Recensione: Grand Serpent Rising
Un ritorno a lungo atteso: la band che un tempo era considerata sinonimo di incontrastata sovranità nel movimento symphonic black, i norvegesi Dimmu Borgir, tornano con questo nuovo parto in studio dopo ben otto anni dall’ultimo Eonian. Molto è cambiato da allora, per una band che dopo l’uscita di formazione di Galder si può vedere sempre più come una creatura legata unicamente alle personalità di Shagrath e Silenoz, fondatori e colonne portanti della band sin dagli esordi.
Grand Serpent Rising è un testamento imponente da oltre settanta minuti di musica che vorrebbe riportare in alto la bandiera di questa storica formazione e che si presenta all’ascoltatore con un titolo che è quasi una dichiarazione d’intenti; la figura del serpente, che infatti per molti è un sinonimo del male incarnato, per la band rappresenta al contrario un simbolo di rinnovamento, crescita personale e spirituale, sapere e liberazione. Lontani sono i testi infantili e pseudo-satanisti degli anni novanta per una band che da quel punto di vista si mostra (come accadeva in Eonian) sotto una veste più matura oltre che alla costante ricerca di una nuova consapevolezza.
La registrazione del platter è avvenuta a Gothemburg con lo storico produttore della band Fredrik Nordström che aveva già lavorato su album seminali della band quali Death Cult Armageddon e Puritanical Euphoic Misanthropia. A seguito, dopo il remix di Puritanical di qualche anno fa, la band ha nuovamente deciso di affidarsi a lui per un sound e una produzione che è il primo vero e proprio tallone d’Achille del disco. Purtroppo come molti avranno già costatato dal primo singolo di lancio Ulvgjeld & Blodsodel, il suono proposto risulta abbastanza impastato e non particolarmente d’impatto; un colpo importante per un disco che vive non solo sulle atmosfere ma anche su quelle rinnovate sonorità black metal che avevano fatto la fortuna di questa band e che nel precedente disco Eonian erano state molto ridimensionate.
Già, perché in questo disco i Dimmu tornano a fare quello che il 99% dei fan chiedeva in ginocchio alla band, symphonic black; difatti le orchestrazioni e i cori (a tratti troppo stucchevoli) di Eonian sono notevolmente ridotti, ci sono tantissimi momenti in blast-beat con tanto di quel classico “tremolo picking”, ma soprattutto il disco ha al suo interno tantissime soluzioni sonore dalle atmosfere molto diverse. Sezioni più gotiche, altre più sinistre, altre con un vibe più spirituale e ritualistico, altre ancora più classicamente sinfoniche, in mezzo a tanti assoli e tanta tanta carne al fuoco nonché il ritorno di alcuni pezzi cantati in norvegese.
Gli stessi Dimmu avevano rivelato che per questo disco avevano tanto materiale da riempire un doppio album, ma alla fine si sono voluti concentrare su un numero più limitato di pezzi per portarli al massimo del loro potenziale. Insomma, i fan della vecchia guardia gioiranno solo per questo parziale ritorno al passato che tuttavia ha parecchi risvolti negativi in delle tracce talvolta troppo lunghe e per un disco eccessivamente prolisso che racchiude momenti convincenti, assieme ad altri che a nostro avviso risultano abbastanza spenti.
Uno di questi momenti più spenti è proprio la intro Tridentium che con le sue sezioni sinfoniche i suoi cori e il suo rumore di pioggia in sottofondo riesce a ricreare uno scenario evocativo, dilungandosi però in una composizione eccessiva, da quattro minuti, con tanto di spoken-word e chitarre più pesanti. Pare tra l’altro che dalle parole emerse dal chitarrista Silenoz durante un intervista, sia stata proprio la stessa Nuclear Blast a provare a convincere la band a tagliare qualcosa dal minutaggio di questa intro, senza però riscontrare consensi dalla band stessa.
