Recensione: Dreamruler
La Grecia, in quanto a Metallo, non si discute. Sia per l’accorata affezione dei fan che per la qualità media delle band in circolazione.
Metallo nella sua accezione più classica e tradizionalista, ça va sans dire.
Gli Steel Arctus, oggetto della recensione, provengono da Salonicco, esistono dal 2020 e giungono al loro proprio terzo album con questo Dreamruler, che ovviamente esce sotto l’egida della No Remorse Records di Atene.
Il disco, nella sua versione in Cd – esiste anche in vinile a 33 giri – si accompagna a un libretto di dodici pagine con tutti i testi, una foto della band al completo nelle due centrali e alcuni scatti dei singoli musicisti nelle altre.
La formazione schiera gli storici Nash “G.” Gousis (chitarra, tastiere) e Tasos Lazaris (voce), poi Strutter (basso, tastiere) e Minas Chatziminas (batteria), con questi ultimi entrati nel 2025.
A partire dalla traccia numero uno, “Cry for Revenge” si viene investiti da una carica di Acciaio senza se e senza ma, sino al breve strumentale “Onar”, posto in chiusura del lavoro. A seguire “Defender of Steel”, una vera e propria dichiarazione d’intenti da parte dei greci in salsa Manowar incalzata dalla successiva, velocistica, “Fate of the Beast”. La title track sfodera una prestazione di Tasos Lazaris da incorniciare, vicinissimo a sua maestà Geoff Tate dei bei tempi. La pomposa “Wicked Lies”, ancora di ispirazione Queensryche, conferma lo stato di forma degli Steel Arctus che tirano ancora alla grande dentro “Fires of Death”. La classicissima “Riding Through the Night” richiama addirittura Bruce Dickinson nella prestazione vocale del cantante mentre “Glory of the Hero” si traduce in un tributo ai Saxon quantomeno per quanto concerne la struttura portante del pezzo. Si chiude in calando, strumentale sopraccitata a parte, con l’accoppiata “Will to Power”/”Legend of the Warrior”, brani di certo non da leggenda, con la prima a certificare il piglio dei greci ma anche la sua banalità e la seconda, tronfia, a trascinarsi inutilmente su sé stessa.
Dreamruler: poco più di tre quarti d’ora di cliché di heavy metal purissimo, con qualche colpo a vuoto, ma ben suonato e interpretato da una band convinta, assecondata da un cantante di razza.
Nulla di più e nulla di meno.
Stefano “Steven Rich” Ricetti
