Recensione: Hermetic Transmutation

Ed è il momento di “Hermetic Transmutation“, quinto CD in carriera per gli Xenosis. Momento che giunge a cinque anni di distanza dal precedente pargolo, “Paralleled Existence”. Cinque anni in cui si è passato gran parte del tempo a rifinire, limare nonché affinare un sound che, già si per sé, era assestato sui gradini più alti del metal estremo.
Il risultato è un’ulteriore passo in avanti nella complessità di uno stile che prende a piene mani influenze che vanno dal progressive, al technical, al dissonant e al brutal death metal. Tutto quanto amalgamato con cura in un disco il cui primo impatto sulle orecchie è impressionante. Sia per la mostruosa quantità di note contenute nei solchi dell’LP, sia per la percezione di un’abilità esecutiva che sfiora i limiti dell’impossibile.
Note che non vanno mai fuori strada, ma bensì accompagnate con estrema perizia nel sound, si potrebbe dire esagerato, del combo statunitense. Sound la cui compattezza è pari a quella di una roccia, quando l’intima unione e la coesione fra i singoli componenti raggiunge il massimo possibile. Compatto sì, ma anche infinitamente mobile, dalle cuciture ricchissime di elementi pregiati. Ossimoro, questo, che caratterizza, che descrive al meglio ciò che è “Hermetic Transmutation” e chi siano gli Xenosis.
Il tutto, con una spiccata propensione alla sperimentazione. Attività che si può facilmente rilevare in ogni anfratto del full-length. Non si tratta di un’azione ad alta visibilità, nel senso che occorre scavare nelle stratificazioni più occulte dell’album per coglierne l’esistenza. Tuttavia, proprio per questo, la concezione e messa in opera di idee innovative non stride con l’incedere naturale delle song, lasciando a chi ascolta il compito di trovarle (“Rapid Metamorphosis“).
Il che può piacere o meno. I gusti personali si devono rispettare, questo è certo, però un’osservazione oggettiva – impossibile nel mondo dell’arte – , non può soprassedere sulla circostanza che una tale ricerca di elementi estranei alla normalità del metal sembra, e si sottolinea sembra, che non abbia un inserimento sempre azzeccato. Intendendo per ciò una difformità che appare aliena rispetto alla struttura musicale del platter (“Altar of the Hound“).
Sal Bova ha suo bel daffare a districare linee vocali inintelligibili e arzigogolate, affrontate con un duro, aggressivo growling, accompagnato da qualche suinata qua e là e da qualche divagazione nelle harsh vocals. Anche in questo caso, quindi, occorre riporre la massima attenzione ai movimenti dell’ugola del ridetto Bova per non perdersi nella fitta foresta di accordi e accidenti musicali presenti in “Hermetic Transmutation“.
Foresta creata e alimentata, nella sua area, dal furibondo impegno dei due chitarristi, eccelsi nella fase ritmica ma ancora più incisivi in quella solista, ove non si contano gli assoli, i ghirigori, e tutto quanto di cacofonico può uscire da una (sette)sei corde. Allineata a tale qualità strumentale c’è la sezione ritmica. Il basso di Travers Kenney si sdoppia nel duplice impegno di sostenere il suono nel suo complesso e di fungere praticamente da terza ascia da guerra. Gary Marotta, il batterista, probabilmente non esegue mai lo stesso pattern, mutando continuamente la composizione del drumming.
Se tutto sembra toccato dalla mano di Euterpe, così non è. Va bene la tecnica, va bene la sperimentazione, ma quando si esagera con questi due fattori, si trascina il songwriting in un buco nero, ove viene fagocitato tutto quanto. Non lasciando nella mente dei fan memoria di alcuna canzone che, per quanto ingarbugliata sia, abbia un inizio, una fine, e una parte centrale accessibile.
Ciò non avviene, lasciando il dubbio che gli Xenosis sfornino lavori quasi per autocompiacimento, lasciando perdere la composizione di canzoni che potrebbero in qualche modo piacere agli appassionati di extreme metal. Con che, malgrado tutto, sfortunatamente “Hermetic Transmutation” si trasforma in un monumento alla noia o poco più.
Daniele “dani66” D’Adamo
