Deathcore

Live Report: Lorna Shore + Whitechapel + Shadow of Intent + Humanity’s Last Breath @ Gran Teatro Geox, Padova, 01/02/2026

Di Marco Donè - 4 Febbraio 2026 - 9:00
Live Report: Lorna Shore + Whitechapel + Shadow of Intent + Humanity’s Last Breath @ Gran Teatro Geox, Padova, 01/02/2026

Live Report: Lorna Shore + Whitechapel + Shadow of Intent + Humanity’s Last Breath @ Gran Teatro Geox, Padova, 01/02/2026

Domenica 1 febbraio 2026. Più che una semplice data da evidenziare sul calendario, ci troviamo a vivere un autentico evento, destinato a influenzare la percezione del futuro della musica dura. Sì, perché gli americani Lorna Shore, la band del momento, fanno tappa a Padova, al Gran Teatro Geox, per l’unica data italiana del tour di supporto al sensazionale “I Feel the Everblack Festering Within Me”. E lo fanno realizzando un sold out carico di significato, in particolare se analizziamo il passato. Proviamo a spiegarci meglio: nella stessa location, nel corso degli anni, si sono esibite band del calibro di Slayer, Korn e Alice Cooper. Nessuno di loro, però, è riuscito a mettere a segno un sold out. E abbiamo citato tre gruppi che, a proprio modo, hanno contribuito a definire varie interpretazioni della musica a noi cara. I Lorna Shore ci sono invece riusciti, compiendo qualcosa di storico, evidenziando come il tanto agognato ricambio generazionale non sia più una pura utopia. E non lo diciamo solo per il numero di paganti presenti in sala – non ci sono ancora dati ufficiali, ma le stime parlano di circa quattromila persone – ma per l’età media che ha popolato la platea. Il Gran Teatro Geox ha infatti ospitato una marea di under trenta che non vedevamo da tempo immemore. Un segno inequivocabile di come possa esserci futuro anche dopo i grandi nomi degli anni Ottanta, basta saper leggere l’evoluzione della scena.

A fronte di tutte queste riflessioni, noi di Truemetal.it non potevamo certo mancare. Eccovi quindi il racconto della serata che, oltre ai fenomenali Lorna Shore, ha visto protagonisti anche Whitechapel, Shadow of Intent e Humanity’s Last Breath (qui il nostro photo report, n.d.a.).

 

 

Live report a cura di Marco Donè

 

Arriviamo al Gran Teatro Geox attorno alle 18:00 e rimaniamo colpiti dalla marea umana che sta piano piano accedendo al teatro patavino. Entriamo rapidamente all’interno del Geox e cerchiamo il posto che ci permetta di vivere al meglio la serata. Ci soffermiamo ad ammirare il palco, che per le prime tre band è impostato in versione ridotta. Notiamo una pedana rialzata, posizionata lungo il limite frontale del palco. La seconda batteria si staglia nel bel mezzo di una serie di rack mobili, nelle cui parti superiori compaiono delle barre luminose, mentre al loro interno sono alloggiati vari fari. Controlliamo l’orologio e l’inizio dei concerti è sempre più vicino. Molti appassionati sono ancora in coda, in attesa di entrare, ma quando alle 18:20 le luci si spengono e gli Humanity’s Last Breath sono pronti a salire sul palco, platea e gradinate sono già gremite.