Poco male dato che ciò che che segue è uno dei pezzi migliori del lotto, nonché il secondo singolo del disco, Ascent, pezzo granitico con uno dei riff più black metal oriented del lotto e uno Shagrath che sputa veleno. Un pezzo che si evolve in maniera feroce e minacciosa, dove l’oscurità tipica della band ci assale e dove trapela anche una sezione in spoken word e un assolo di chitarra. Curiosa la sezione finale dal sound quasi horrorifico/carnevalesco con tanto di voce pulita (non si capisce bene di chi) e una timbrica che ricorda qualcosa dei Septic Flesh.
As Seen In The Unseen prosegue in maniera convincente con un arpeggio dal sapore sinistro per un pezzo lungo, da sette minuti, che ci regala momenti di tastiera soffusi prima di esplodere in una sezione di blast-beat assassini. La voce di Shagrath appare arcigna e maligna, mentre delle occasionali aperture sinfoniche di tastiera arricchiscono il tutto. Il chorus è gigantesco ma allo stesso tempo spettrale ed enigmatico elevandoci verso un’altra dimensione. Ci sono persino delle sezioni di strumenti a fiato (trombe, tromboni) assieme a delle aperture melodiche ben fatte.
The Qrytfarer è un altro pezzo piacevole che parte con dei rif che pestano come macigni mentre le parti vocali di Shagrath riecheggiano tormentate. Interessante lo stacco di pianoforte nel mezzo della canzone, per un brano che riparte su territori epici e sinfonici veramente convincenti. Ancora una volta lo spoken-word di Shagrath riappare, per un elemento usato moltissimo nel disco e un pezzo veramente in classico stile Dimmu Borgir anni duemila, anche se con un pelo di ferocia e cattiveria in meno.
Ulvgjeld & Blodsodel è forse il primo passo falso del disco, un brano che la band ha voluto coraggiosamente proporre come singolo apripista dando al pubblico una prima sensazione del disco che non rispecchia le sonorità dell’album in tutto e per tutto. Il ticchettio di un orologio, poi un brano che si costruisce piano piano attraverso delle atmosfere lugubri e sinistre prima di esplodere in dei riff cadenzati che si costruiscono sulle atmosfere già create. Una sorta di intro molto lunga in pratica che ci conduce al pezzo in se, cantato in norvegese per la prima volta nell’album. La composizione si mantiene cadenzata per la maggior parte, ritagliandosi uno spazio particolare nell’economia del disco con a tratti anche delle belle sezioni di tastiera e dei cori molto suggestivi. Tuttavia a nostro avviso, sono più gli elementi che affossano il pezzo che quelli che lo elevano per un brano che non sarebbe risultato fuori contesto in un disco come Eonian. I blast-beat alla fine sono un cambiamento inaspettato ma che purtroppo non hanno il peso che dovrebbero avere anche per colpa di una produzione che gli da un impatto quasi da “fustini del dash”.
Repository Of Divine Trasmutation si apre con un interessante arpeggio acustico dalle venature quasi folk che ci riporta indietro di più di trent’anni a quel For All Tid che aveva scosso la scena black metal norvegese all’epoca. Segue una sferzata black metal e dei riff cadenzati e aggressivi con delle belle linee di chitarre a livello di lead. Il chorus del pezzo sempre in scream ha un feel più melodico e degli elementi più suggestivi, evocativi e spirituali, danno un bel tocco al brano che possiede anche delle pregevoli sezioni solistiche di chitarra (d’effetto in particolare quella che esplode dopo un “patterns and the silver linings” intonato da un tuonante Shagrath).
Slik Minnes En Alkymist (questo è ciò che l’alchimista ricorda), è un pezzo cantato interamente in norvegese che ci riporta con la mente ai tempi di Stormblast 2005, la versione ri-registrata dell’originale disco del 1996. Non è solo il cantato, ma anche la sonorità del pezzo che sa essere epico ed evocativo con tanto di parte in spoken-word cantata sempre in norvegese avvolgendoci in un’aurea nuova benché familiare. E da precisare che l’associazione con il “nuovo” Stormblast più che col vecchio è dovuta puramente a una questione di produzione che ovviamente suona più moderna e vicina allo Stormblst ri-registrato rispetto a quello del 96. La sezione puramente gotica nel brano risulta uno dei momenti più di atmosfera e ben riusciti del platter.
