Recensione: In Somnolent Ruin
L’alba di una nuova era sorge d’innanzi alla storica formazione Gothic/Doom svedese. Difatti a sei anni di distanza dall’ultimo ineccepibile concept album Under A Godless Veil, i Draconian tornano con un nuovo lavoro in studio e una nuova line-up che vede Niklas Nord (chitarra ritmica) e Daniel Johansson (batteria) come membri ufficiali dopo aver passato un determinato periodo da turnisti. Ma soprattutto c’è il ritorno della storica voce della band Lisa Johansson in seguito all’abbandono di Heike Langhans nel 2022. Heike dopo aver militato nei Draconian per dieci anni dal 2012 al 2022 contribuendo a partorire quelli che secondo noi sono due dei dischi più belli in assoluto della band come Sovran (2015) e il già citato Under A Godless Veil (2020), decise di volersi focalizzare più sui suoi altri progetti musicali (ISON per esempio) e di non aver più voglia di essere costantemente in tour. Da qui la scelta inevitabile della separazione dalla band madre e il ritorno di Lisa dopo tanti anni.
Ma mettiamo subito in chiaro le cose, il suono dei Draconian in questo disco non ha subito stravolgimenti e In Somnolent Ruin ci riporta il tipico trademark sound di questa band fatta di riff cadenzati e dal sapore doom, l’alternanza vocale tra Anders Jacobsson in growl e la voce cristallina di Lisa, il tutto avvolto da un’aurea di malinconia e sofferenza. D’altronde, come ribadito anche dal leader e vocalist della band Anders, i Draconian sono sempre stati un progetto ben definita, con un sound forgiato principalmente da lui stesso e dal chitarrista Johan Ericson. Una band insomma che ha sempre mantenuto delle caratteristiche ben note e che effettivamente non ha mai sperimentato troppo col proprio sound, nonostante qualche leggera deviazione sonora più pesante in un disco come Turning Seasons Within del 2008 e qualche brano più catchy in album come A Rose For The Apocalypse (2011) e Sovran (2015).
In ogni caso è da un paio di dischi che la band aveva resuscitato anche il loro vecchio logo (quello che appariva sulla copertina del debutto Where Lovers Mourn e abbandonato dal successivo Arcane Rain Fell), forse proprio con l’idea di riappropriarsi totalmente di quell’immagine, quell’identità e quello spirito legati proprio al disco di debutto. In Somnolent Ruin non è un disco concettuale come il precedente, ma bensì un disco che riflette il viaggio personale del vocalist Anders in questi ultimi sei anni in delle liriche che comunque si ricollegano ad argomenti cari alla voce maschile dei Draconian come l’esistenzialismo, la filosofia e la spiritualità. Un disco questo che è stato in assoluto il più difficile da scrivere per quanto riguarda il punto di vista dello stesso Anders ed un album che seppur abbia un trademark sound perfettamente in linea con il suono della band, appare forse leggermente più orientato verso la componente più puramente Doom con composizioni lente, malinconiche, trascinate e con brani che spesso e volentieri eccedono i sette o addirittura otto minuti.
Ed a proposito, è proprio con questo minutaggio che parte la prima canzone del disco I Welcome Thy Arrow. L’inizio è davvero suggestivo con delle campane che risuonano in lontananza accompagnate da queste atmosfere dilatate e riverberate. Ecco che appare la voce di Lisa, delicata e soave, prima che il brano si trasformi in una vera e propria epopea doom, con dei riff lenti e incalzanti, il growl di Anders e delle liriche pungenti a dir poco (“impale me on thy spear”). La dualità delle due voci alternate come al solito funziona alla meraviglia e mai come in questo brano abbiamo la sensazione che il titolo del disco si sposi a pennello con il suono della band; sembra davvero di assistere ad uno stato di “sonnolenta rovina” tramutato in musica, dove i riff e la voce di Anders rappresentano il concetto di rovina e di abbattimento, mentre Lisa offre quella sensazione letargica, quasi a volerci cullare in uno stato di torpore prima che Anders ci risvegli nuovamente con il suo growl. Il pezzo sa essere davvero oscuro e minaccioso a tratti e apre il disco in maniera davvero convincente. Non ci stupisce il fatto che questo sia uno dei pezzi di cui Anders si sente più fiero parlando del disco nella sua interezza, pezzo che fra l’altro affronta il tema di un suo sogno ricorrente. C’è poi un assolo sfumato verso la fine della canzone dai connotati molto floydiani – etereo, spaziale e delicato… un bel tocco al brano. Lisa dal canto suo offre una prestazione davvero ottima non facendo sentire i tanti anni passati lontani dalla band.
Altro pezzo lungo (stavolta da sette minuti), nella successiva The Monochrome Blade. Questo è probabilmente l’episodio più sferzante e abrasivo del disco e anche il brano dove i riff di chitarra brillano maggiormente. Il pezzo rimane una composizione doom, ma la rabbia evocata trascende e ingolfa la consueta malinconia dei brani dei Draconian. La prestazione di Lisa anche è davvero pazzesca con la vocalist stessa che raggiunge delle note molto alte ed emozionanti. Potremmo dire che The Monochrome Blade sia uno dei pezzi più abrasivi e rabbiosi della discografia dei Draconian, non a livello di The Apostasy Canticle e Earthbound, ma di certo a tratti ci si avvicina, riuscendo comunque a mantenere un bell’equilibrio anche con le parti più melodiche.