HUMANITY’S LAST BREATH

I primi a entrare in scena sono gli svedesi Humanity’s Last Breath. La formazione capitanata da Buster Odeholm si presenta con una proposta distante anni luce rispetto alle band successive, ma la sua performance lascia il segno. La prova dei quattro si rivela solida e incisiva, con sonorità claustrofobiche, varie campionature industrial e una serie di melodie dissonanti che sanno davvero fare centro. Il pubblico apprezza: lo capiamo dai boati a fine di ogni canzone e, soprattutto, da come si muovono le prime file. Nelle parti cadenzate, poi, è bellissimo vedere l’intero Geox scapocciare a tempo. Molto teatrale la performance di Filip Danielsson al microfono, che si impossessa della pedana rialzata. Le sue movenze rispecchiano in pieno l’animo ossessivo e cupo delle composizioni. La scelta di esibirsi con un copricapo in stile Nazgûl, che ne cela il volto, aumenta ulteriormente il fascino della sua prova. Da segnalare che a interagire con la platea non sia lui, ma il chitarrista Tuomas Kurikka. La scenografia è molto semplice, con un backdrop raffigurante il logo della band e un ottimo gioco di luci che ben si sposa allo stile del quartetto svedese. Considerando che siamo a inizio serata, i suoni risultano ben bilanciati, pronti a valorizzare il sound soffocante della compagine di Helsingborg. Sono le 18:50 quando i Humanity’s Last Breath salutano il pubblico e ricevono il meritato plauso. Un inizio di serata all’insegna di un vero e proprio monolite nero.

Setlist:

Väldet
Abyssal Mouth
Godhood
Tide
Labyrinthian
Bellua Pt. 1
Instill

SHADOW OF INTENT

Dopo un rapido cambio palco, le luci di un Geox ormai stracolmo si spengono di nuovo alle 19:10. Il pubblico esplode in un boato e accoglie l’ingresso in scena degli Shadow of Intent. Il cambio di atmosfera è repentino, dato che il sound del quartetto americano è un melodic deathcore molto muscolare e abrasivo, impreziosito da inserti sinfonici. La scaletta è praticamente incentrata sull’ultima fatica “Imperium Delirium”, pubblicata nell’estate 2025, la cui copertina svetta nel backdrop dietro la batteria. Considerando la posizione in serata, i suoni appaiono ben bilanciati e risultano decisamente più puliti rispetto alla band d’apertura. D’altronde, la proposta è completamente diversa e negli Shadow of Intent bisogna valorizzare il lavoro di Chris Wiseman alla chitarra, autore di una prova davvero convincente. Letteralmente terremotante la prestazione di Bryce Butler alla batteria. La scena è però dominata da Ben Duerr, un frontman che sa aizzare la folla e che sa aggredire lo stage con la dovuta dose di adrenalina. La performance degli Shadow of Intent è un vero e proprio pestaggio sonoro. Il pubblico apprezza, eccome. Sorprende però che non vi siano pogo e circle pit in risposta. Piano piano iniziano a prendere vita ripetuti crowd surfing, ma in teatro pare stiano conservando le energie per le band che si esibiranno a breve. Sebbene in sede live i pezzi si rivelino un po’ ripetitivi, il Geox appare sempre più coinvolto dalla prova dei quattro. Nei breakdown tutta la platea scapoccia a tempo e nelle battute conclusive dello show prendono vita ripetuti cori ritmati, per enfatizzare le parti più cadenzate. Duerr dirige a dovere i presenti, dimostrando grande esperienza on stage. Il cantante, inoltre, sfoggia una prova al microfono molto interessante, spaziando in tutto il range vocale di cui dispone. Siamo ormai arrivati alla fine dello show, che viene affidata a ‘The Heretic Prevail’, unico brano pescato dal passato degli Shadow of Intent. L’incedere del pezzo sembra trarre ispirazione dalla dance anni Novanta e non a caso molti dei presenti attorno a noi iniziano a danzare a tempo. Sono le 19:40 quando lo spettacolo del quartetto termina con una chiusura strumentale che poteva essere curata meglio. Un particolare che non può certo penalizzare una prova muscolare e convincente, anche se per originalità la collochiamo un gradino sotto rispetto alla performance degli Humanity’s Last Breath. Per noi, ovviamente. Stando alle reazioni della platea, il Geox la pensa diversamente.

