il paesaggio deve dilatarsi; soprattutto, lavora di transizioni e accenti con una qualità rara nei debutti. Questo rende credibile il passaggio concettuale più importante del disco: dal gelo totale al disgelo. Quando l’immaginario si sposta verso “Disglaç”, il cuore freddo che “moriva dentro” attraversato da una luce che scalda, la Madre Terra che si rialza e, con lei, i figli di questa terra, non hai l’impressione di una svolta forzata o messa lì a tavolino: lo senti nelle aperture armoniche, nel modo in cui le tensioni si sciolgono senza sparire, come ghiaccio che cede ma lascia ancora lastre taglienti ai bordi. Il flusso dell’acqua diventa purificazione non perché te lo dicono i versi, ma perché la musica stessa assume la forma del flusso: porta via, trascina, ripulisce, senza mai concedere un vero lieto fine.
E infatti, quando il disco rientra nella dimensione sacrale del bosco e della notte, lo fa con una naturalezza inquietante. Il “ritiro silvano” non è un’uscita di scena: è un ritorno al tempio notturno. La “Gnot Regjine”, ornata di “stelle morte”, e l’invocazione alla Madre Morte/Scura Donna/Sovrana della Notte assumono la forma di una litania che non chiede consolazione: chiede fine, liberazione, un rovesciamento ultimo. Qui la band mostra davvero quanto sia “espressiva” sotto il profilo vocale. Il cantato non è monocolore, non resta intrappolato nel solo odio o nella sola disperazione; sa diventare rituale, sa farsi coro interiore, sa graffiare e poi arretrare. La componente atmosferica, in questa fase, non serve a “abbellire”: serve a rendere inevitabile l’attrazione verso il nero, come regno ultimo. Sul piano della resa complessiva colpisce quanto tutto sia già a fuoco: produzione robusta, suono ampio e incisivo, scelte timbriche che aggiungono profondità senza trasformare il disco in un esercizio “cinematografico”. Anche l’artwork di Paolo Girardi (una leggenda ormai nella storia del metal, come in passato lo sono stati Riggs e Repka) si inserisce perfettamente in questa idea di essenzialità curata: non urla, non sovraccarica, ma suggerisce la stessa verticalità fredda che i brani mettono in movimento, un quadro di contemplativa bellezza. È un esordio che sembra arrivare da una band già matura: non per pulizia o controllo sterile, ma per capacità di tenere insieme visione, composizione e dettaglio.
In definitiva “Disglaç” è un disco che riesce in una cosa difficile: fare pagan/atmospheric black metal senza ridursi a cartolina folklorica né a puro paesaggismo o cliché. Qui la natura è legge spirituale, la neve è sovrana e carnefice, il disgelo è risveglio doloroso, la notte è culto e destino. E la musica non descrive: officiando, rende tutto vero. Se il 2025 ha prodotto uscite importanti nel campo, questo debutto si piazza senza imbarazzo tra le più rilevanti, perché ha peso, identità e un songwriting che sa trasformare un immaginario in esperienza fisica, come una tormenta che ti rende parte di essa e ti consacra al ciclo infinito dell’eternità.
