Recensione: The Killing Streets

Di Giovanni Picchi - 24 Febbraio 2026 - 11:00
The Killing Streets
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I No Worth of Man provengono dal sud-est dell’Inghilterra e sono in attività dal 2016. Finora hanno pubblicato solo due EP e qualche singolo e giungono quest’anno al debutto su full-lenght con questo “The Killing Street”, che altro non è che la ripubblicazione dell’EP del 2024 “What’s Your Damage?” (con le canzoni “Into the Dirt”, “The Hands Resist Him”, “An Unpaintable Soul” e “Mondo Decay”) con l’aggiunta di una nuova versione di “Kill of Gold” (estratta dal primo EP del 2017 “Initium Novum”) e quattro nuove tracce, ossia “Those of Our Kind”, “Death Reflections”, “Alarmus” e l’opener “I Defy”, per un totale di circa 35 minuti di durata. L’album è stato mixato e registrato nientepopodimeno che da Friederick Nordstrom (Arch Enemy, In Flames, Dark Tranquillity) e si presenta al grande pubblico con molte ambizioni, riscontrabili già a partire da qualche foto promozionale che li ritrae in ambigue pose da Rambo con tanto di fucili a tracolla: questo non sta a significare che siano degli improvvisati guerrafondai, ma è strettamente collegato alla trama che fa da sfondo ai loro testi, un concept ambientato in una distopica Miami del 1985 infestata dai vampiri e che solo un manipolo di uomini coraggiosi e pronti a combattere, i No Worth of Man appunto, potranno annientare.
L’etichetta indipendente Brutal Records ce li presenta come un gruppo dalle più disparate influenze stilistiche: brutal metal (sic!), modern metal, metalcore, thrash, death, groove, extreme…un po’ tutto insomma, ma alla fine anche un po’ niente, in quanto la band inglese propina in fin dei conti un metalcore di base, semplice e senza particolari fronzoli con canzoni che sono abbastanza lineari (o almeno lo sembrano…), caratterizzate dal suono della chitarra di Alex Punchard che si avvicina più al thrash metal moderno che alle accordature ribassate tipiche del death-core, a cui si accompagnano i veloci arpeggi del basso, anche questo suonato dallo stesso Alex, e scevre di parti soliste o di lunghe digressioni musicali; le ritmiche si attestano su tempi medi o addirittura rallentati, per cui i tipici breakdown del genere, seppur onnipresenti, vengono sminuiti e resi innocui dalla stessa struttura monolitica e perennemente cadenzata delle canzoni, mentre il cantato di Peter Gale si esprime con un growl non molto profondo e direi abbastanza intellegibile ma caratterizzato da una certa ripetitività nelle soluzioni, per cui ogni canzone presenta la medesima impostazione vocale, soprattutto nell’estensione del growl ad ogni fine verso. Per questo motivo i pezzi risultano poco dinamici e alla lunga monotoni se includiamo il fatto che sono privi anche dei ritornelli melodici tipici del metalcore, che in questo caso avrebbero giovato e non poco al songwriting.
Alla fine dei conti le canzoni stesse risultano quasi tutte simili tra loro e non brillano nemmeno per originalità, dando l’impressione che sia un’unica composizione per tutto il disco. I momenti più salienti sono condensati, a mio avviso, nella seconda parte dell’album, come in “Death Reflections” ma soprattutto nelle ultime tre canzoni, ossia “The Hands Resist Him”, “An Unpaintable Point” e la riarrangiata “Kill of Gold”, in cui si notano un songwriting più vario, incisivo e maggiormente coinvolgente anche grazie all’uso più sapiente di qualche accelerazione e soprattutto al lavoro incessante e preciso della batteria del pur bravo Gareth Lucas, che fa di tutto per dare un tocco in più di aggressività e di buona tecnica all’insieme. Una certa staticità compositiva e ripetitività caratterizzano invece la prima sezione del disco: l’opener “I Defy”, l’ossessiva “Those of Our Kind”, le abbastanza canoniche “Into the Dirt” e “Mondo Decay”, quest’ultima presentata anche come singolo accompagnato da un videoclip, presentano costantemente le stesse soluzioni a base di riff sporchi e pesanti ripetuti all’infinito che le fanno somigliare una all’altra, prive di quei grossi scossoni che possano trasmettere qualche emozione particolare.
In conclusione è un disco che non mi ha particolarmente attratto ma il mio giudizio rimane strettamente connesso alla tecnica, all’originalità, al songwriting e alla produzione, oltre naturalmente ai gusti personali. A mio avviso, pertanto, l’album in questione potrebbe interessare ad un pubblico giovane, maggiormente avvezzo a questo tipo di sonorità, che ama sia il death-core, sia un certo tipo (perché no) di brutal-death metal, ultimamente molto in voga nelle band estreme più giovani, e anche per i fans di Sylosis, Wage War, Veil of Maya, Lamb of God, Machine Head e Soulfly.
Gli altri possono starne tranquillamente alla larga.

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