Setlist:

They Murdered Sleep
Flying the Black Flag
Mechanical Chaos
Vehement Draconian Vengeance
Infinity of Horrors
Feeding the Meatgrinder
The Heretic Prevails

WHITECHAPEL

L’atmosfera inizia a scaldarsi vertiginosamente. Dopo il cambio palco saranno i Whitechapel a entrare in scena e il pubblico non sta più nella pelle. La formazione di Knoxville è un pezzo da novanta della scena deathcore mondiale e molti dei presenti sono in totale trepidazione per l’imminente show. Intanto i lavori proseguono: viene issato il backdrop della compagine americana e cambiata la batteria. Alle 20:00 le luci si spengono, il Geox viene avvolto dall’oscurità e la folla esplode in un boato intenso. Si capisce subito che ci stiamo addentrando in uno dei momenti clou della serata. I Whitechapel entrano in scena e quando Phil Bozeman porta il microfono alla bocca e urla «I bear the number» l’intero Geox risponde «666». L’adrenalina è completamente fuori controllo e sul palco i sei americani iniziano l’assalto frontale. La precisione è chirurgica e il trittico posto in apertura – ‘Prisoner 666’, ‘Hymns in Dissonance’ e ‘A Visceral Retch’ – è un’autentica rasoiata. Il pubblico è presentissimo e accompagna la prova con ripetuti cori ritmati, atti a scandire le parti cadenzate. Ogni qualvolta Bozeman lo chieda, platea e gradinate rispondono con un tripudio di corna alzate sopra la testa. Le luci regalano interessanti coreografie che valorizzano la prestazione dei sei americani. I suoni risultano ben bilanciati, anche se all’inizio le chitarre meriterebbero un po’ di spessore in più. Fronte palco il crowd surfing è a ciclo continuo, con l’effetto di un ripetuto flusso di persone a mezz’aria, mettendo a dura prova la security. Pogo e circle pit si verificano a macchia, ma sono solo dei momenti fugaci. Un dettaglio che sorprende, visto il massacro sonoro messo in atto dai sei ragazzacci. Dopo ‘Bedlam’ il teatro piomba nuovamente nell’oscurità. I presenti rumoreggiano sempre più forte. In sottofondo parte l’interludio ‘Ex Inferi’ e Bozeman irrompe in scena mostrando e indossando la maschera presente nella copertina di “Hymns in Dissonance”. La platea replica con un boato fragoroso. Il cantante posa la maschera e dà il via alla violentissima ‘Hate Cult Ritual’. Le chitarre, intanto, si sono fatte più muscolose e rendono maggiore giustizia al sound dei Whitechapel. C’è da dire che la prestazione del sestetto, seppur maniacale e violentissima, pecca un po’ d’intensità. La performance appare sì apprezzabile e di valore, ma le manca quel quid per fare davvero la differenza. Ci stiamo intanto avvicinando alle battute conclusive dello show. Bozeman invita i fan a omaggiare Humanity’s Last Breath e Shadow of Intent, chiedendo poi un applauso per i Lorna Shore. Esorta infine il pubblico ad autocelebrarsi, dato che una platea così rumorosa è difficile da trovare. Dopo una scaletta interamente incentrata sul platter del 2025, i Whitechapel regalano un po’ di gemme al vetriolo provenienti dal passato, proponendo un trittico pescato dal primo disco. Da questo momento iniziano a muoversi con maggior enfasi sul palco, in particolare Ben Savage, che a più riprese sale sulla pedana rialzata, cercando il contatto con i fan. Lo show in questo modo diventa più caldo e coinvolgente, alzando l’asticella proprio nel finale. La prova dei Whitechapel viene chiusa con la pesantissima ‘This Is Exile’, per la gioia dei presenti. Nel break strumentale la platea si muove all’unisono, a tempo, regalando un momento semplicemente magico. Siamo arrivati alla fine, non c’è più tempo. Sono le 20:45 quando i Whitechapel lasciano il palco, acclamati da un pubblico estasiato.

Setlist:

Prisoner 666
Hymns in Dissonance
A Visceral Retch
Bedlam
Ex Infernis
Hate Cult Ritual
The Somatic Defilement
Devirgination Studies
Prostatic Fluid Asphyxiation
This Is Exile

