Intervista Austen Starr

Con “I Am The Enemy” Austen Starr firma un buon debut discografico, non esattamente definibile come un capolavoro ma, di certo di quelli che non passano in punta di piedi, ma cercano di entrare dalla porta principale del rock contemporaneo. Magari facendo cadere un po’ di vetri infranti lungo il corridoio.
Un album che gioca di equilibrio tra melodia a presa rapida e una certa ruvidità di fondo, con il piede ben piantato nella tradizione e l’altro pronto a spingere verso una dimensione più moderna e personale.
Dietro a questi undici brani c’è una storia fatta di ansie, contraddizioni e quella sana dose di autoironia che Austen non nasconde né nei testi né nel modo in cui si racconta, capace di trasformare fragilità molto umane in un racconto sonoro credibile.
In questa chiacchierata proviamo a conoscere meglio la persona dietro la voce, il rapporto con i “nemici” – interiori e non – che popolano il disco e il percorso che l’ha portata a mettere letteralmente la propria vita nelle nostre mani, premendo “play” su “I Am The Enemy”.

Intervista a cura di Fabio Vellata
Ciao Austen, sono Fabio Vellata di www.truemetal.it, è un piacere avere l’occasione di intervistarti!
Complimenti per il tuo disco d’esordio, ci sono alcuni brani davvero interessanti…
Grazie mille!!!
Partiamo dall’inizio: qual è stato il momento esatto in cui “I Am The Enemy” ha smesso di essere un’idea vaga e hai capito che sarebbe diventato il tuo vero debutto, con il tuo nome in copertina e tutte le carte in tavola?
Credo che abbia iniziato a diventare reale quando Frontiers ha annunciato il mio arrivo su Instagram come nuova artista sotto contratto.
In effetti non sono ancora del tutto con i piedi per terra, mi sembra tutto un sogno delirante, haha.
L’album è stato descritto come “una vita intera in divenire”: quanta parte della tua storia personale, delle tue battute d’arresto e dei tuoi “nemici interiori” è davvero finita in questi brani, e quanta invece è finzione costruita per dare più impatto ai testi?
Ho dato molti scorci su quella che è la mia storia, le mie difficoltà e i miei “nemici interiori”, ma in realtà credo di essermi trattenuta parecchio su questo album – cosa che potrebbe sorprendere – per restare comunque “digeribile” e accettabile al pubblico…
“Medusa”, “Remain Unseen” e “All Alone” sono i brani che posso indicare come più fittizi,inventati mentre tutte le altre canzoni parlano di qualcosa che ho vissuto e che pensavo potesse risultare riconoscibile per chi ascolta.
“Until I See You Again” è probabilmente il punto in cui mi metto più a nudo.
Il disco viene presentato come un incontro tra sonorità contemporanee e hard rock più tradizionale, con paragoni che vanno dagli Halestorm alle The Warning. Quando ti guardi allo specchio, musicalmente parlando, quanto ti senti figlia del presente e quanto invece allieva della scuola classica?
Sono eternamente bloccata alla fine degli anni Duemila, haha.
Credo comunque di propendere un po’ di più per il lato “moderno” e il fatto di avere Joel (Hoekstra nda) come co‑autore ha portato dentro anche una certa energia del classic rock.
La title track “I Am The Enemy” è un biglietto da visita piuttosto grintoso. Quanto è rappresentativa del resto dell’album e in che modo gli altri brani si divertono a spiazzare chi si aspetta solo riff e muscoli?
Be’, se cerchi solo shred alla maniera di Hoekstra resterai deluso. Joel ha mantenuto gli assoli di chitarra molto essenziali, perché è ciò che le canzoni richiedevano.
“I Am The Enemy” è il brano che spinge di più verso il pop e, pur non definendolo esattamente una “falsa pista”, sull’album ci sono diversi livelli di “pesantezza” che spesso si allontanano dalla brillantezza di “I Am The Enemy”.
