Recensione: Sunholy

Di Daniele D'Adamo - 9 Maggio 2026 - 16:30
Sunholy
Band: Shade Empire
Etichetta: Candlelight Records
Genere: Death 
Anno: 2023
Nazione:
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80

Gli Shade Empire sono finlandesi. Il che valida, come un teorema, una sicura nonché assai elevata qualità tecnico/artistica dei propri membri. E così è. Nati nel 1999, hanno all’attivo sei full-length, di cui l’ultimo della serie, “Sunholy“, edito nel 2023, è l’oggetto della presente disamina.

Certo, della formazione originale ha resistito allo scorrere del tempo il solo, formidabile bassista Eero Mantere. Il quale, comunque, è riuscito a mantenere intatta l’idea di partenza che ha dato vita la compagni nordeuropea. Idea che si sviluppa mediante una sapiente mescola di black e death metal, con una forte, intensa componente sinfonica. Dei generi suddetti ha una rilevante prevalenza il secondo, con che parlare di melodic death metal o forse meglio di symphonic death metal non è certamente fuori luogo, anzi.

Detto del genere, il tema. “Sunholy” è un concept-album, i cui testi sono ispirati al massacro di Jonestown. Un suicidio-omicidio di massa avvenuto il 18 novembre 1978 nella Guyana, in cui oltre novecento membri del Peoples Temple, guidati da Jim Jones, sono morti ingerendo cianuro. Un argomento difficile da trattare in virtù della complessità e dell’enorme cassa di risonanza mediatica dell’avvenimento che, a suo tempo, aveva sconvolto il Mondo intero.

Benché, in fondo, l’argomento principe del disco sia la morte, il suo sound non è così triste e malinconico come quello di alcuni act provenienti da quelle parti (Insomnium). Certo, non mancano singulti di cupe sensazioni depressive, come nella title-track, tuttavia nel complesso l’LP si mantiene su toni che, sebbene spostati dalla parte dell’afflizione, conducono a uno stile magari non originalissimo ma riconoscibile grazie a un formidabile cantante che risponde al nome Henry Hämäläinen.

In grado di affrontare con sicurezza e professionalità una varietà di stili canori tipici del metal estremo (growling, screaming, harsh vocals), egli si muove con una disarmante estensione vocale che regala al suono prodotto dai suoi compagni una grandissima musicalità. Lo dimostra, fra l’altro, nella struggente “Torn Asunder“, vero e proprio capolavoro di death metal sinfonico. I riff di chitarra, rocciosi e aggressivi – come del resto in tutto il platter – , cozzano e poi si mischiano con le stupende linee vocali Hämäläinen. In più, avvolgendosi come finissimi braccialetti dorati agli stupendi assoli della chitarra solista di Juha Sirkkiä.

A tal proposito non è possibile esimersi dall’impeccabile, preciso lavori delle asce da guerra manovrate con estrema abilità dal predetto Sirkkiä assieme ad Aapeli Kivimäki. Il loro riffing non fa sconti a nessuno, rivelandosi un sostegno devastante che, assieme al dirompente basso di Mantere, determina song dall’incedere devastante, la cui potenza è tale da far tremare la terra (“Maroon“). Fra l’esplosione di poderosi cori femminili, appare interessante, poi, la collaborazione con il sassofonista Aku Kolari, da cui scaturiscono due brani, “This Coffin An Island” e “All-Consuming Flame“, decisamente atipici per l’ambito in cui ci si muove ma che risultano assai interessanti per sonorità atipiche quando si discute di extreme metal.

Una foggia musicale così complessa a causa dei tanti elementi ricompresi in essa non poteva, almeno a parere dello scriba, che generare grandi canzoni. E così è. Sin dall’opener-track, “In Amongst the Woods“, compaiono, in mezzo alla tempesta scatenata dalla strumentazione elettrica e ai furibondi pattern di batteria, clamorosi ritornelli d’eccellenza che si schiantano come meteoriti all’interno della scatola cranica (“Torn Asunder“). Anche perché non bisogna dimenticare che Erno Räsänen, alle pelli, non disdegna di aumentare iperbolicamente i BPM sino a sfondare come un missile la barriera del blast-beats (“Profane Radiance“).

Alla fine la domanda sorge spontanea: «com’è possibile che una band così talentuosa come gli Shade Empire, in grado di regalare con naturalezza e professionalità un’opera che spazza via una miriade di proposte similari, si muova nel profondo underground?». Difficile dare una risposta ma una cosa è certa: “Sunholy” non può mancare nella discografia di chi ama sensazioni forti cementate a gigantesche cavalcate orchestrali.

Daniele “dani66” D’Adamo

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