Recensione: Cemetery Hallucinations

Di Valeria Campagnale - 5 Aprile 2026 - 9:00
Cemetery Hallucinations
Band: Moros
Genere: Death 
Anno: 2026
Nazione:
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60

Dagli abissi dello sludge primordiale alla fredda ferocia di un apparato di distruzione, la visione del trio Moros si cristallizza definitivamente nell’incubo di “Cemetery Hallucinations”. Fondati nel 2015, hanno trascorso i primi anni forgiando un sound grezzo tra punk e doom, culminato nel debutto “Weapon” del 2019. Tuttavia, questa nuova release segna un punto di rottura netto, come dichiarato dallo stesso cantante Jay Dost, la band ha abbandonato le sicurezze dello sludge per abbracciare un approccio più feroce e mirato, definendo l’album non come una continuazione, ma come una dichiarazione d’intenti totalmente inedita. Il disco si sviluppa in trentasette minuti di assalto sonoro dove il death metal più denso si fonde con abrasioni doom, senza mai cedere alle lungaggini statiche. Tracce come “Drowned in Decomposed Remains” e “Abnormal Profusion” mostrano una buona gestione dei tempi, la band si ancora a ritmi grottescamente lenti per poi esplodere in accelerazioni improvvise. L’intelaiatura dei brani, che alterna battute regolari a scansioni più articolate, fa da scheletro a un denso sbarramento sonoro in cui i riff fangosi sono incisi da lead feroci, quasi industriali, che lacerano il corpo massiccio delle chitarre. L’assalto prosegue con la ferocia di “Vile Transfiguration” e la spirale ossessiva di “Cerebral Decay”, episodi che confermano la natura mutante del disco. Al comando di questo sovraccarico sensoriale troviamo una sezione ritmica devastante, al drumming spietato e martellante fa eco un basso magmatico che, pur agendo nell’ombra, sembra essere una morsa d’acciaio fisica e tangibile.
Dalle trame di “Consumed by Agony” alla discesa lisergica della title track, fino al collasso terminale di “Cretin”, punto in cui il growl sprofonda in un pozzo di abrasiva oscurità, emerge una scrittura che punta dritto all’essenziale. Rifuggendo ogni sovrabbondanza, i Moros plasmano un’esperienza d’ascolto magnetica e distruttiva: un manifesto di marciume sonoro che si attesta come riferimento imprescindibile per i cultori delle sonorità più crude.In conclusione, “Cemetery Hallucinations” si rivela un’opera priva di spiragli o concessioni.
I Moros hanno saputo sintetizzare il culmine della loro maturazione in un lotto di brani che trasudano oscurità: un amalgama denso, viscerale e di una lucidità spietata, un amalgama denso, viscerale e di una lucidità affilata.

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