Recensione: Demopathy

Gli anni passano per tutti e anche per gli IRA, una delle realtà più solide del metal estremo italiano. Per loro, difatti, dall’esordio con “The Syndrome of Decline”, sono trascorsi ben quattordici anni, prima di dare alle stampe il secondogenito, “Demopathy“.
Anni certamente non sprecati, a compiere un primo viaggio dall’immancabile “Intro” sino a “Forlon and Angry“. Rilevato che, senza dubbio, c’è stata una progressione musicale non indifferente, la quale ha reso ancora più incisivo quello che si può definire come technical death metal, venato da striature di thrash e di progressive. Un ambito in cui bazzica una moltitudine di band sparse un po’ in tutte le parti del Mondo ma che ha visto la sua nascita grazie a mostri sacri come Death, Cynic ed Atheist.
Del resto ciò non è strano. Quando i Nostri sono nati era il 1997, e in giro non c’era così tanta gente a interpretare il death metal mediante un uso estremamente complesso delle partiture musicali. È assodato che la parte del leone, nelle compagni di questa tipologia artistica, la fanno le chitarre, qui manovrate con abilità da Giuseppe Caruso, che si occupa anche della voce, e da Christian Scorziello.
La gestione della Punishment 18 Records relativamente all’album in esame è stata praticamente perfetta, con che si può discernere con chiarezza chi fa cosa, come e quando. Il sound, in generale, è molto pulito, ordinato, bilanciato nelle sue componenti essenziali. Il timbro è secco, totalmente scevro da inserimenti elettronici et similia. Potente ma non troppo, aggressivo quanto basta.
Quanto sopra non deve stupire, poiché chi si cimenta nei territori in cui impera la tecnica strumentale non può soggiacere alle regole del caos. Altro requisito principe che regge uno stile piuttosto originale, sebbene, come detto, gli act di technical death metal siano, oggigiorno, davvero numerosi. Stile che fa suo, qua e là, qualche elemento di progressive (“Forlon and Angry“), il che aiuta a spigare perché gli IRA siano un fenomeno a sé stante, in grado di competere a livello internazionale con chiunque sia un virtuoso del proprio strumento.
Malgrado nel disco tutto sia così complicato, la sua lettura si dimostra abbastanza facile anche per chi non è un fan del (sotto)genere. Non manca inoltre un pizzico di melodia, sparsa per i solchi dell’LP (“Obsessive Attraction“), anche se, ed è qui il punto forte dei milanesi, il tutto si srotola in un modo che, si potrebbe dire incredibilmente, accattivante, piacevole da ascoltare.
Caruso in effetti affronta i testi con delle harsh vocals che sanguinano dalla gola, tuttavia anch’esse irreprensibili nel proporre un modello intelligibile sebbene duro, aggressivo. Delle chitarre s’è già detto, ma una volta di più non si può evidenziare l’immane lavoro svolto sia alla ritmica, sia alla solista (“The Darkest Side“). Gli intrecci fra le due fasi, il cui indice di difficoltà raggiunge il massimo, sono concepiti per essere anche sciolti e agevoli da masticare. Parallelamente, la sezione ritmica, retta Luigi Corinto al basso e Alessandro Caruso alla batteria, oltre a supportare il lavoro degli altri due musicisti, in talune occasioni si sgancia dall’ordinario per qualche segmento in cui emerge tutta la bravura dei suddetti.
Grazie a questa enorme attività, i brani sono perfettamente allineati allo stile della formazione lombarda. La loro successione è coerente con l’idea musicale di base, per cui non manifestano sbavature in ordine all’obbedienza al ridetto stile. Un altro punto a favore di “Demopathy” che, a questo punto, può diventare una pietra miliare nel campo del technical death metal tricolore ma non solo. Il tutto, grazie alla passione, tenacia e grande capacità tecnico/artistica degli IRA.
Daniele “dani66” D’Adamo
