Recensione: Next to Die

Di Daniele D'Adamo - 24 Aprile 2026 - 12:00
Next to Die
Etichetta: Metal Blade Records
Genere: Death 
Anno: 2026
Nazione:
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60

Chris Barnes, ancora lui. Dopo trentatré anni ed esperienze di tutti i tipi (p.e.: Cannibal Corpse) è ancora sulla cresta dell’onda a domare i marosi con la band più amata, ovvero i Six Feet Under. Con “Next to Die“, quindicesimo figlio, che dimostra come la madre non abbia affatto voglia di finire con le gravidanze.

Six Feet Under, cioè una delle creature più controverse della scena death planetaria. Essa, difatti, non si propone ai fan in maniera sfumata: o la si ama, o la si odia. Ergo, diventa complicato redigere una disamina il quanto più oggettiva possibile giacché qui, come non mai, entrano in campo i gusti personali. Preso atto che i compagni di Barnes siano dei veri e propri Campioni dei rispettivi strumenti, l’ideazione del progetto e tutto quanto di conseguenza non possono essere frutto che di un lucido scibile. Peraltro, detti musicisti fanno parte del combo statunitense almeno dal 2012, con che si può affermare con certezza, anche, che il combo stesso abbia raggiunto uno stato di coesione ideale per sviluppare le proprie elucubrazioni mentali.

Ma, oggi, cosa suonano, i Six Feet Under? Groove, o meglio groove metal. Ovviamente bagnato sino all’osso nel death e, perché no, anche un pochino nel thrash. Groove che muove un ritmo quasi costante, avvolgente, forte e potente come le spire di un boa. In “Next to Die“, infatti, è inutile cercare l’estremismo musicale o fiondate di blast beat (a parte qualche brevissimo scatenamento in “Unmistakable Smell of Death“e “Naked and Dismembered“). Tutto si muove, si trascina, striscia con un andamento che istintivamente riporta a quello degli zombie di tanti film horror, se a chi scrive è concessa una tale metafora.

Su questa matrice ritmica inestricabile, dalla struttura a volte complessa (“Wrath and Terror Takes Command“), a volte assai semplice (“Approach Your Grave“) a seconda di cosa venga chiesto al bassista Jeff Hughell (Darkside of Humanity, Skin the Lamb) e al batterista Marco Pitruzzella (Dissecting Divinity, Solus Ex Inferis), si muovono le due chitarre e la voce. Le chitarre, per inciso, hanno un suono marcio, putrido, putrefatto che, benché sfatto, si può percepire al 100%; così come gli assoli, vere spine nel fianco che a volte regalano qualche nota melodica. Assieme, Ray Suhy (Chaotic Negation, Waking the Cadaver) e Jack Owen ( Serpents Whisper, ex-Deicide), realizzano un wall of sound compatto, massiccio, che pesta duro quando necessario (“Skin Coffins”).

Su tutti campeggia, com’era ovvio, il roco growling di Barnes, che si direbbe perfetto per il sottofondo musicale per via di un incedere pure esso dettato dal poderoso, rutilante groove creato dalla sezione ritmica (“Mind Hell“). Si tratta di un growling perfettamente allineato a quello delle origini, o poco più, del death, con qualche ringhio sparso qua e là. Quello, per meglio dire, che ha contraddistinto lustri nella Florida natìa. Quello tipo Cannibal Corpse e compagnia bella, per intendersi meglio. Un modo di affrontare le linee vocali si direbbe quasi con calma, scandendo per bene le parole, stringendo la gola e premendo/modulando con i polmoni.

Orbene, mettendo assieme tutti i pezzi del puzzle, i Six Feet Under riescono a dar vita a un stile originale, il che non è poco dato atto di quanto sia popolato il regno del metal estremo. Bastano pochi secondi, a un orecchio nemmeno troppo allenato, per riconoscerlo, e questo non è affatto un merito di poco conto. D’altro canto, però, in “Next to Die” coesistono due difetti, anch’essi di rilevante importanza. Il primo riguarda le canzoni, difficilmente riconoscibili le une dalle altre anche dopo numerosi passaggi dell’LP nelle membrane timpaniche. La scarsa agilità del ritmo, del groove, produce nondimeno dodici brani che, più o meno, si somigliano tutti.

Il secondo difetto, che discende dal primo, consiste nel fatto che la povertà o, peggio, assenza di sorprese tecnico/artistiche nascoste nelle song conduce, inevitabilmente, alla noia; nemico numero uno della musica in genere. Per questi motivi, seppure si debba dare atto alla costanza di Chris Barnes nel continuare testardamente a introdurre nuova linfa nei suoi Six Feet Under, “Next to Die” è un disco che si assesta su un’onorevole sufficienza ma nulla più.

Daniele “dani66” D’Adamo

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