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TrueMetal.it presenta: ‘From The Depths’ N. 10

Di Andrea Bacigalupo - 29 Gennaio 2020 - 9:00
TrueMetal.it presenta: ‘From The Depths’ N. 10

Nuovo numero dedicato al favoloso mondo dell’underground: dodici recensioni curate dai redattori di TrueMetal.it, che continua ad andare alla ricerca di nuove band che vogliono farsi sentire a gran voce.

Per questo numero ci siamo occupati di:

Escape From Nowhere ‘Devotions’ (Metalcore)

Ural – ‘Just For Fun’ (Thrash)

Toolbox Terror – ‘Unidentified Flesh Object’ (Death)

Santamuerte – ‘KonoKono’ (Rock)           

Aries Fiels – ‘The Halo Behind the Sun’ (Hard Rock)

Immolator – ‘Ars Moriendi’ (Black)

Septris – ‘Legacy’ (Heavy)

Nobody – ‘Gospel of the Goat’ (Black)

Ancient Knights – ‘Camelot’ (Power)

Bs Bone – ‘Inside Insanity’ (Alternative)

Rogue Deal – ‘Demo’ (Heavy)

Torpëdo – ‘Mechanic Tyrants’ (Heavy)

Buona Lettura.

Escape From Nowhere ‘Devotions’

E’ pieno di rabbia e di rancore questo ‘Devotions’, primo album interamente autoprodotto degli Escape From Nowhere, band veneta in attività dal 2016, sorta dalle ceneri dei Krashing Blast e che già si era fatta conoscere con l’EP ‘The Red Thread’.

Il loro è  un modo di suonare duro, pestato e pesante, attingendo dall’Hardcore, dal Groove e dal Rap, quello vero ed incazzato, che con il Metal si fonde alla grande, come hanno dimostrato nel 1991 gli Anthrax duettando con i Pubblic Enemy in ‘Bring the Noise’ e poi i Rage Against the Machine, che ne hanno fatto un proprio stile.

Devotions’ è un attacco frontale lanciato senza remore, rafforzato dall’uso aggressivo di due voci, una più chiara ma diretta ed incisiva, l’altra più ruvida, con estensioni fino al growl ed allo scream. Voci che si alternano, che s’intrecciano, che cantano assieme o che s’inseguono sempre con grande forza e vigore. In alcuni brani parte del testo è cantato in italiano, chiarendo l’idea che gli Escape Fron Nowhere vogliono far sapere il perché di tanta rabbia, che suonano per dire qualcosa e non solo per mero divertimento.

Una ritmica martellante sta alla base di brani come ‘The Red Thread’, ‘Breaking in My Mind’ e ‘Don’t Lie, Charlie’ (in quest’ultimo caso un po’ tanto ridondante a mio parere) ed in generale questa rafforza la trasmissione di una furia che non è cieca, ma anzi ha gli occhi ben aperti. Poi, tante variabili all’interno dei pezzi, come rallentamenti pesantissimi (‘My Enemies & I‘ e ‘Is This a Bad Ending?’), accelerazioni (‘Never Enough’), chitarre allucinogene (ancora ‘My Enemies & I‘ e ‘No Regrets’) e sparate di doppia cassa un po’ dappertutto tengono desto l’interesse per quello che è un buon album d’esordio.

Particolare menzione per ‘Ehere The Light Burns’, scura, struggente e malinconica, ma non priva di forza, chiamarla ‘ballad’ è un’esagerazione ma giusto per darne il senso … e la finale  ‘!p3d!w7vd’ (le virgolette iniziali e finali non fanno parte del titolo), che è l’esatto opposto: una breve sfuriata Hardcore tirata ai mille all’ora che lascia spiazzati, ma ci sta.

Concludendo: nel futuro qualcosa va migliorato, in alcuni pezzi di ‘Devotions’ c’è un po’ di esagerazione, forse dovuta al tanto entusiasmo ma non a carenze artistiche o tecniche. In generale però l’esordio è positivo e gli Escape From Nowhere sono indubbiamente una band da tenere d’occhio.

Cosa che facciamo fin da subito scambiando due parole con Luca, batterista della band.

Ciao Luca, come va?

Ciao Andrea, tutto bene. Grazie dell’ospitalità.

Allora, da dove viene fuori tutta questa rabbia? Di cosa parlano gli Escape from Nowhere?

Pensiamo che la rabbia sia una componente fondamentale quando si compone un certo tipo di musica. La vediamo come una sorta di catarsi, un modo per non impazzire nel caos in cui siamo immersi quotidianamente. I nostri testi spaziano molto, ognuno di noi mette il suo contributo e ciò che ne risulta è una fusione dei nostri diversi caratteri e attitudini: si va dalle riflessioni sulla religione all’ipocrisia che ci circonda in alcuni ambiti della vita, passando per il rapporto con le donne e, perché no, con l’amore.

