Recensione: The Monarch
Con “The Monarch” gli Shardana mettono a fuoco una scrittura più matura e consapevole, fatta di un classico blackened death dalle forti caratteristiche melodiche, che determina un equilibrio tra aggressione, melodie portanti e un gusto epico/oscuro che costituisce la loro firma.
Sul piano del songwriting, l’approccio è molto concreto: la musica viene prima e determina atmosfere e dinamiche di un certo spessore, riuscendo così a dar vita a brani compatti e coerenti, pur muovendosi tra registri differenti: più marziali, più solenni o più atmosferici. Ma mentre questa eterogeneità spesso determina incoerenza, qui, complice anche un bel approccio catchy melodico, il disco scorre bene. È interessante anche un altro aspetto, quello del cantato: la scelta linguistica rientra nella costruzione dell’identità. Alternare inglese e sardo campidanese non è ornamentale, ma serve a dare enfasi ai passaggi più legati alla propria terra e a ribadire una connotazione forte (con la rivendicazione del sardo come lingua, non “dialetto”). Questo modo di approcciare sta diventando sempre più un elemento di certificazione di qualità underground, una nuova frontiera difficile da maneggiare musicalmente, per alcuni ostica, ma che rappresenta la frontiera della nuova arte metal estrema, dove ormai la carenza di idee stava decisamente portando a un appiattimento anche del settore underground.
Il disco non è un concept “rigido”, ma è unito da un filo conduttore che rende organica l’esperienza: “il Monarca” è il Tempo, figurato anche dall’artwork, e i testi ruotano attorno alla lotta umana contro qualcosa di inevitabile. Questa cornice dà senso alla varietà di atmosfere senza obbligare l’album a seguire una trama lineare, in piena coerenza con il songwriting prima citato: è più una chiave di lettura che tiene insieme riferimenti e suggestioni diverse sotto un’unica idea forte.
Sul fronte produzione, registrazione e mix avvengono in casa (con coproduzione), mentre il mastering è affidato a Brad Boatright (Audiosiege, Portland), scelta che contribuisce a dare al suono finale maggiore solidità e “spinta” senza perdere definizione, così come affermato dalla band.
Nel complesso, “The Monarch” funziona perché la band riesce a trasformare radici e immaginario in architettura musicale: riff e ritmiche restano incisivi, ma vengono sempre governati da melodie, dinamiche e atmosfere che tengono il disco compatto e riconoscibile. È anche un album esclusivo, di spessore culturale, con un ideale e uno stile che comunicano potenza, sì, ma soprattutto una direzione: identitaria, curata e abbastanza ambiziosa da reggere anche fuori dal contesto locale. Se la band riuscirà a rendere ancora più unico il proprio stile compositivo, creando qualcosa di ancora più creativo, inaspettato, ardito ed esclusivo, allora saremo di fronte a qualcosa di davvero importante.
