Recensione: Blue Ocean
Dopo dodici anni da “Kkokdugaksi” i folk metallers sud coreani Gostwind ritornano nel 2025 con l’album “Blue Ocean”. Prosegue quindi il loro cammino, impreziosito da linee vocali in coreano ispirate al pansori, nonché melodie e strumenti tradizionali locali. Qui leggerete la nostra opinione.
Una contestualizzazione
Come nel precedente album, pure in “Blue Ocean” è presente l’accoppiata haegum e daegum – rispettivamente strumento tradizionale ad arco ed a fiato – che portano un lato ruvido e tagliente alle variegate espressività. Al microfono troviamo ancora una volta la cantante Gim Ran, se vogliamo una voce più “leggera” e luminosa nell’impostazione, rispetto alla precedente cantante Wang Hae Kyoung, drammatica e scura.
La parte metal della nuova opera pare combinare la modernità di “Korean Rd” (2006) ed il lato tecnologico e sperimentale dell’esordio “10,000 Years Ago” (2005).
La recensione di “Blue Ocean”
L’album si compone di otto tracce per una durata complessiva di quasi trenta minuti che scorrono intensi nell’ascolto. Sono tracce di media durata, stratificate e ricercate nello stile, che dal folk sud coreano sfiorano talvolta in suggestioni europee. Si veda a tal proposito la validissima ed austera “The Mountain King”, cover di “In the Hall of the Mountain King” di Edvard Grieg, ma anche la fantastica “Libera Me” con rimandi al pezzo omonimo di Giuseppe Verdi.
Parlando di quanto meglio può offrire “Blue Ocean” è impossibile on nominare la title-track, la già citata “Libera Me” e “Steady Speed”. Il primo è un brano di impatto puro, una hit con il suo refrain turbinante, senza compromessi eppure pieno di classe. Decisamente più tragica la progressione di “Libera Me”, rischiarata da un poderoso spirito reattivo che si eleva a livello spirituale. “Steady Speed” sorprende invece con la sua ariosità tecnologica e scintillante, ma estremamente energica ed ipnotica.
Il resto delle tracce sono tra il valido ed il molto buono di per se, specie “Shadow” con le sue tonalità in bilico tra Led Zeppelin e Black Sabbath. L’unico brano che risulta inferiore in termini qualitativi – sia di produzione che composizione – è “Black Panther”, un pezzo carino ma debole rispetto agli altri.
Si può dire che la voce della cantante valorizza – ed è valorizzata – maggiormente in pezzi che seguono l’epicità di “Judgement Day” da “Kkokdugaksi”, uno dei pezzi migliori del gruppo. Il meglio che abbiamo segnalato, segue in qualche modo quella tendenza.
Conclusione
Con “Blue Ocean” i Gostwind propongono un disco complessivamente molto buono, superando di qualità il precedente “Kkokdugaksi”. A parte “Black Panther”, l’album risulta prodotto in modo da risultare apprezzabile nell’ascolto in termini di dettaglio e potenza. La particolarità del gruppo lo rende prezioso nel panorama folk metal locale e mondiale, anche se non per tutti.
In ogni caso, se amate il folk metal, l’ascolto di quest’album è decisamente consigliato.
Elisa “SoulMysteries” Tonini