Sulle cover di ‘Devotions’ sono rappresentati nove simboli, nel booklet interno ciascuno è associato ad una delle canzoni presenti sull’album (eccetto l’intro e l’outro). Cosa rappresentano? Chi è l’autore dell’artwork?

Ogni simbolo incapsula in formato visivo ciò di cui tratta la canzone stessa, ci piaceva l’idea che l’ascoltatore potesse associare la canzone ad un’immagine, ma abbiamo cercato di non essere troppo specifici in modo da dare a tutti la possibilità di dare un proprio significato ai pezzi, in base alle esperienze di ognuno. L’artwork è stato curato da G, il nostro chitarrista, mentre per le illustrazioni ci siamo rivolti ad Asja Menel, una giovane disegnatrice delle nostre zone che ci è stata segnalata da Mad, uno dei nostri cantanti. Ci è piaciuto molto il suo stile e abbiamo deciso di ingaggiarla per occuparsi del lato più artistico dell’artwork. Siamo molto soddisfatti del suo lavoro.

Parlaci un pò di ‘Where The Light Burns’ e ‘!p3d!w7vd’.

Where The Light Burns’ è stata lanciata come singolo apripista per ‘Devotions’ ed è senza dubbio la canzone più ‘morbida’ e riflessiva che abbiamo scritto finora. Tratta il tema dell’avvicinamento tra due persone, della necessità di scendere a compromessi per poter andare d’accordo e di come a volte ciò si riveli impossibile da raggiungere, compromettendo un rapporto che altrimenti avrebbe tutte le carte in regola per funzionare. Un pezzo forse un po’ strano per noi ma, come tutti nostri pezzi, è nato da un flusso di coscienza collettivo ed il risultato finale ci è piaciuto. Per quanto riguarda ‘!p3d!w7vd’ (da leggersi capovolto ‘palmipedi’) invece, il discorso è diametralmente opposto: il pezzo è nato durante una delle tante improvvisazioni che facciamo durante le prove; ne è venuto fuori un delirio punk sfascione e ignorante con un testo da manicomio (che è meglio non rivelare). Una boiata insomma, ma ci siamo fatti delle gran risate suonandolo e abbiamo deciso di tenerlo come ‘bonus track’.

Com’è la scena Hardcore – Groove e Metal in generale in Veneto? Si riesce a suonare abbastanza?

Per quanto riguarda la provincia di Belluno, dalla quale proveniamo, c’è un ottima scena underground che tiene duro e si sta facendo strada. A frenarci è purtroppo la carenza di locali disposti a far suonare un genere che, per sua stessa natura, tende a restare confinato (e in certi casi ad autoconfinarsi) nell’ombra, appannaggio di uno zoccolo duro di appassionati che ciononostante tengono viva la scena musicale Metal di una provincia che altrimenti avrebbe ben poco da offrire in tal senso. Nel resto del Veneto spiccano le scene di Venezia e Padova, dove sono attivi diversi gruppi di ragazzi e appassionati che organizzano spesso concerti e festival che consiglio a tutti, come il Venezia Hardcore.

I vostri progetti futuri?

Al momento siamo impegnati nella promozione di ‘Devotions’, parallelamente abbiamo già iniziato la stesura di nuovi pezzi che verranno inclusi in un successore, ma al momento i nostri sforzi si concentrano soprattutto sul portare ‘Devotions’ in sede live, e i riscontri in tal senso sono stati finora molto positivi.

Ringraziamo Luca degli Escape from Nowhere di questa breve intervista e lasciamo a lui i saluti ai lettori di TrueMetal.it.

Grazie a te Andrea e a tutta la redazione di TrueMetal.it per questa opportunità. Ricordo che ‘Devotions’ è ascoltabile su tutte le principali piattaforme di streaming. Ci si vede sotto il palco.

VOTO: 70/100 (Andrea Bacigalupo)

www.facebook.com/EscapeFromNowhereOfficial

Label: autoprodotto

Tracklist:

Prelude

The Red Thread

Breaking in My Mind

My Enemies & I

Where The Light Burns

Never Enough

Unchain Myself

No Regrets

Don’t Lie, Charlie

Is This a Bad Ending?

!p3d!w7vd

Lineup:

Demis “Mad” Livor – Vocals

Mario “Coach” Mirra – Vocals

Gianni “G” Marian – Guitar

Nicola “Nick” Fabris – Bass

Luca “Most” Bonetta – Drum


Ural – ‘Just For Fun’

Desta un buon interesse ‘Just For Fun’, secondo album della band nostrana Ural, nata nel 2010 e portata avanti dal bassista Stefano Cipriano Moliner e dal batterista Filippo Torno, superstiti della formazione originale, intorno ai quali sono ruotati vari musicisti, tra gli ultimi il chitarrista Alex Gervasoni ed il Vocalist Marco ‘Zanna’ Zanini.