LORNA SHORE

Il gran momento è sempre più vicino. Sul palco iniziano i lavori per il cambio di scenografia e viene eretta una sorta di sipario per celare i preparativi. Sul telone è raffigurata l’immagine presente nella versione o-card di “I Feel the Everblack Festering Within Me”. Noi siamo leggermente defilati e riusciamo a curiosare. Lo stage si apre ora in tutta la sua grandezza, con la batteria posizionata su una struttura sopraelevata alta circa due metri. Ci sono vari schermi giganti, da cui verranno proiettate le ormai iconiche scenografie dei Lorna Shore. Da dietro le quinte, intanto, Ramos si diverte a giocare con il pubblico. Lancia ripetuti vocalizzi a cui il Geox risponde calorosamente. L’ora X incombe e i presenti sono sempre più agitati e spazientiti. Hanno fame di Lorna Shore. Capiamo che ci stiamo avvicinando all’inizio dello show quando dalle casse dell’impianto parte ‘A Total Eclipse of My Heart’ di Bonnie Tyler. Il ritornello viene cantato dall’intero teatro, generando un’atmosfera magica. E i decibel raggiunti sono propri delle grandi occasioni. A fine canzone l’oscurità cala su Padova e il volume in platea sale alle stelle. Dietro il sipario fanno capolino le prime luci e Ramos vomita sul pubblico l’attacco vocale di ‘Oblivion’. Quando Austin Archey inizia a mitragliare le pelli con il blast beat, il telone viene lasciato cadere, sancendo l’inizio ufficiale dello spettacolo. La prova dei cinque è semplicemente fuori dal comune: precisione, velocità, potenza, aggressività e, soprattutto, tanta intensità. L’assolo di Adam De Micco, poi, è impressionante per qualità e pulizia. Davvero fantastiche le coreografie proiettate sui grandi schermi. Veniamo dapprima avvolti in un mare in tempesta, poi proiettati in un territorio simil lunare. La folla è letteralmente fuori di sé: accompagna con cori ritmati le parti cadenzate e dopo il break centrale è un tripudio di corna alzate. E quando Ramos ne richiede la partecipazione, in risposta ottiene quel «What have we done?» urlato a squarciagola. È tutto magico. I suoni appaiono perfezionabili, con le chitarre che meriterebbero un po’ di corpo in più. È solo questione di un attimo, però. Già dal secondo pezzo tutto si presenta perfettamente equilibrato, con dei volumi educati, di stampo internazionale. Lo show prosegue dando ampio spazio all’ultima fatica, proponendo in rapida successione ‘Unbreakable’ e la spietata ‘War Machine’. Da pelle d’oca sentire il Geox cantare assieme a Ramos il ritornello di ‘Unbreakable’. Le curatissime aperture melodiche presenti nell’ultimo disco portano i fan ad accompagnare con dei vocalizzi i lick melodici di De Micco. Dettagli che confermano lo status di superstar ormai raggiunto dal combo americano. In platea intanto si susseguono pogo e circle pit, con un Ramos capace di aizzare il pubblico come solo i grandi sanno fare. Lo spettacolo continua dando spazio a “Pain Remains”, con la doppietta ‘Sun//Eater’ e ‘Cursed to Die’. Le proiezioni sui grandi schermi continuano a essere efficaci, regalando ambientazioni ad hoc per ogni traccia. La prova dei singoli è sempre più mastodontica, un aspetto che trascina la folla a non lesinare energie, a essere presente come mai fatto prima in serata. Si sollevano ripetuti cori «Lorna Shore, Lorna Shore» in grado di attivare i sismografi di zona, vista la potenza sprigionata. Ramos intanto ringrazia i presenti per il sold out, spiegando che sarà un ricordo che conserveranno per molto tempo, in quanto è difficile trovare una platea più rumorosa di quella patavina. Certo che se suoni con cotale impeto sul palco, è inevitabile che il pubblico sia ai tuoi piedi e viva l’evento con un’enfasi fuori dal comune. Bellissime le parole del cantante dedicate alla security, ringraziata per come si sta prendendo cura di tutti i crowd surfer. E vi possiamo garantire che ce ne sono davvero tanti, di crowd surfer. Da segnalare che in Italia non sono permessi i fuochi in ambiente chiuso. I Lorna Shore optano quindi per i cryo jet, che sul palco fanno comunque la loro figura. Arriviamo in questo modo alla parte centrale dello show, forse il momento dal maggiore impatto emotivo. Arrivano infatti ‘In Darkness’, semplicemente spettacolare, e la sentita ‘Glenwood’, con quel «Can we go back» e «Take me home» urlati da tutto il teatro. Sugli schermi veniamo intanto ammaliati da proiezioni di paesaggi montani in pieno foliage autunnale, quasi a voler dare un colore alla sofferenza espressa nel testo. Tutto è curato nei dettagli: spettacolo puro. Ormai siamo alle battute conclusive dello show. Ramos annuncia l’ultimo pezzo. Il Geox risponde con un clamoroso no, ma quando il cantante spiega che si tratta di una trilogia, i fan non stanno più nella pelle. Ecco quindi arrivare ‘Pain Remains’, per intero. Ramos chiama il circle pit, che divampa in centro platea. Sul palco i Lorna Shore mettono ancora più intensità nell’esecuzione. De Micco e Mike Yager si spostano ripetutamente a fianco della batteria, fino ad aggredire la pedana sopraelevata al limite frontale del palco. Il set è finito, Ramos ringrazia la platea e chiede a tutti di accendere le torce del cellulare, creando un’atmosfera suggestiva. I Lorna Shore salutano il Geox e si ritirano nel backstage. I fan iniziano subito a farsi sentire, invocando a gran voce i propri beniamini. La formazione americana esce subito dopo. Ramos torna in scena e aizza tutti presentando l’ultima canzone in questo modo: «Padua unleash the dragon! This is ‘To the Hellfire’». Impressionante la partecipazione dei presenti, che intonano a gran voce varie parti del testo. Siamo davvero alla fine. I Lorna Shore lanciano plettri, bacchette e setlist alle prime file, ricevono il meritato plauso e salutano un pubblico eccitatissimo. Sono le 22:40: circa novanta minuti di spettacolo. Una prova che ha spazzato via buona parte della concorrenza e che ha sottolineato una volta in più il valore dei Lorna Shore. Ora più che mai il combo americano è presente e futuro della musica dura.

