Recensione: Rise Of The Immortals

Di Ninni Cangiano - 9 Febbraio 2026 - 8:01
Rise Of The Immortals
Band: Hounds
Etichetta: Iron Shield Records
Genere: Heavy 
Anno: 2025
Nazione:
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55

Gli Hounds nascono a Torino nel 2016 come cover band dei Savatage; il loro nucleo iniziale è formato dal chitarrista (anche cantante) Massimo Ventura, dal tastierista Marco De Fabianis e dal batterista Enrico Cairola; ad essi si aggiungono poi altri musicisti e nasce l’idea di comporre musica propria, finita poi nel 2018 nell’EP omonimo. Nel 2020 arriva il debut album “Warrior Of Sun”, disco discreto, ma non eccezionale, edito dalla Punishment 18 Records. A distanza di 5 anni, firmato un contratto con la tedesca Iron Shield Records, ecco il secondo LP “Rise Of The Immortals”, uscito in edizione limitata a sole 500 copie, dotato ancora una volta di artwork non proprio esaltante (i soliti guerrieri nordici, tra l’altro nemmeno disegnati benissimo) e composto da sole 7 canzoni per la durata totale di quasi 43 minuti. La registrazione alquanto old-style che zavorrava il debut album è abbastanza migliorata in questo secondo full-length, ma si potrebbe ancora far meglio (soprattutto per la batteria). Continua a non convincermi la voce di Massimo Ventura, un’ugola sporca ed acida non delle più esaltanti, che mi sembra anche un po’ monotona; il vocalist si limita ad urlare tutta la propria rabbia ed anche quando cerca di essere più moderato (come nella terza traccia), non esalta più di tanto. Dispiace dirlo, ma forse sarebbe meglio che il buon Massimo si dedichi esclusivamente alla sua chitarra (con la quale è splendido protagonista!) e lasci il microfono a qualche vocalist con cui madre natura è stata più generosa. Accanto alla chitarra di Ventura (unica rimasta per l’uscita del secondo chitarrista Alessandro Zelferino, rimpiazzato solo dopo la pubblicazione del disco da Simone Galasso), anche le tastiere di De Fabianis sono piacevoli protagoniste (bello l’assolo “simonettiano” in apertura della title-track!), mentre la sezione ritmica con Paparesta al basso e Cairola alla batteria dà ritmo, sostanza e spessore al sound. Quasi tutte le canzoni hanno minutaggi importanti, segno che il songwriting non è dei più concisi e forse, in alcuni casi, risulta leggermente prolisso. Nonostante ciò, quando il ritmo è più sostenuto, le canzoni risultano musicalmente convincenti, anche se la traccia migliore è poi quella “Lohengrin” che è tra le meno frizzanti, oltre ad essere la più breve a livello di minutaggio e l’unica strumentale (l’assenza di Ventura al microfono è purtroppo determinante in tal senso). Non mi ha convinto, invece, la già citata terza traccia “A.O.R. (All Out Running)”, un po’ troppo banale e ripetitiva, nonché più vicina allo US-metal di gente come Heir Apparent o Savatage; anche “Still Believe” può essere paragonata a questi gruppi americani, ma è indubbiamente più convincente, grazie anche a linee melodiche azzeccate. In conclusione, gli Hounds con questo “Rise Of The Immortals” fanno qualche passo avanti rispetto al loro debut album, anche se permangono dei problemi, legati principalmente ad un songwriting un po’ eccessivo e ad un cantato non proprio esaltante, che permettono loro solo di avvicinarsi alla sufficienza, senza però raggiungerla. La passione è evidente, le capacità dei vari musicisti anche, aspettiamo il prossimo disco con la speranza che sappiano far ancora meglio di così!

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