Con all’attivo un demo esplorativo dal titolo ‘Ural’, uscito nel 2011, un EP dal titolo ‘Wasteland’, inciso nel 2013 ed il Full Length ‘Party With the Wolves’, pubblicato nel 2016, ora ritornano con il già citato ‘Just For Fun’, disponibile dal 27 settembre 2019, via Violent Creek Records.

E’ un Thrash carico di selvaggia adrenalina quello che viene sparato fuori dai solchi in meno di trenta minuti, con influenze che vanno dal Crossover dei Nuclear Assoult al progressive dei Voivod.

I brani sono intrisi di molteplici cambi di tempo: velocità caustiche, altre più controllate e cadenze più ragionate variano di continuo tessendo trame articolate che tengono l’ascoltatore desto e attento fino alla fine. La voce non è eccessivamente arrabbiata ma sufficientemente abrasiva per cantare all’interno di un album inciso ‘solo per divertimento’.

Naturalmente nel platter c’è un più di questo: gli artisti sanno il fatto loro e lo esprimono con molta energia, attraverso riff incisivi e ritmiche che sanno essere tanto dirette quanto elaborate e dinamiche. Brani come l’iniziale ‘Crossearth’, ‘W.D.W We Drink Water’, ‘Mind Control’ e ‘So What’ tra gli altri tirano dei bei pugni nello stomaco con il loro incedere incalzante e coinvolgente.

Di contro, in un album dalla durata ridotta, anche se più lungo di quasi ben otto minuti rispetto al precedente ‘Party With the Wolves’, ci sono ben due brani strumentali melodici che, a parere dello scrivente, sono troppi. In particolare, ‘Song For a Traitor’, basato su un lento giro di chitarra e piazzato a metà album, forse per creare un momento di pausa, dice molto poco, è un po’ angosciante ed, alla fine, annoia.

Questo non compromette niente, se non piace basta saltarlo. Il resto dell’album è sufficientemente avvincente e divertente per essere giudicato più che soddisfacente. Bravi Ural!

VOTO: 68/100 (Andrea Bacigalupo)

https://www.facebook.com/URALWOLFTEAM/

Label: Violent Creek Records

Tracklist:

Crossearth

Werewolf

W.D.W. (We Drink Water)

Mind Control

Song for a Traitor

Interference

Inside

Preludio (Intro)

So What

Lineup:

Stefano Cipriano Moliner – Bass

Filippo Torno – Drums

Alex Gervasoni – Guitars

Marco Zanna Zanini – Vocals


Toolbox Terror – ‘Unidentified Flesh Object’

Violento quanto oscuro questo ‘Unidentified flesh Object’ dei Toolbox Terror, band attiva dal 2007 che si era già fatta conoscere con il demo ‘Toolbox Terror’ del 2011 e l’album ‘Bind, Torture, Kill’ del 2013.

Per arrivare ad incidere il secondo album, disponibile dal 2 febbraio 2019, la band ha subito alcuni, ma sostanziali cambiamenti: Matteo ‘Bordo’ Bordino, a causa dell’abbandono del vocalist James Pye, ha lasciato il basso al nuovo entrato Sergio ‘Serb’ Biancarelli per occuparsi direttamente del cantato e Luca ‘Bordi’ Bordino ha sostituito Cibbia alla batteria.

Non sono cambiate però le ispirazioni, che attingono dai film horror – slasher degli anni ’70 e ’80, ma anche a fatti terribilmente reali, per i testi (il loro stesso nome è un tributo al film del 1978 ‘The Toolbox Murders’, da noi intitolato ‘Lo squartatore di Los Angeles’) e dal Death Metal della Vecchia Scuola per il sound, arricchito da elementi vibranti più moderni.

Il risultato sono tracce compatte, feroci e molto dinamiche, ricche di riff stordenti e di linee melodiche angoscianti, completate da scariche spaccaossa di blast beat e di doppia cassa.

I coinvolgenti e continui cambi di tempo, le caustiche accelerazioni seguite da tormentosi rallentamenti, le sezioni claustrofobicamente ridondanti e la voce growl di buon effetto infondono sensazioni di paura, tormento e disperazione, facendo immedesimare chi ascolta, non solo nella vittima, ma anche nel carnefice.

