Recensione: Ectoplasmic Rape Phenomena
Suoni sinistri, arpeggi macabri e un organo funereo introducono “Ectoplasmic Rape Phenomena”, esordio su LP dei Necrogore, terzetto nostrano di stanza nelle Marche esplicitamente devoto e fedele al glorioso death metal old-school scandinavo – sponda Stoccolma -, che ha visto realtà come Dismember, Grave, Carnage e Nihilist/Entombed forgiare quello che fu il “buzzsaw sound”, che si rese protagonista all’alba degli anni 90 di una rivoluzione nell’ambito della musica estrema per l’uso alla massima potenza del famigerato pedale Boss H-M2 Heavy Metal, che non poco influenzò ed influenza ancora il modo di suonare la musica pesante.
Dopo due EP autoprodotti (“Digging From Below” del 2023 e “Ancestral Abhorrence” del 2024 che si muovevano sulle stesse coordinate), i tre furiosi marchigiani vengono messi sotto contratto e distribuiti dall’attivissima label cinese Awakening Records, che ne stampa il cd nelle consuete mille copie ben confezionate e facilmente reperibili dal loro sito. La cover è ad opera del celebre e loro corregionale Paolo Girardi (già in opera con Black Dahlia Murder, Revocation, Kriptonomicon e chi più ne ha più ne metta), ormai uno degli artisti contemporanei più affermati nella realizzazione delle copertine nell’ambito del genere metal.
La band affila le lame e sforna un lavoro veramente coinvolgente e brutale mediante un songwriting non fine a se stesso ma efficace e finanche elaborato, che rappresenta uno dei punti forti di questa prima prova in studio. Certamente e alla lunga non può essere considerato un lavoro che vuole stravolgere i connotati del genere o distinguersi per originalità in quanto i nostri seguono il solco tracciato dalle band dei Sunlight Studios unicamente per passione e dedizione alla causa, ma mostrano lo stesso una buona dose di personalità cambiandone contenuti e approccio attraverso l’aggiunta di influenze prettamente brutal-death che li rendono più accostabili a band come Vomitory, Paganizer, Putrevore e compagnia piuttosto che agli arrangiamenti più tradizionali di Unleashed e Dismember.
Ciò è individuabile prima di tutto dall’impostazione della voce di Lucas, lontana dallo screaming gutturale e profondo dei gruppi scandinavi e più in linea con il growl cavernoso e monocorde del brutal; a questo possiamo aggiungere una maggiore pulizia di suono generale con un basso da parte dello stesso Lucas ben decifrabile, cupo, distorto e ottimamente equalizzato con gli altri strumenti. I testi, fattore comune per entrambe i sottogeneri, sono intrisi di elementi gore e splatter a livello “vietato ai minori” e infine una struttura delle canzoni con riff che, pur rimanendo diretti, sono inseriti in un quadro più ampio che offre spunti diversi.
Pertanto stilisticamente e tecnicamente l’album si muove per la maggior parte sui binari dell’alta velocità dall’inizio alla fine: la batteria sicura e precisa da parte del bravissimo Chris non si limita solo a dettare i tempi ma è fautrice di fill e rullate come da veterano del genere mentre la chitarra di Alex, certamente avulsa da tecnicismi gratuiti e insensati, fa il suo lavoro egregiamente soprattutto in fase ritmica, non risparmiandosi mai, tessendo riff veloci e pesanti e cimentandosi anche in qualche assolo di ottima fattura. Le canzoni non posseggono parti lunghe o monotone in quanto interviene sempre un momento in cui il ritmo, già sostenuto, aumenta ancora di più o addirittura rallenta per un breve assolo di chitarra o un lungo stacco di batteria per cui esse, seppur dotate di riff quantomeno non complicatissimi e di brevi refrain, seguono una struttura lineare e non eccessivamente ripetitiva. Ne consegue che quasi ogni partitura è diversa dall’altra, rendendo quindi lo stile della band più vicino al brutal che allo “Swedeath”; in questo caso le canzoni devono essere ascoltate più volte per apprezzarne alcune sfumature e prenderne familiarità.
Le dieci tracce seguono quindi un proprio canovaccio e non presentano particolari differenze stilistiche le une dalle altre, ma semmai lo sono nella struttura e nelle modalità d’esecuzione. Dopo l’intro, i primi tre pezzi sono autentiche mazzate sonore: “Raptured, Tortured and Chained”, “Offered to the Dead” e la brutale “Forced to Eat Shit”, già a partire dai titoli, spazzano via ogni indugio su cosa vogliono ottenere i Necrogore, ovvero brutalità e superamento della soglia di ogni eccesso, sia sonoro che testuale. “Leeches on my Dick” si distingue anche per il gran lavoro della chitarra nel riff portante e nell’assolo finale. La ritmicamente variegata title-track è un ottimo pezzo strumentale che non lascia un secondo di respiro e dove la band dimostra padronanza degli strumenti e consapevolezza nel ciò che vuole fare. “Mediumistic Intercession” è riconoscibile per il ricorso ai pinch-harmonics nella parte iniziale per poi cambiare completamente e diventare un missile terra-aria mentre “One Foot in the Grave” è per il sottoscritto la più interessante in quanto offre un insieme più ampio di stili musicali che variano dal grind al death fino al thrash (con il riff centrale che sembra quello di “South of Heaven” sparato a mille) con qualche sentore di hardcore nella parte finale: soluzioni trasversali in cui la band dimostra ottima attitudine e controllo e che potrebbero offrire uno spunto di riflessione per i lavori a venire. La penultima “Sulphureal Morbid Corpse”, con ospite alla chitarra Patrick Fernlund dei Gorement, supera i 6 minuti ed è divisa in una parte introduttiva più lenta, una mediana veloce e una terza conclusiva più riflessiva che vede anche l’innesto a sorpresa di una spruzzata di tastiere. Chiude l’album la breve “The Texas Chainsaw Massacre 2 Main Theme” che non è altro che l’interpretazione del tema di “Non aprite quella porta 2” di Jerry Lambert.
In conclusione si può affermare che i Necrogore hanno realizzato un album che gli amanti del genere non potranno che apprezzare e sono l’ennesima conferma che il metal italiano in generale sforna band preparate e pronte ad affermarsi sulla scena internazionale.