Ci sono sicuramente anche altri episodi a tinte pop, ma ci sono anche pezzi come “Get Out Alive” ed “Effigy” che possono garantire, per così dire, la giusta dose di “riff e muscoli”.
Hai lavorato fianco a fianco con Joel Hoekstra, che nel mondo dell’hard rock è tutto fuorché un esordiente. Com’è stato passare dal “sognare certi nomi in copertina” ad averli realmente in studio, a discutere di arrangiamenti e parti di chitarra sui tuoi pezzi?
Paradossalmente, i musicisti dell’album non si sono mai trovati tutti nella stessa stanza, e nemmeno io ero con loro.
Ho registrato le voci a nord di Boston, in Massachusetts. Joel ha registrato le chitarre mentre era in tour con gli Accept.
Chris vive a Las Vegas, Steve era in tour con Avril Lavigne e Chloe stava registrando in giro per il mondo.
Detto questo, è incredibile che questi musicisti abbiano trovato il tempo, all’interno di agende infinitamente piene, per suonare sul mio album di debutto!
Sono davvero grata a tutti loro. È pazzesco vedere i loro nomi nei crediti del disco!

A livello pratico, come funzionava davvero la scrittura dei pezzi: arrivavi con canzoni già strutturate e Joel si occupava di “vestirle”, oppure partivate da riff, linee vocali, piccole scintille da far esplodere insieme?
Le uniche due canzoni che avevano già una bozza erano “Medusa”, che esisteva da diversi anni ed è il demo che ho fatto ascoltare per primo a Joel. E poi “Read Your Mind”, che è una delle idee cui Joel aveva iniziato a lavorare già in precedenza.
Per il resto, Joel ha lavorato partendo da una playlist che mi ha chiesto di preparare con le “canzoni che avrei voluto scrivere io”, per farsi un’idea dei suoni e delle atmosfere con cui volevo sperimentare.
Mi mandava delle tracce guida di chitarre e alcune melodie, io aggiungevo i testi e le melodie che mancavano, poi passava tutto a Chris, che aggiungeva basso e batteria.
Ho registrato le voci definitive soltanto su basso, batteria e chitarre guida e ho rimandato tutto a Chris.
Joel ha inciso le chitarre in versione definitiva e quello che avevamo è stato inviato a Steve e Chloe. Chris ha ricevuto tutte le parti, le ha mixate e ha co‑prodotto il disco insieme a Joel, e così abbiamo creato l’album.
Nel brano “I Am The Enemy” c’è tutto questo rincorrersi di di sensi di colpa, proiezioni e cambi di ruolo tra vittima e carnefice. Quando scrivi, ti interessa di più raccontare la tua verità o lasciare consapevolmente delle zone grigie in cui chi ascolta possa proiettare a modo suo la propria storia?
Scrivo principalmente per elaborare quello che sto vivendo e spesso questo risulta condivisibile per altre persone.
Per questo album ho cercato la riconoscibilità, ma sempre filtrata attraverso ciò che ho vissuto.
Spero davvero che gli ascoltatori possano trovare i propri significati in queste canzoni, che coincidano o meno con ciò che volevo raccontare io, anche se ho usato termini molto specifici, legati alle mie situazioni, che ancorano la storia alla mia esperienza personale.
È qualcosa che ho sempre riscontrato anche nelle canzoni altrui: riesco a trovarci un appiglio, anche quando la loro storia è molto specifica.
Oggi il rock è pieno di figure femminili forti, ma “forte” viene spesso confuso con “urlato”. Tu dove ti collochi tra vulnerabilità, rabbia e quella punta di autoironia che emerge anche dal modo in cui ti presenti online?
Credo di essere contemporaneamente solo felice di essere qui e al tempo stesso non troppo sicura di meritarmelo.
Sono entusiasta e grata per questa opportunità, pur convivendo con la sensazione di non meritarla davvero.