Per cui ‘Unidentified flesh Object’ non è solo una tempesta ritmica, ma anche melodia e tanta arte estrema che vanno ad accrescere uno stile sonoro, magari non all’insegna dell’innovazione, ma comunque profondamente trascinante, che raggiunge l’obbiettivo di tenere alta la tensione. Brani come ‘Violent Behavior’, ‘Toolbox Terror’, ‘Hanged, Drawn and Quartered’ e ‘Chop Until You Drop’, per citarne alcuni, hanno lo stesso effetto di un film horror, mettendo ansia ma anche quella morbosa curiosità, che non ti porta a fuggire, ma e vedere cosa accade.

Album valido e particolare dunque, anche se non da ascoltare sotto la doccia: potreste sempre trovarvi ad affrontare Norman Bates. A parte questo il giudizio è più che positivo.

VOTO: 68/100 (Andrea Bacigalupo)

https://www.facebook.com/TOOLBOXTERROR/

Label: MASD Records

Tracklist:

Violent Behavior

Toolbox Terror

Maniac

Not Dead Yet

Hanged, Drawn and Quartered

Letheon

Doppelganger

Bloodbath

Chop Until You Drop

U.F.O.

All I See Are Corpses

Heritage

Lineup:

Matteo “Bordo” Bordino – Vocals

Roberto Lucanato – Guitars (lead)

Andrea Giordano – Guitars (rhythm)

Sergio “Serb” Biancanelli – Bass

Luca “Bordi” Bordino – Drums


Santamuerte – ‘KonoKono’

              

Santamuerte, ovvero la proverbiale protettrice dei Narcos.

Ma pure una divinità dai tratti controversi e pericolosi, il cui culto ha spesso assunto connotazioni tra il sacro ed il profano, al limite dell’esoterico.

Un moniker certamente ad effetto quello scelto dalla band pugliese, arrivata con ‘KonoKono’ (beh, anche il titolo del disco non è proprio affare di tutti i giorni, in effetti…) alla seconda pubblicazione in carriera per conto di GoDown records, label e distributore che – al solito – riesce a scovare e promuovere realtà insolite ed attive in territori ben lontani dal poter essere definiti commercialmente appetibili.

Un coacervo di sonorità lo-fi in cui si accavallano e ribollono rock ruvido e spigoloso, tratti allucinati di psichedelia, garage, surf e tantissime suggestioni anni sessanta / settanta, di quelle che sarebbero state indicate a commento di uno dei pruriginosi e disturbanti film ‘underground’ dell’epoca.

Suoni grezzi, scarni, che non concedono granché all’orecchio raffinato ma lasciano trasparire personalità, unita ad una elitaria voglia di infischiarsene alla grande di mode e richiami al mainstream.

Tutto è probabilmente fatto per semplice pulsione ed attitudine: la ricerca del facile consenso non è materia reperibile in un album come ‘KonoKono’, con tutto quanto questo possa comportare in termini di indulgenze e favori da parte del pubblico.

Come spesso accade con i deliziosi prodotti GoDown, materiale di nicchia ma di indubbia qualità, inciso a vantaggio di una audience scelta e limitata.

Nonostante tutto, brani come ’A Thousand Miles Cigarettes’, ‘Miracle’ e ‘Cause she will Come’ riescono comunque a vincere la ritrosia pure di chi è meno avvezzo a certi scenari, affascinando con suoni retrò, dotati di un qualcosa di magnetico e fuori dal tempo.

VOTO: 70/100 (Fabio Vellata)

https://www.facebook.com/santamuertemoladibari/

Label: GoDown records

Tracklist:

My Pills,

Mystery Days,

Without You,

Spit of Gold,

Miracle,

A Thousand Miles of Cigarettes,

Pain, Sadness & Cheese,

Why You?

Sand and Haze

Cause She Will Come

???

Lineup:

Gianmarco Tinelli – Voce / Basso

Vito Mannarini – Voce / Chitarra

Vincenzo Dalessio – Batteria / Voce


Aries Fiels – ‘The Halo Behind the Sun’

C’è sicuramente un grande e paziente lavoro alla base di un album come quello proposto da Fabio Stoppa con il suo solo project Aries Field.

Band fondata nel 2013 con una originaria formazione a tre elementi, l’esperienza degli Aries Field vede ora invece il solo Stoppa in pieno comando di tutte le operazioni, padrone di una one man band all’interno della quale dare libero sfogo ad un estro artistico di discreto spessore, supportato da capacità strumentali e compositive più che adeguate nel portare a termine lo sviluppo di un concept corposo e drammatico, costruito sullo sfondo degli accadimenti in Asia durante la seconda guerra mondiale.

Un alone cupo, caliginoso e decadente fa da scenario ad una serie di brani in bilico tra linguaggi progressive, spruzzate stoner e claustrofobico alternative rock vecchia scuola. Quello plumbeo e tutt’altro che allegro, tipico dell’antica scena di Seattle.

