Intervista Temple Balls (Jiri Paavonaho)

Un nuovo inizio per i finlandesi Temple Balls. Un disco omonimo che sa di ripresa e di un tentativo di rimettersi in piedi dopo la tragica scomparsa del chitarrista Niko Vuorela, sconfitto dal cancro proprio sul finire dell’anno appena trascorso.
Un velo di tristezza che compare di tanto in tanto anche in questa intervista che ci ha concesso l’altro axeman della band, Jiri Paavonaho, orgoglioso del nuovo corso intrapreso dalla band, ma ugualmente ancora scosso dalla fresca perdita di un caro amico.

Intervista cura di Fabio Vellata
Ciao Jiri, benvenuto su Truemetal.it. Sono Fabio Vellata, è un piacere averti qui…
Allora, quinto album, omonimo, con un’uscita simbolica fissata per il 13 febbraio… in che modo senti che questo “Temple Balls” rappresenti oggi l’essenza più autentica della band rispetto ai dischi precedenti?
Ciao Fabio! Ah, sì, è proprio un venerdì 13, non ci avevo neanche fatto caso prima. Penso che il nuovo album prosegua il percorso tracciato dai due dischi precedenti, ma detto questo credo che sia davvero una dichiarazione di intenti su ciò che è questa band.
Siete nati a Oulu, nel freddo nord finlandese, eppure la vostra musica sprigiona calore, sudore da palco e hard rock ad alto tasso ottanico: quanto conta oggi la vostra città d’origine nel modo in cui scrivete, provate e vivete la band nella vita di tutti i giorni?
Oulu è la base e la radice del gruppo. Ci siamo sempre identificati come una band di Oulu, quindi per noi è naturale. E poi ci distingue davvero dalla “scena di Helsinki”, per così dire….
Quinto album e, ancora una volta, la stessa line-up: in un’epoca di cambiamenti continui, quanto è stata cruciale questa stabilità personale per arrivare a un lavoro maturo e compatto come il nuovo disco, sia in studio sia sul palco?
Prima di tutto, grazie per le belle parole. Come dicevo prima, con “Pyromide” abbiamo davvero trovato la nostra formula per scrivere i brani. La line-up è rimasta la stessa da allora, e ormai ci conosciamo talmente bene che possiamo quasi indovinare cosa sta pensando l’altro.
Temple Balls” arriva dopo anni di crescita costante, tour importanti e una reputazione sempre più solida: se doveste scegliere un momento preciso in cui avete capito di avere davvero “alzato l’asticella”, quale sarebbe e perché?
Ancora una volta torniamo a “Pyromide”. I primi due dischi – pur piacendomi entrambi – oggi sembrano quasi dei lavori preparatori rispetto ai successivi. Ho la sensazione che sia stato quello il momento in cui l’asticella si è alzata.»
La tracklist alterna brani a tutto gas e momenti più atmosferici: c’è una canzone che considerate il manifesto perfetto di questo nuovo capitolo dei Temple Balls, quella che fareste ascoltare a chi non vi ha mai sentito per spiegare chi siete nel 2026?
Direi “There Will Be Blood”, credo che racchiuda davvero l’essenza della band nel 2026. Riff potenti e un ritornello che ti si pianta in testa.
Nel vostro hard rock si sentono chiaramente radici classiche, ma anche una produzione moderna e una forte sensibilità melodica: quando scrivete vi sentite più debitori della tradizione, o più spinti a decostruirla e ricostruirla a modo vostro?
Alla fine dei conti, direi che pendiamo decisamente più verso il lato tradizionale. I brani, come struttura, sono piuttosto semplici, ma il punto in cui puoi davvero brillare è nelle melodie. Ehi, se lo chiamano “hook” un motivo c’è!

