Recensione: Northborn

Molti pensano che il melodic death metal o, in questo caso, il symphonic, siano generi ormai morti, che abbiano detto tutto ciò che c’era da dire in materia.
Così non è, per fortuna degli appassionati, poiché l’embrione dei suddetti generi continua a vivere e crescere grazie all’apporto di nuove band. Esse, formate essenzialmente da giovani, hanno raccolto l’eredità dei loro predecessori per portare sempre più in là, nel futuro, gli stilemi caratteristici appartenuti ad act seminali come Children Of Bodom, Norther ed Ensiferum, per citarne tre fra i più.
Figli di questo discorso sono i Northborn, nati due anni fa ma già in grado di dare alle stampe il proprio debut album, omonimo. La provenienza scandinava è di per sé una garanzia di qualità, e i Nostri lo confermano con un disco praticamente perfetto per trasportare gli ascoltatori in paesaggi freddi, maestosi, plasmati dal gelo, nei quali si odono ancora gli echi di antiche battaglie e le leggendarie, eterne parole che viaggiano con i venti.
Come si può immaginare, il sound del quintetto svedese è monumentale, poderoso, possente, a tratti addirittura straripante. Ricco di armonie e ritornelli che si incuneano con facilità nella mente. Un sound atmosferico che riproduce quello che percepiscono i cinque sensi nel mentre si immagina di percorrere una foresta innevata. Le chitarre di Ture Aspelin e Tobey Lagerqvist, svolgono un’ingente opera di armonizzazione attraverso, come spesso accade, la sezione ritmica ma soprattutto quella deputata agli assoli – di gusto neoclassico – , splendidi e luccicanti come la superficie di un ghiacciaio quando vi si posano i raggi del Sole (“Helldamned“).
Certo, la vicinanza con il symphonic power metal è davvero ridotta all’osso. In pratica, infatti, quello che fa la differenza è la roca voce di Björn Larsson, pure tastierista, il quale dipinge linee vocali aspre e pungenti, figlie di un growling depotenziato, mischiato che le harsh vocals, ma tuttavia sempre e comunque percepibile. E, inoltre, allineato ai dettami che propone quest’ultimo periodo. Si può immaginare facilmente che, oltre alle sei corde, l’altro elemento portante del sound del combo di Stoccolma siano proprio le tastiere di Larsson. Onnipresenti, non svolgono soltanto un compito di mero accompagnamento al resto ma bensì partecipano attivamente alla realizzazione del modello musicale che permea sino all’osso “Northborn“, diventando… enormi quando si scatenano in imponenti, grandiose orchestrazioni.
Se poi si aggiunge una sezione ritmica incalzante, piantata su mid e up tempo dalla precisione cronometrica che mai scendono di BPM (malgrado una puntatina di Felix Wahlund ai blast beat di “The Wolf’s Curse“) e sull’apporto energetico del basso tonante di Andreas Lundgren, il suono che esce dagli speakers è davvero travolgente, maestoso come pochi. Potente, oltre che musicalmente, nel saturare il cervello di note, accordi, ritornelli e cori dalla spiccata musicalità; innescando, così, un’inaspettata visionarietà pari a quella della magica sinfonia “Finlandia” di Jean Sibelius.
Il tutto si trasferisce nelle canzoni, più o meno assestate sul medesimo modus operandi compositivo, dotate nondimeno di un leggero flavour di folk metal. Il che non è un difetto giacché in tal modo non ci sono buchi né difetti in un sound moderno, adulto, maturo, creato – e si sente – da musicisti molto preparati e altrettanto molto appassionati per il metal sinfonico. Per arrivare a questo, però, occorre regalare il proprio tempo all’ascolto del disco, dato che solo dopo un po’ saltano fuori le peculiarità di ciascun brano, che li differenziano gli uni dagli altri. Ovviamente, obbedendo fedelmente al symphonic death metal inventato dalla compagine nordeuropea.
“Northborn” alla fin fine non inventa nulla di che, se non allineandosi alle più avanzate proposte che bazzicano la stessa foggia artistica e sparare bordate a destra e a manca di death metal sinfonico con la massima (nonché controllata) furia. Bravi, quindi, i Northborn, a regalare agli appassionati ma non solo un viaggio fra le lande artiche inneggiando, magari, alla Stella del Nord (“Hymn of the North Star“).
Daniele “dani66” D’Adamo
