Recensione: Eon of Obscenity

Stabbing, in italiano, significa aggressione con arma da taglio. Accoltellamento, insomma. Un nome che dice tutto su quanto suonato dalla band che lo ha fatto suo: brutal death metal.
Che è quello su cui poggiano le fondamenta di “Eon of Obscenity“, secondo album degli Stabbing, appunto. Brutal death metal così come mamma l’ha fatto. Tant’è che ripetere, qui, la definizione di questo sottogenere del metallo della morte non deve considerarsi un’inutile iterazione quanto, piuttosto, un’operazione volta a sottolineare la totale appartenenza del combo texano al… brutal death metal.
Brutal death metal che esige, per essere credibile, di un alta professionalità dei singoli musicisti, i quali devono essere assolutamente impeccabili nell’eseguire i più complicati passaggi fra una sezione ritmica e l’altra. Fattispecie in cui primeggiano gli americani, tuttavia insediati negli ultimi anni dai Paesi dell’Est asiatico. Il retroterra culturale, però, che inevitabilmente permea sino all’osso la nazione a stelle e strisce, consente sue band di essere, oggi, ancora le migliori al Mondo.
E gli Sabbing provano quindi a dimostrarlo, creando un full-length dalla pesantezza esasperante, nondimeno da una perfetta pulizia esecutiva che consente di cogliere tutti i particolari di un disco facendo perno sulle disponibilità di un’etichetta discografica importante come la Century Media Records. Quest’ultima non è totalmente specializzata nel brutal death metal, ma ciò non toglie che Bridget Lynch & Soci abbiano dato alle stampe un LP dal suono senza grandi pecche, bello carnoso e potente, gustoso da masticare per i fan della compagine statunitense.
E a proposito di Bridget Lynch, è da sottolineare il suo growling letteralmente mostruoso, profondo come l’Inferno, che in rare occasioni tira il collo a qualche suinata così come esige il brutal death metal. Una prestazione davvero spaventosa, di quelle che non si ascoltano tanto, in giro. Calcando la mano così forte sull’ugola, però, diviene complicato modulare le linee vocali sì da intrecciarle alla musica. Ciò avviene solo in parte, dando una spinta verso quella monotonia che poi genera la noia.
Ad ogni modo c’è da rilevare che il sound risulta davvero poderoso e sanguigno, quando si attesta su micidiali mid-tempo. E questo poiché se i BPM si alzano sino a sfondare la barriera dei blast-beats, il rullante assume, purtroppo, il caratteristico suono da fustino di detersivo, ovvero piatto e di energia pari (quasi) a zero. Siccome questo difetto è insito in una miriade di act che praticano il brutal death metal c’è da chiedersi il perché, dell’insistenza in un’attitudine che, oltre a rovinare il sound nel suo insieme, determina una calo non indifferente della spinta prodotta della sezione ritmica.
Semplicemente mostruoso, invece, il lavoro di Marvin Ruiz alla chitarra. Il quale, praticamente, costruisce da solo la spina dorsale di uno stile che altrimenti sarebbe troppo scarno e privo di sprint. I riff non si contano e sono talmente tanti, nell’LP, da tessere una ragnatela da cui è impossibile staccarsi. Esattamente come il ragno, gli Sabbing attendono le loro prede per divorarle. Un po’ raggelante, ma come metafora si può affermare sia calzante.
Purtroppo (e sono due), l’altro difetto, ancor più serio, è che non si si distinguono le singole canzoni. A voglia di ripetere gli ascolti di “Eon of Obscenity“, ma sua dalla caotica fornace non esce nulla di diverso da unico blocco senza che sia possibile dividerlo in undici parti distinte le une dalle altre. Qualche tentativo c’è, come in “Ruminations” ma è davvero troppo poco per risollevare un songwriting incapace di emergere, in quanto a originalità, dalla marea di formazioni che si cimentano nel brutal death metal.
Per quanto sopra, è chiaro che “Eon of Obscenity” sia un lavoro insufficiente, com’è altrettanto chiaro che gli Stabbing abbiano perso un’occasione per uscire da un oscuro underground.
Daniele “dani66” D’Adamo