Setlist:

Oblivion
Unbreakable
War Machine
Sun//Eater
Cursed to Die
In Darkness
Glenwood
Prison of Flesh
Pain Remains I: Dancing Like Flames
Pain Remains II: After All I’ve Done, I’ll Disappear
Pain Remains III: In a Sea of Fire

Encore:

To the Hellfire

 

 

CONCLUSIONI

Credo ci sia ben poco da aggiungere a quanto vissuto al Gran Teatro Geox di Padova. Possiamo parlare di una data che, a fine anno, potrebbe rientrare tra i papabili eventi del 2026. Una serata che ha sancito come i Lorna Shore siano ormai in ascesa esponenziale e non è detto che il loro attuale status sia il punto di arrivo, anzi. Molto interessante il pacchetto band messo assieme in questa tournée europea, che ha saputo regalare grande qualità. Molto bene anche la gestione degli spazi all’interno del Gran Teatro Geox, che si rivela una location interessante per i grossi nomi. Ecco, se proprio volessimo essere pignoli, andrebbe forse gestito meglio il parcheggio, in particolare per l’uscita post concerto. Soprattutto per eventi in cui partecipano migliaia di persone. Ma questo è forse più un problema che riguarda il comune di Padova, che l’organizzazione stessa. Il punto che vogliamo sottolineare è però un altro: il ricambio generazionale c’è, è vero, è possibile. Una presenza così numerosa di giovanissimi a un concerto metal non è cosa da tutti i giorni. Riempire una location come il Geox, nel 2026, non è cosa da tutti i giorni. L’universo metal è in evoluzione, bisogna avere il coraggio di approcciarvisi senza paraocchi e uscire dalla classica filosofia del duro e puro per cui solo se underground è vero. I Lorna Shore hanno messo a segno uno spettacolo in grado di annichilire chiunque, conquistando un pubblico sempre maggiore anche grazie a dei testi carichi di contenuti, capaci di descrivere le problematiche di una fetta generazionale. E il fatto che in platea vi fossero ventenni, trentenni, quarantenni e cinquantenni, fa capire quanto sia grande il potenziale di questa band. Noi ci fermiamo qui. L’appuntamento è per il prossimo live. Horns up!

Marco Donè