La scelta di pubblicare un album omonimo al quinto capitolo della vostra storia è piuttosto intrigante: è una sorta di “nuovo debutto”, una ripartenza, oppure il consolidamento definitivo di ciò che i Temple Balls sono diventati finora?
«Definirlo un consolidamento definitivo avrebbe decisamente senso. Ma poi, considerando quello che è successo lo scorso autunno con la scomparsa del nostro amato fratello Niko, ha avuto ancora più senso optare per un album omonimo.»
Ammetto di aver tentato volutamente di evitare un argomento che so essere molto doloroso…tuttavia “Soul Survivor” è il brano che avete indicato come vero punto di partenza per la scrittura del nuovo album e affonda nello sguardo interiore e nelle “basi della mente umana”: una volta sul tavolo, in che modo quella canzone ha influenzato il mood generale e la direzione dei testi del disco?
Beh…è stata il vero kickstart dell’intero processo. Dal punto di vista lirico, in realtà, i brani coprono un ventaglio piuttosto ampio di temi. Il demo suonava già così bene che ha fatto partire la macchina.
A livello personale, entrando in studio per questo album omonimo, avete di certo percepito tutto come un qualcosa che vi ha messo molto alla prova, a livello tecnico, di scrittura e certamente emotivo. Di cosa, oggi andate particolarmente fieri a lavoro finito?
Non ricordo se all’inizio delle registrazioni fossimo già convinti al 100% dell’idea dell’album omonimo, potrei anche sbagliarmi. Di sicuro però, dopo la scomparsa di Niko, è forte l’emozione nel sapere che è riuscito a portare a termine tutto, realizzando le sue idee e le sue canzoni…
Il nuovo album omonimo sembra spingere il vostro marchio di fabbrica – l’hard rock ad alta energia – in una direzione più personale e rifinita, con grande attenzione a cori da stadio e dinamiche aperte: in studio, quali scelte concrete avete fatto in termini di arrangiamenti, suoni o produzione insieme a Jona Tee per arrivare a questa versione “più grande e più tosta” dei Temple Balls?
Di solito gli arrangiamenti restano più o meno quelli dei demo, Jona ogni tanto lancia qualche idea qua e là, ma è un re delle melodie ed è davvero un maestro nel suo campo. Inoltre ha curato anche il mix dell’intero album, e finora nessuno ha avuto nulla da ridire sul suono, anzi, è stato il contrario.
Dal Giappone all’Europa dell’Est, passando per i tour in patria: quanto hanno influito le vostre esperienze on the road sul suono di questo disco e sul vostro modo di vivere il rapporto con il pubblico, soprattutto nei brani nuovi?
Sicuramente tutti i tour e i concerti ci hanno resi un’unità molto affiatata. Cerchiamo di portare l’energia dei live in ogni album, e finora direi che ci siamo riusciti piuttosto bene…
Se pensate a un giovane fan che scopre “Temple Balls” come suo primo album dei Temple Balls, quale messaggio – esplicito o nascosto tra le righe – vi piacerebbe che cogliesse dai testi e dall’energia dei nuovi brani?
“Gimme blood, there will be blood” – perdi la testa e fai rock al massimo volume con questo album!
Oggi molte band hard rock sembrano concentrarsi soprattutto sul singolo da playlist, mentre voi continuate a ragionare in termini di album, con un filo conduttore molto preciso: qual è stato il vostro approccio alla scaletta e al bilanciamento tra immediatezza e profondità di ascolto?
Siamo cresciuti in un’epoca in cui contava soprattutto l’album, non tanto i singoli, e credo che venga tutto da lì. Per quanto riguarda l’ordine dei brani, cerchi semplicemente una sequenza in cui il disco funzioni come un tutto equilibrato.
Guardando oltre il 13 febbraio, come immaginate il ciclo di vita di “Temple Balls”: c’è già una canzone che “vedete” come futuro cavallo di battaglia dal vivo, o un sogno nel cassetto legato a tour, collaborazioni o palchi dove vorreste portare questo nuovo capitolo?
In questo momento siamo concentrati soprattutto sulla promozione dell’album, non tanto sui concerti.
Credo che possiate capire il perché…
Immaginate di avere un giorno libero in tour, niente interviste, niente soundcheck: come trascorrono la giornata i Temple Balls lontani dal palco, tra rituali, hobby segreti e piccoli piaceri proibiti che non confessereste mai ai fan?
In realtà non abbiamo veri e propri “piaceri proibiti”, finiamo per lo più a goderci una birra… o magari anche dodici, nei giorni di pausa, ahah…
Nel vostro hard rock si respira una forte energia da “party band”, eppure venite da una terra fredda e introversa: quando rimanete solo tra di voi dopo un concerto, siete più da silenzio finlandese e sauna, o da aftershow infiniti e storie imbarazzanti da censurare nel tour successivo?
Sì, cerchiamo di portare la festa sul palco. Ma abbiamo avuto anche la nostra buona dose di aftershow party. Non ha senso vergognarsi: di solito gli altri non ricordano comunque troppo bene quello che potrebbe essere successo, eheh…
Grazie di cuore per il vostro tempo e per aver risposto alle mie domande. Vi auguro davvero il meglio per tutto e spero di rivedervi presto…
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