Intervista Moonlight Haze

I Moonlight Haze tornano con Interstellar Madness, un EP che non si limita a confermare la qualità della band, ma ne rilancia con forza l’identità e le ambizioni. Tra scenari cosmici, tensione epica e una scrittura che guarda tanto fuori quanto dentro, il nuovo lavoro della formazione italiana mette in mostra personalità, cura e un senso molto preciso della direzione da seguire. Di tutto questo — e di ciò che sta dietro al suono, alle scelte e alla “follia” evocata dal titolo — abbiamo parlato senza filtri, con domande dirette e risposte altrettanto dirette.
Interstellar Madness parla di follia come forma di consapevolezza. Da dove nasce questa visione del concetto di “madness”?
L’idea per questo concept mi è venuta pensando al modo in cui nascono le canzoni dei Moonlight Haze: di solito io e Giulio ci scambiamo idee a notte fonda e in quei momenti andiamo davvero a ruota libera e vengono fuori sempre le cose più assurde, ma arriviamo anche a fare riflessioni profonde su vari temi. Ecco, in quei momenti in cui ci facciamo trascinare completamente dalle emozioni e dall’ispirazione è davvero come se fossimo presi da una sorta di follia, ma allo stesso tempo ci sembra di percepire la realtà in modo più profondo. Diciamo che “Interstellar Madness” può essere inteso un po’ anche come una parafrasi del nome stesso della band, la cui ispirazione arriva sempre da questo modo di comporre.
Nei Moonlight Haze convivono potenza, melodia e teatralità. Qual è la vostra “ricetta” per far coesistere queste tre forme espressive?
Seguiamo sempre quello che la nostra ispirazione ci suggerisce, senza filtri: penso sia questo che ci permette di far coesistere tutte queste cose insieme. Il nostro scopo sin dalla fondazione della band è sempre stato quello di scrivere e suonare musica che piacesse in primo luogo a noi stessi, e quindi è naturale che cerchiamo sempre di fondere nelle nostre canzoni tutti gli elementi che ci coinvolgono e appassionano.
Questo EP sembra avere una forte dimensione cosmica ma anche introspettiva. Scrivete partendo da un’immagine, da un testo o da un riff?
Le nostre canzoni nascono principalmente in due modi diversi: in alcuni casi vengono in mente a me delle melodie, e di solito questo succede quando provo emozioni forti e nei momenti della giornata più assurdi. Questo è il modo in cui sono nati ad esempio pezzi come “Under Your Spell”, “It’s Insane” o “Chase the Light”. La maggior parte delle nostre canzoni però nasce dalla mente di Giulio e lui dice di partire molto spesso da immagini o anche solo da un colore o da una singola parola o concetto. E’ anche questo uno dei motivi per cui ci scambiamo così spesso idee, titoli di libri e anche solo delle fotografie di paesaggi o dello spazio: molto spesso subito dopo questi scambi mi arrivano nella mail demo di canzoni fighissime, quindi direi che non smetteremo mai di fare questi “scambi epistolari”.

Quanto vi interessa, oggi, scrivere musica che abbia davvero un’identità riconoscibile dentro una scena symphonic power metal spesso molto affollata?
Torno a una delle precedenti risposte: noi vogliamo suonare musica che davvero ci piaccia e in cui crediamo. Per noi scrivere canzoni è come una forma di comunicazione superiore e il fine è quello di esteriorizzare un messaggio che viene da quello che sentiamo dentro, quindi per noi non avrebbe senso fare altrimenti.
Chiara, la tua voce è uno degli elementi più riconoscibili del progetto. Ti senti più interprete, narratrice o “strumento protagonista” dei Moonlight Haze?
Ho sempre inteso la mia voce come se fosse uno degli strumenti della band, cosa che poi effettivamente è. Anche per questo mi piace sperimentare con tanti stili vocali diversi: non è per strafare, ma cerco sempre di mettere vocalmente quello che credo la canzone necessiti. Sia in fase di scrittura che di registrazione o di performance live, mi sento come se cantando io stessi in realtà traducendo immagini e sensazioni che sono nella mia testa, quindi a volte mi sento un po’ come un aedo che vuole trascinare l’ascoltatore in viaggi spaziali che in realtà partono da dentro.
Oltre ai Moonlight Haze sei anche tra le vocalist live degli Avantasia: questa esperienza ha influenzato il tuo modo di cantare o di stare sul palco con la band?
Sicuramente avere l’onore di condividere il palco con così tanti musicisti di estremo talento e che hanno influenzato negli anni il mio percorso artistico non mi ha mai lasciata indifferente. La grande passione e il rispetto che hanno per quello che fanno anche dopo così tanti anni di carriera è per me fonte di grande ispirazione e mi invoglia a cercare di migliorare sempre.
Lavorare con Sascha Paeth ha un grande significato estetico e storico. Cosa ha aggiunto davvero alla vostra visione, al di là del nome importante?
Come diciamo sempre, tutte le persone coinvolte nella storia della nostra band hanno un ruolo ben preciso e profondo, che va ben oltre la semplice “firma” o “nome”. Anche Sascha non fa eccezione: ovviamente siamo tutti grandi ammiratori del suo lavoro, ma allo stesso tempo io ho avuto fin dalla prima volta in cui gli ho parlato la sensazione che potesse davvero essere come un sesto elemento della band, non una semplice figura esterna. E così è stato: lui capisce la musica in un modo così profondo e con così grande rispetto delle idee che stanno alla base tali per cui noi ci siamo sempre sentiti da lui supportati nello sperimentare ancora di più e nel mettere in evidenza quelle che sono le nostre caratteristiche fondamentali.
Simone Mularoni ha dato il suono finale al disco: quanto conta per voi che una produzione renda epico un brano senza “sterilizzarlo”?
Torniamo al discorso di cui sopra: anche Simone è una parte fondamentale del nostro team. Non è facile ottenere un risultato che sia allo stesso tempo potente ed espressivo nel nostro genere, ma pensiamo tutti che lui sia riuscito assolutamente a tradurre ciò che avevamo in mente e ha fatto un eccellente lavoro con mix e master di “Interstellar Madness”.
Siete una band italiana molto conosciuta in ambito internazionale. Vi sentite ancora legati a una scena nazionale o ragionate ormai solo in termini globali?
A dire il vero noi non ci siamo mai sentiti legati ad una scena in particolare, così come non ci siamo mai sentiti parte di un genere piuttosto che un altro. Noi vogliamo solo portare la nostra musica a tutte quelle persone che sono pronte ad accoglierla e a capirla.
Dopo questo lavoro, qual è la prossima sfida per i Moonlight Haze e quale saluto finale mandate ai lettori di TrueMetal?
Nel nostro prossimo futuro intanto abbiamo in programma alcuni festival estivi, tra cui vorremmo segnalare il Malpaga Folk & Metal Fest il primo di agosto insieme ai Rhapsody of Fire e ai Rage, che è anche ad ingresso gratuito. Poi stiamo lavorando a tante cose dietro le quinte, ma ancora non posso rivelare niente, quindi restate connessi… Vorrei mandare un saluto da parte di tutta la band ai lettori di TrueMetal… E grazie mille a voi per l’intervista!