Piovoso, per nulla imbevuto di atmosfere allegre o spensierate, il prodotto realizzato da Stoppa si alimenta di sensazioni che sin dalla copertina evocano scenari apocalittici, ponendo in evidenza un’attenzione particolare per l’impatto chitarristico, pietra angolare su cui vive l’intero lotto di canzoni. Ottimo in tal senso l’aiuto offerto dal giovane e promettente Alessio Rispoli.

Un disco autoprodotto che, nonostante la propria natura semi-professionale, suona piuttosto bene e può contare su qualche episodio riuscito, (bella ad esempio, la strumentale ‘Revelation’) in un panorama complessivo che si mantiene, in ogni caso, sempre su livelli più che diginitosi.

Non male, già abbastanza competitivo ancorché perfettibile in termini di tensione emotiva (qualche momento di stanca in cui l’attenzione cala, è percepibile), ‘The Halo Behind The Sun’ è un album superiore alla gran parte delle autoproduzioni viste di recente in questi ambiti e può meritare, senza dubbio, una chance.

VOTO: 73/100 (Fabio Vellata)

https://www.facebook.com/ariesfieldrock

Label: autoprodotto

Tracklist:

Ancient Regret

Sentence

Material

Rage of Freedom

Land of No One

Sword of Time

Wall of Titans

Where the Sun Won’t Fall

Trail of Blood

Warrior

Revelation

The Man Against The God

Words Before Dawn

Veil of Innocence

Lineup:

Fabio Stroppa – Instruments and Vocals

Alessio Rispoli – Guitar

Davide Valentini – Drums

Cristian Camardella – Backing Vocals

Francesco Barnabò- Concept

Marco Bianchi Bandinelli – Mixing, Mastering


Immolator – ‘Ars Moriendi’

I siciliani Immolator negli anni ’90 hanno sempre vissuto, per scelta o per sfortuna, nell’ombra nonostante tre demo di buon livello. Questo ‘Ars Moriendi’, stampato in sole quaranta copie dalla Masked Dead Records, rappresenta l’embrione di quello che sarebbe dovuto diventare il primo album ufficiale della band di Caltanissetta, che misteriosamente decise di sciogliersi all’inizio delle registrazioni. Le quattro tracce più un breve interludio qui presenti sono ciò che è rimasto di quelle sessioni. Gli Immolator erano una band con ottime potenzialità e nei pochi minuti di questa release si intravedono in particolar modo in ‘Black River’, che è oggettivamente un gran bel brano, marziale, ben costruito e con un ritornello potente e facilmente assimilabile. ‘Unholy Church… Betsey Return’ è un brano più tirato, feroce e un po’ confusionario mentre ‘Crown Of Thorns’ è una cavalcata come il Demonio comanda: grezza, sporca e luciferina. L’interludio, ‘Hexensabbat’, è piuttosto inutile e la tracklist si conclude con la cover di ‘Countess Bathory’ dei Venom, band che risulta come grande fonte di ispirazione per gli Immolator. La produzione non è malvagia e risulta funzionale ai brani proposti; Ars Moriendi è quindi un buon prodotto ed è un peccato che non sia diventato un album vero e proprio. In ogni modo farà la felicità dei cacciatori di gemme e demo nascosti ed è comunque un piccolo pezzo di storia estrema italiana che riaffiora. Dategli un’opportunità.

VOTO: 64/100 (Gianluca Fontanesi)

https://www.facebook.com/Immolatorofficial1994

Label: Masked Dead Records

Tracklist:

Unholy Church… Betsey Return

Black River

Crown of Thorns

Hexensabbat (Interlude)

Countess Bathory (Venom cover)

Line Up:

Cimeries – Voce

Azmeroth – Chitarra

Owl – Basso

Etar – Batteria


Septris – ‘Legacy’

I Septris sono giovanissimi, arrivano dalla Svizzera e sono cinque guerrieri che raccontano, con la loro musica, storie di guerre epiche quanto sanguinose, che hanno devastato le loro terre.

Band nata nel 2015, ha all’attivo un Ep, dal titolo ‘Warriors’ ed il debut album ‘Legacy’, dato alle stampe nel maggio 2019; il loro è un heavy power metal di taglio epico che  mescola asce, spade e draghi con la storia.

Legacy’ è un concept album in cui si disloca la storia di un Regno che cerca di difendersi da vari attacchi, inizia con ‘Prologue’, che introduce la storia che si sviluppa in una ‘cavalcata epica’ con i brani successivi: ‘The Storm’, brano in cui il combattente muore compiendo il suo dovere di soldato e viene descritto in una lettera alla sua amata; ‘King’, dove il re cattivo vuole conquistare il territorio e avere il potere su tutto (brano in cui la voce del singer Gregory mostra tutta la sua potenza); ‘Warriors’ è il brano che rispecchia il carattere heavy power metal di tutto l’album, un inno dedicato ai valorosi soldati caduti sul campo che mostra tutta la furia e l’orgoglio nei suoni di una battaglia. ‘Last Battle’ chiude il cerchio con il sogno di vincere e di far festa in una locanda: qui troviamo sferzate della miglior tradizione power e un drumming possente.