L’autoironia è un sottile velo che copre una forte mancanza di autostima…
Arrivi a questo debutto dopo anni di gavetta e di vento contrario. Qual è stato l’ostacolo meno “musicale” ma più concreto che hai dovuto superare per arrivare fin qui, e che cosa ti ha impedito di mollare quando sarebbe stato molto più semplice chiudere tutto in un cassetto?
L’ostacolo più grande, di gran lunga, è stata la mia scarsa fiducia in me stessa e la convinzione sincera di non essere all’altezza di fare nulla di tutto questo.
Quello che mi ha impedito di arrendermi è stata l’opportunità di inseguire un sogno che coltivo da quando ero bambina, un’occasione che avrei potuto non avere mai più.
Nel corso del viaggio ti sei mai sentita davvero “il nemico” di te stessa, della tua carriera o delle aspettative degli altri, come suggerisce il titolo, o è più un ruolo in cui entri per raccontare un certo tipo di storia?
Oh, sono al 100% la mia nemica.
Dai vari comportamenti disfunzionali alle acrobazie mentali a livello olimpico, è la mia stessa mente a frenarmi più di qualsiasi altra cosa.
Nel video di “I Am The Enemy” se ne vede una parte, con un lato di me entusiasta all’idea di fare musica e l’altro letteralmente rinchiuso in un istituto psichiatrico proprio per questo.
“In Enemy” in questo caso è la mia persona musicale.
Mi dà una gioia immensa e, allo stesso tempo, enormi difficoltà.
Frontiers sta puntando molto su dischi che uniscono una forte impronta melodica a un’attitudine rock. Che tipo di responsabilità senti nel lanciare la tua carriera con un’etichetta così strettamente identificata con il genere e quanto spazio vuoi lasciare alla possibilità di cambiare pelle nei prossimi lavori?
Credo che questo album sia piuttosto valido sul piano della versatilità, perché lascia molte porte aperte in base ai diversi paesaggi sonori e sottogeneri esplorati lungo la scaletta.
Per me basta che ci sia sempre un certo margine di “spigolosità”.
Penso anche che Frontiers abbia voglia di ampliare il proprio pubblico e forse posso aiutarli portando dentro sensibilità più moderne accanto al suono classic rock a cui i loro ascoltatori sono abituati.
Se dovessi scegliere una sola canzone di “I Am The Enemy” da far ascoltare a qualcuno che di solito non segue il rock, per convincerlo a darti una chance, quale sceglieresti e perché proprio quella, al di là dei singoli già usciti?
Non so se riesco a rispondere!
L’album offre parecchie possibilità diverse a chi ascolta, a livello stilistico, e penso che qualsiasi brano potrebbe agganciare una nuova persona, se la scelta fosse calibrata sulla sua personalità e sui suoi gusti.
Chiudiamo con una domanda per collezionisti: tra i dischi che ti hanno accompagnata sulla strada verso questo debutto, qual è quello che non presteresti mai a nessuno per paura di non rivederlo più, e in che modo pensi che abbia lasciato un segno – visibile o nascosto – da qualche parte dentro questo tuo album?
Non credo che un album in particolare abbia davvero influenzato questo lavoro; tutti i brani sono molto diversi ma orbitano attorno al mondo pop‑punk dei Duemila.
Detto ciò, due canzoni in particolare sono state decisive per aiutarmi a portare a termine il disco: “Letterbomb” dei Green Day. Il verso “It’s not over ‘til you’re underground” è sempre stato fonte di ispirazione per me. E “Famous Last Words” dei My Chemical Romance: “I am not afraid to keep on living / I am not afraid to walk this world alone”… oltre al caos totale delle riprese di quel video e al modo in cui la band ne è uscita.
È stato un piacere, grazie per il tuo tempo e in bocca al lupo per tutto!
Grazie a te, e grazie per avermi intervistata!
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