Phantom Of The Nemesis è oscura, trascinata e sinfonica con un tocco che a tratti ricorda i vecchi Nightwish, non facendosi mancare però delle parti in blast-beat. A conti fatti un pezzo abbastanza dimenticabile che gioca molto sulle sinfonie più che sull’impatto e che non lascia troppo dopo ripetuti ascolti.
The Exonerated parte più cattiva ma a questo punto diventa ovvio che l’album stia un pochino perdendo di freschezza ed inizi a scarseggiare anche a livello di novità sonore. Non aiuta il fatto che anche in questo caso il pezzo sia decisamente troppo prolisso con i suoi sei minuti. Va detto che la componente malinconica e altamente cinematica che trapela in una sezione di questo brano non è affatto male, così come la sezione melodica, ma si cade nel solito problema di questo album. Troppa carne al fuoco, troppe idee, minutaggi troppo elevati… insomma il vizio di strafare.
Le chitarre sferzanti di Recognizant e quel “northern skies ablaze” intonato da Shagrath ci fa viaggiare con la mente dinnanzi alle montagne innevate e i paesaggi incontaminati tipici della norvegia per un brano piuttosto senza fronzoli che quasi richiama i Borknagar per alcune sue atmosfere. Epico il finale con quel rintocco di un campanile, ma ancora una volta lo ripetiamo… tutto troppo prolisso.
Abbastanza da dimenticare At The Precipice Convergence, soprattutto giunti a questo minutaggio della tracklist, mentre il vibe enigmatico, sinistro e onirico dei primi secondi di Shadown Of a Thousand Perceptions ci conduce ad una traccia che pur non brillando ci immerge in un bel finale, quello di Gjoll, pezzo strumentale che chiude il disco con alcune delle linee melodiche più belle dell’intero album. Il pezzo è pregno di alcune bellissime atmosfere, sognanti e malinconiche, per un brano avvolgente che se potesse parlare sarebbe quasi una testimonianza di una pianto della natura incontaminata del nord europa. Un pianto che si va via affievolendo, mentre il pezzo e l’album sfumano nel silenzio.
Il ritorno dei Dimmu Borgir senza Galder in questo nuovo Grand Serpent Rising ci restituisce una band che ritrova gli elementi sonori che l’hanno sempre contraddistinta, offrendo esattamente quello che il fan medio della band norvegese avrebbe probabilmente voluto da questo platter, ossia un disco che ritrova le radici black metal quasi perdute nel precedente Eonian, aggiungendoci una bella dose di varietà e ambizione, tra momenti gotici, sezioni sinfoniche, parti in spoken-word, atmosfere oniriche e sognanti e molto di più. Il problema di questo disco sta proprio nella sua prolissità e nella sua propensione a voler fare troppo, sempre, oltre che avere una produzione non all’altezza che affossa soprattutto le sezioni black più viscerali e spinte. Un peccato perché questo disco aveva del potenziale, ma a conti fatti a livello di songwriting, si assesta come qualità sul livello del precedente Eonian, risultando probabilmente più godibile nella sua interezza, ma non arrivando a quei picchi compositivi raggiunti nel disco del 2018 (Council Of The Wolves And Snakes e Alpha Aeon Omega su tutte). Insomma la band norvegese non ha fatto il miracolo, non ci ha regalato nuovamente un disco all’altezza dei suoi lavori migliori e se quell’epoca d’oro sembra ormai perduta irrimediabilmente, Grand Serpent Rising si è rivelato comunque un ascolto decisamente piacevole che non manca di certo di ambizione nonostante i suoi difetti. Un disco di mesiere e di dedizione più che trainato da una vera e propria ispirazione compositiva scintillante che richiederà svariati ascolti per essere ben metabolizzato data la mole imponente del lavoro dal punto di vista della durata e della ricchezza sonora.