I Septris sono grandi estimatori di Iron Maiden, Sabaton, Amon Amarth…, come si evince da questo primo album, ben costruito, tecnicamente ancora da affinare, con riff abbastanza taglienti ed epicità quanto basta per un debut che cattura l’attenzione.

VOTO: 75/100 (Monica Atzei)

https://www.facebook.com/SeptrisBand/

Label: Autoprodotto

Tracklist:

Prologue

Blood Moon

The Storm

Dragons

King

Broken crown

Warriors

Legacy

Last battle

Lineup:

Johan Måne – Bass

David Perret – Solo Guitar

Grégory Sandoz – Vocals

Nathan Storni – Rhythm Guitar

Yann Baumberger – Drums


Nobody – ‘Gospel of the Goat’

Nobody è un progetto solista, ideato, creato e realizzato dal musicista finlandese Tuomas Kauppinen. Lungo il quarto d’ora dell’esordio discografico rappresentato dall’EP ‘Gospel Of The Goat’ abbiamo modo di entrare in un luogo quasi totalmente inesplorato. La proposta musicale Nobody è infatti un black metal acustico, che da proprio l’impressione di sedere accanto a un falò acceso nel cuore di una foresta dispersa nelle fredde e selvagge terre scandinave. Non abbiamo a che fare con le cupe ed evocative ombre create dal più gettonato atmospheric black metal, ma è come stare di fronte a Kauppinen che imbraccia la sua chitarra acustica e cerca di risvegliare le più ancestrali divinità pagane con i suoi canti sofferti in direzione della sommità delle fiamme che sembrano voler raggiungere la luna.

Sembrerebbe tutto bello, perlomeno sulla carta, ma il risultato è molto acerbo, senza per questo togliere nulla al fatto che far convivere un sound unplugged con il genere più estremo del mondo metallico sia difficile, soprattutto per quel che concerne la coerenza di un mood che nei momenti più lenti soffre una voce non perfettamente in sintonia con la musica. C’è da dire che la parte strumentale non si trova almeno a rincorrere le tipiche velocità appartenenti al black metal e anche in questo caso, se da un lato si rivela essere la scelta migliore, dal punto di vista atmosferico abbiamo qualcosa che è definibile in tutti i modi fuorché black metal. ‘Gospel Of The Goat’ va preso come un esperimento e portandovi via poco più di quindici minuti non subirà le vostre maledizioni, ma in attesa di un full-lenght c’è la necessità che l’essenza Nobody acquisisca una forma meno eterea e più concreta, per convincerci davvero che un matrimonio misto come questo possa avere un senso.

VOTO: 58/100 (Alessandro Marrone)

https://www.facebook.com/nobodymetal

Label: Inverse Records

Tracklist:

In the Arms of North

Desecrating the Priest’s Daughter

Ritual of Flesh

The Feathered Serpent

The Temple

Lineup:

Tuomas Kauppinen


Ancient Knights – ‘Camelot’

Entriamo nel mondo “Metal Opera” degli Ancient Knights, band Heavy e Power Metal italiana fondata nel 2018 da Andrea Atzori e da Marcel Knight, ai quali poi si è unito il cantante Matt Siddi.

Senza lasciar troppo attendere, la band si è lanciata subito in un importane progetto, dedicato alla figura di Re Artù,  al quale hanno dedicato l’album ‘Camelot’.

Per la realizzazione di questo omaggio al cavaliere e sovrano più ammirato e conosciuto al mondo sono stati coinvolti numerosi cantanti e musicisti, come Roberto Tiranti (Labyrinth, Odyssea), Goran Edman (ex Malmsteen, Norum e Reingold), Fabio Lione (Turilli / Lione, Rhapsody, Angra), Elisa C. Martin ( ex Dark Moor), Chiara Tricarico (Moonlight Haze), Gabriel Tuxen e Asger Nielsen (Seven Thorns), Pier Gonella (Necrodeath, Mastercastle, Vanexa, Odyssea, Athlantis …), Dino Fiorenza, Andrea Tito, Tobias Jensen, Andres M. Nuñez, Fuhito Nakamura, Gabriels, Carlo Figus, Francesco Frau, Alessio De Vita.

