Recensione: Temple Balls
I Temple Balls sono una band finlandese artefice di un hard rock, fatto di brani energici, melodie suadenti e ritornelli esplosivi. Quel genere di musica dalle forti radici americane, ma che da un po’ di tempo è diventato sempre più di casa nel vecchio continente, già base di partenza per H.E.A.T, Crazy Lixx, Eclipse, Kissin’ Dynamite e Reckless Love.
Dopo il debutto discografico nel 2017 con “Traded Dreams”, i Temple Balls hanno iniziato una costante parabola ascendente, con riscontri particolarmente positivi nella nativa Finlandia ed in Giappone, riuscendo ad aprire gli spettacoli per nomi come Sonata Arctica, Queen, Deep Purple, Battle Beast ed Uriah Heep.
Nel 2021, la band ha firmato per la Frontiers, con la quale ha realizzato gli album “Pyromide” e “Avalanche”, raccogliendo ulteriori consensi di pubblico e critica, divenendo così una delle realtà più promettenti della scena scandinava.
Ora, i cinque musicisti, che rispondono ai nomi di Arde Teronen (voce), Jimi Välikangas (basso), Jiri Paavonaho (chitarra), Niko Vuorela (chitarra) ed Antti Hissa (batteria), sono pronti a tornare con il nuovo lavoro auto-titolato. Disponibile dal 14 febbraio, l’omonimo album dei Temple Balls pare confermare lo stato di grazia del combo finlandese, che si fa trovare pronto tornando sulla piazza con una serie di nuovi brani freschi ed ispirati.
Già con l’opening “Flashback Dynamite” ci troviamo di fronte ad un hard rock trascinante, che fin da subito ci travolge con un riff impetuoso, prima di confluire nel ritornello esplosivo. Il pezzo irradia energia ad ogni nota, ed è difficile rimanere indifferenti alla carica che viene trasmessa. La band parte con il piede giusto e continua a mantenere lo slancio anche con la selvaggia “Lethal Force”, una traccia bella tirata con una chitarra dal suono deciso che non lascia scampo per nessuno.
Le temperature restano elevate anche sulla seguente “Tokyo Love”, con un efficacissimo refrain che apre a soluzioni più orecchiabili. Il brano parrebbe voler rendere omaggio al Giappone, dove i cinque finlandesi hanno riscosso diversi consensi. Ma d’altronde, il suolo nipponico è sempre stato terreno fertile per gente come Europe, Def Leppard e Firehouse, ai quali ora sembrano destinati ad aggiungersi anche i Temple Balls.
I richiami e le citazioni ad artisti noti del genere sono onnipresenti, creando una ricetta che non avrà difficoltà a fare la gioia di tutti quelli alla costante ricerca di ritmi pulsanti, hook orecchiabili e cori anthemici.
L’album funziona e scorre via molto bene, con la band che pare divertirsi a sua volta, apparendo davvero coinvolta in quello che fa. “Hellbound” svela un volto decisamente più heavy rispetto alla media, con una sezione ritmica solida e le chitarre di Paavonaho e Vuorela che formano un autentico fuoco di sbarramento.
Ancora una traccia ad alta tensione con “There Will Be Blood”, con dei campionamenti elettronici a fare da contorno al ritmo galoppante della canzone, mentre “The Path Within”, pur mantenendo comunque una struttura corposa, evidenzia certe soluzioni più melodiche di natura AOR.
Il basso di Jimi Välikangas si erge a protagonista sulle prime fasi di “We Are The Night”, un rock alla Def Leppard che, però, non pare lasciare particolarmente il segno. Il brano, in sé, non denota particolari lacune, ma non passa inosservato il fatto che effettivamente corra con un po’ meno giri degli altri. Molto probabilmente, paga solamente il pegno di essere un pezzo un po’ più ordinario in mezzo a una serie di composizioni vincenti.
Il disco scivola in modo piacevole con le belle melodie di “Stronger Than Fire”, mentre si torna ad aumentare il numero delle battute con la robusta “Chasing The Madness”. Adrenalina e melodie viaggiano appaiate anche su “Soul Survivor”, mentre “Living In A Nightmare” chiude questo lavoro in modo raffinato con un pregevole class metal dall’andamento teso.
Un disco davvero riuscito quello appena ascoltato, con cui i Temple Balls possono continuare la loro corsa che, al momento, non pare destinata a fermarsi. La band di Oulu si conferma ancora una volta abile nel comporre canzoni che si mantengono, più o meno, tutte su ottimi livelli.
Da notare che fra le undici composizioni non figura nemmeno una ballad, che solitamente parebbero essere quasi di rigore in lavori di questo tipo. Scelta probabilmente dettata dalla volontà di non voler fare niente di studiato a tavolino o seguendo copioni prestabiliti, facendo così del disco, un prodotto veramente spontaneo. In parole povere, se manca un lento è per il semplice motivo che ai Temple Balls non andava di farlo.
In definitiva, ci troviamo di fronte a un lavoro vivace e coinvolgente, un altro tassello che va ad aggiungersi alla discografia di livello fin qui realizzata dai Temple Balls, con un risultato finale che va nuovamente a premiare la band finlandese.
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