Recensione: Emerald Dream
Emersa magicamente dagli abissi del MMXXII, la band canadese Fangus si manifesta non come semplice copia del passato, ma come una solenne officiante di un rituale surrealista destinato a scuotere le fondamenta del rock contemporaneo. Il loro attesissimo debutto, “Emerald Dream”, evita accuratamente le trappole della nostalgia fine a se stessa; al contrario, sceglie di trattare le radici dell’Heavy Rock e della psichedelia come folklore vivo, una materia pulsante che fluttua tra ricordi frammentati, miti ancestrali che riaffiorano dall’inconscio e visioni distorte dal richiamo inebriante di piante psicoattive. Ciò che rende questo lavoro immediatamente magnetico è la capacità quasi sciamanica della band di sfumare i confini tra la veglia e l’allucinazione, rivelando qualcosa di antico e silenziosamente senziente sotto la superficie di ogni traccia. In questo labirinto sonoro non esiste spazio per tematiche moderne o concessioni radiofoniche: il suono è un’architettura analogica credibile, volutamente sporca, che predilige l’atmosfera teatrale e il senso di minaccia occulta, trasformando l’esperienza d’ascolto nella riscoperta di un classico del cinema horror perduto, una pellicola maledetta che torna a scorrere sullo schermo dopo decenni di oblio.
L’album si apre con l’impatto frontale e spettacolare di “Howling Hammer”, brano che stabilisce immediatamente un’urgenza ritualistica attraverso le chitarre di Alex Bigras, cariche di una distorsione vintage così densa da poter essere toccata, e il drumming muscolare di Snake St-Louis, che spinge l’intera struttura con un battito primordiale e trascinante. Non è un suono rifinito nei laboratori digitali, né aspira a esserlo; trae invece la sua forza vitale proprio da quell’irruenza grezza e imprevedibile che caratterizzava i pionieri del genere. Il cuore pulsante del disco risiede in un equilibrio perfetto tra le diverse personalità coinvolte, a partire dalla voce di Jim Laflamme. Il suo stile è capace di tagliare il mix fumoso con un piglio ora rauco e spavaldo, tipico del classic rock, ora solenne come un incantesimo. Accanto a lui, il lavoro di Chub all’organo Hammond e ai sintetizzatori agisce come una nebbia spettrale che avvolge brani come “Pyre Of Love”, espandendo lo spettro sonoro verso dimensioni allucinogene. Nel frattempo, le linee di basso di Vick Trigger ancorano le divagazioni di “Psychoïd Telepath” con un peso specifico impressionante, permettendo alle trame psichedeliche di deformarsi senza mai perdere il centro di gravità.
Mentre l’ascolto prosegue, l’omogeneità della visione si arricchisce di sfumature sempre più selvagge. Se episodi come “Quest For Fire” appaiono quasi frammentari nella loro complessità sperimentale, la progressione finale verso “Shapeshifter” e “Stardust Regulator” introduce componenti tribali e sottili accenni Space Rock che rendono l’opera un’entità in continua mutazione. I passaggi strumentali diventano più dementi e ossessivi, ma non si può negare quanto l’intero album riesca a mantenersi splendidamente melodico e capace di creare una dipendenza assoluta nonostante la sua natura drammatica e sopra le righe. La qualità della produzione è eccezionale, non tanto per la pulizia, quanto per la capacità di trasportare non solo la band, ma anche l’ascoltatore, in una dimensione proibita dove il tempo sembra essersi fermato. “Emerald Dream” non possiede affatto il sapore incerto di un esordio; possiede piuttosto l’autorità di una raccolta di successi proveniente da un’epoca d’oro mai esistita, o forse sotterrata troppo presto. I Fangus non cercano la facilità d’ascolto né il consenso immediato, stanno edificando un universo mitico, un labirinto dove le radici ricordano ogni cosa e dove ogni nota è un invito a perdersi nelle ombre, con la certezza che questa superba prova discografica darà vita a un fedele e duraturo culto nell’underground globale.