Parlando di alcune delle canzoni realizzate, la prima traccia ‘March of the Ancient Knights’ ci regala un’introduzione classica, coinvolgente, che ricorda le più apprezzate ambientazioni fantasy che abbiamo amato grazie al cinema. Dopo una breve pausa, le note della traccia ‘Secret Castle of Love’ esplodono nelle nostre orecchie con un entusiasmo coinvolgente. Questa canzone in particolare è stata il primo singolo pubblicato dagli Ancient Knights, nel 2019. Alla sua realizzazione hanno contribuito anche le voci di Goran Edman e di Chiara Tricarico, la quale è nota per rendere esplosivo ogni testo che le venga posto sotto mano.

La fora di impatto resta viva anche con la terza traccia ‘The Usurper’, che in un primo momento ricorda toni e melodie alla Ronnie James Dio prima di mutare assumendo una struttura ben distinta e innovativa. Il finale lento e melodico introduce la più moderata, romantica e anche un po’ melensa ‘Forever’. La sua particolarità maggiore è l’assolo di sintetizzatore/tastiera sfogato alla fine del brano.

La quinta traccia, ‘Camelot’, riporta il titolo dell’album, venne pubblicata come secondo singolo nel giugno 2019 e vide la partecipazione del cantante Fabio Lione come voce principale. I toni assumono un carattere molto più allegro e classico di un mondo fantasy in vecchio stile quale si merita il regno di ‘Camelot‘.

Se volete sapere di più sulle altre canzoni vi lascio all’ascolto di questo buon album Power Metal dedicato a Re Artù, il quale sembra essere soltanto un primo capitolo di una storia molto più ampia.

VOTO: 70/100 (Emanuele Bacigalupo – Ignotus Magazine)

https://www.facebook.com/ancientknights.metal/

Label: Diamond Prod.

Tracklist:

Secret Castle of Love

March of the Ancient Knights

The Usurper

Forever (Light on Me)

Camelot

Prophecy of the Magic Kingdom

Whispers in Shadows

Camelot (Italian version)

Para Siempre (Verdadero Amor)

The Usurper (duet version)

Lineup:

Matt ‘Steel’ Siddi – Vocals

Marcel Knight – Drums, Keyboards, Orchestrations

Andrea ‘King Aramald’ Atzori – Keyboards, Orchestrations


Bs Bone – ‘Inside Insanity’

Nata nel 2017, quella dei Bs Bone è una band italiana che sviluppa la propria musica intorno ai generi Alternative Rock e Stoner, non mancando tuttavia di riservare qualche spazio anche ad influenze Hard Rock e Blues.

Quello con cui abbiamo a che fare è più precisamente un trio, composto dal chitarrista Steve Grind, dal bassista/cantante Vyper (membri fondatori della band) e dal batterista Leo D’Elia, che si è unito al gruppo pronto a sposare il progetto dei Bs Bone, incentrato sul comporre brani inediti “diretti e senza fronzoli”. Intento che avranno raggiunto con la loro Demo ‘Inside Insanity’?

La prima traccia, ‘I Don’t Give a Fuck’, già dal titolo rende l’idea che non abbiamo a che fare con un album tranquillo e pacifico, ma al contrario carico di forza e schiettezza. Le note d’introduzione sono potenti, merito in particolare del basso che viene ben valorizzato e ben coeso con gli altri strumenti. Quelli di chitarra e batteria sono infatti, a loro volta, ritmi coinvolgenti che invogliano all’ascolto. Si può così dire che l’album ci regala un ottimo inizio, senza spingerci a cambiare canzone dopo pochi secondi.

Altrettanto incisive e dirette sono le seguenti ‘99 Lions in a Cage’, già disponibile su YouTube, ‘Dysfunctional Souls’ e ‘Rant’. Quest’ultima in particolare vanta qualcosa di particolare e più brutale delle precedenti, coronando perfettamente il finale di questa Demo capace di colpire anche chi guarda con molta circospezione al genere Alternative Rock.

VOTO: 65/100 (Emanuele Bacigalupo – Ignotus Magazine)

https://www.facebook.com/bsboneband/

Label: autoprodotto.

Tracklist:

I Don’t Give a Fuck

99 Lions in a Cage

Dysfunctional Souls

Rant

Lineup:

Vyper – Bass and Vocals

Steve Grind – Guitars

Leo – Drums


Rogue Deal – ‘Demo’

Verona, Italia, 2019.

Ma, ascoltando quanto (auto)prodotto e soprattutto come suona quel che esce dalle mani di questi ragazzi, direi che potremmo tranquillamente essere nel 1981. Essendo gente affine alla neonata (neanche troppo in verità, ma in realtà di formazione ancora piuttosto recente) corrente NWOTHM (New Wave Of Traditional Heavy Metal) la produzione, il songwriting e anche il più piccolo dei dettagli dei Rogue Deal rimandano fortemente alla vecchia scuola del NWOBHM, dove Iron Maiden e Angel Witch spiccano sopra tutti e con buona pace per tutti coloro che elogiano la modernità assoluta nelle sonorità ‘pesanti’.