Anima è il primo vero e proprio esperimento del disco in un brano che vede la partecipazione di Daniel Änghede (anche lui parte del progetto ISON assieme all’ex vocalist della band Heike), nel ruolo di voce pulita maschile. Il brano parte sfumato e dilatato, melodico e delicato, prima che la voce di Daniel accarezzi la composizione. Compaiono all’improvviso dei riff rocciosi e trascinati ma il brano rimane lento e malinconico con la voce di Lisa che si avvolge e si completa molto bene con quella di Daniel. Suggestivi i vocalizzi della stessa Lisa più in avanti nel pezzo, prima che il brano si trasformi in una sfuriata di doppio pedale in una sezione galoppante e rabbiosa sul finale con la voce in growl di Anders.
L’album forse cala un pochino secondo noi nella parte centrale, seppur un pezzo come The Face Of God (anche qui da oltre sette minuti), sia comunque godibile. La composizione non offre nulla di nuovo all’interno dell’album e gli ingredienti sono quelli, ma riesce comunque a ricreare delle atmosfere plumbee, gotiche e trascinate nel mezzo di un immaginario fortemente pessimista. Nel mezzo del brano c’è anche qui una sezione si chitarra molto sfumata, quasi art rock /space rock, prima che il brano ci faccia rituffare nella malinconia e nella rabbia. L’impressione tuttavia è che il brano si trascini un pochino troppo nel minutaggio.
I Gave You Wings ci regale finalmente una di quelle classicissime sezioni in spoken-word super drammatiche da parte di Anders che sono sempre state un marchio di fabbrica dei Draconian e che in questo disco fino ad ora erano mancate. Per il resto il brano parte davvero ruvido a livello chitarristico prima che dei riff al 100% doom si abbattano sull’ascoltatore. La voce di Lisa nei momenti in cui compare è particolarmente sofferente e toccante ed è notevolmente d’impatto anche la sua sezione in spoken-word sul finale del brano. Ancora una volta l’uso di sezioni sfumate di chitarra è un elemento che i Draconian vogliono usare anche in questo brano.
Tranquil Sea è un interludio con venature sinfoniche da due minuti che sfocia nei due singoli di lancio di questo disco e anche due pezzi cardine di questo intero lavoro. Cold Heavens è opprimente, pesante, ma allo stesso delicata e malinconica. “what’s life but to learn how to die? I dare at the edge of despair” intona furioso Anders nel ritornello, tanto per dare l’idea della pesantezza lirica dei testi dei Draconian e l’intervento di Lisa quasi urlato è meraviglioso. E poi doppio pedale a manetta… insomma, un pezzo con i contro fiocchi.
Ancora più bella è Misanthrope River, il nostro pezzo top di questo platter. Le sue atmosfere avvolgenti, riverberate, i suoni delicati e contemplativi, l’iniziale spoken-word così regale e poetico, la voce sofferta di Lisa... Un brano che tocca delle corde emotive profondissime e che esplode in delle atmosfere vicine al post-rock e allo shoegaze. “I’m moving upstream down the misanthrope river” – il finale in un crescendo emotivo da parte di Lisa colpisce per un brano che riesce a stupire, portando persino qualcosa di nuovo nel calderone del sound dei Draconian. Un piccolo gioiellino di pezzo.
Siamo al gran finale con l’ennesimo pezzo lungo, da più di sette minuti, Lethe (no, non una cover del leggendario pezzo dei Dark Tranquillity). Un brano che parte soffuso e che si costruisce gradualmente e che risulta vincente soprattutto grazie alle toccanti e delicate tonalità di Lisa. Anche qui le chitarre pesanti arrivano dopo qualche minuto all’interno della canzone così come il growl di Anders. Una sezione arpeggiata e delicata con delle lievi sfumature sinfoniche in sottofondo conduce ad un’ennesima sezione chitarristica sfumata e dilatata. È la calma prima della tempesta, una tempesta (o meglio un climax emotivo) che si fa attendere ma che arriva in un culmine di pathos da parte della stessa voce maschile dei Draconian, per una sezione che si costruisce rimanendo comunque melodica e sognante, per poi spegnersi improvvisamente.
Insomma a conti fatti Draconian sono una band che continua a cavalcare l’onda di una sorta di seconda giovinezza a livello di ispirazione artistica. Dopo il capolavoro Sovran del 2015 ed il bellissimo Under A Godless Veil del 2020, ecco che In Somnolent Ruin ci restituisce una band che pur non toccando le vette di questi due lavori, ci regala l’ennesimo disco veramente di livello, plumbeo, deprimente, malinconico, ma anche soffuso, atmosferico e regale, con una ritrovata Lisa in forma smagliante. Che siate team Heike o team Lisa (noi ammettiamo di preferire la voce della prima nonostante l’indubbia bravura di entrambe), non si può negare il coinvolgimento emotivo e il valore compositivo che questa band ha sempre dimostrato. Una lunga attesa… ma sicuramente ripagata!