Un brano come ‘Night Ranger’ puzza di cantina londinese di inizi anni ’80 da lontano un miglio e i riff ricordano in tutto e per tutto quelli della prima versione della Vergine di Ferro, pur senza mai scadere nel plagio o nell’eccessivamente derivativo. La successiva ‘I’ve Been to Hell’ propone, oltre alle classiche sonorità NWOBHM, certi elementi che rimandano a sonorità proto-Speed sempre originarie della prima metà della prima metà degli anni ’80, ricordando una versione più essenziale e grezza dei primissimi Helloween, sempre con le dovute misure di personalità. La conclusiva ‘You’ve Gonna Take Me Higher’ invece, ritorna su alcune coordinate ‘Maideniane’, ma questa volta sono le parti soliste di chitarra a fare la differenza, risultando un incrocio perfetto tra Raven e Angel Witch. Il risultato di questo demo omonimo, scaricabile gratuitamente da Bandcamp, è un piacevolissimo tuffo nel passato rappresentato dai bei tempi che furono da parte di ragazzi che, probabilmente, quei tempi nemmeno li avranno mai vissuti, ma che riescono comunque ad emularne perfettamente lo spirito, brulicante di passione sino all’ultimo secondo di esecuzione.

Un plauso di eccezione al finale, il classico ‘dietro le quinte’ immancabile in certi dischi vecchia scuola.

Per ora promozione piena in quanto le basi di una buona personalità ci sono tutte: da questi ragazzi però mi aspetto molto di più, quindi auguro loro di divenire non solo una semplice macchina da ‘revival’ (per quanto ottimamente riuscita), ma una entità a sé stante, capace di emanare carisma e personalità.

VOTO: 70/100 (Giuseppe ‘House’ Casafina)

http://www.facebook.com/RogueDeal/

Label: autoprodotto

Tracklist

Night Ranger

I’ve Been to Hell

(You’re Gonna) Take Me Higher

Lineup:

Michele Turco – vocals

Nicola Danese – drums

Matteo Finato – lead guitar

Francesco Galbieri – bass


Torpëdo – ‘Mechanic Tyrants’

Vengono dalla Germania i Torpëdo, e con ‘Mechanic Tyrants’, primo EP autoprodotto dai ragazzi teutonici, ci rituffiamo nuovamente nelle fantastiche sonorità di inizio anni ’80, quelle che soprattutto profumano di pub londinese e sudore emanato dalle prime band che, tra un piccolo palco ed un altro, si sbattevano come muli al pascolo allo scopo di diffondere il verbo, allora primordiale, nella NWOBHM, il quale oggi viene rievocato nella corrente NWOTHM (dove la ‘T’, ricordo nuovamente, sta per Traditional).

Mechanic Tyrants’ è, diciamocelo subito, un EP a dir poco fantastico, ricco di pezzi di pregevole fattura e mai eccessivamente derivativi nel ricordare ‘questa o quella band’ come spesso molte band usano fare di solito. L’EP, registrato in maniera volutamente ‘retrò’ e con un fascino a dir poco irresistibile (soprattutto per via dei suoni di chitarra e batteria), propone melodie, strutture e parti vocali del tutto debitrici al caro Heavy Metal puro e duro, quello più rozzo e sincero dei primissimi anni ’80.

Nel mucchio, spicca soprattutto ‘Maniac’, grandioso pezzo di apertura in grado di rievocare le primissime cose dei Bltzkrieg che furono dal punto di vista strumentale, seppur con uno stile vocale decisamente diverso. Difficile trovare però un pezzo che spunti realmente nel mucchio, in quanto ognuno di essi  è un riuscitissimo tripudio di vecchia scuola, di quella che non stanca mai e che anzi, invecchiando, risulta ancor più piacevole al pari di un buon Whiskey di annata.

Nonostante radici saldamente ancorate agli Iron Maiden del primo album omonimo, abbiamo comunque a che fare con un gruppo a suo modo personale, come d’altronde ci ha già abituato la cara scuola del NWOTHM sin dai suoi esordi, grazie alle prime band facenti parte di questa corrente.

Lavoro di eccellente fattura, immancabile nella collezione di ogni amante del sano e robusto Heavy Metal vecchia scuola.

VOTO: 75/100 (Giuseppe ‘House’ Casafina)

http://www.facebook.com/torpedometal/

Label: autoprodotto

Tracklist

Maniac

Mechanic Tyrants

Victim Of Desire

Sons Of Evil

Wrath Of God

Idiocracy

Lineup:

Flo Fait – Vocals/Guitar

Alex Starbreaker – Guitar

Danny Keck – Bass/Backing Vocals

Philip Srešý – Drums