Intervista City of Lights (Neil Fraser)
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Intervista City of Lights (Neil Fraser)

City of Lights è il progetto che Neil Fraser ha costruito partendo da un’idea molto semplice ed efficace: riportare sulla scena il melodic rock con…

di Fabio Vellata 26 Ottobre 2026 - 09:00
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City of Lights è il progetto che Neil Fraser ha costruito partendo da un’idea molto semplice ed efficace: riportare sulla scena il melodic rock con l’entusiasmo di chi lo ha scoperto da ragazzo, senza fingere di vivere in un’epoca che non esiste più. Dopo il debutto Before The Sun Sets, la band torna con un secondo album che porta lo stesso nome del gruppo, quasi a voler fissare un punto di arrivo e, allo stesso tempo, una nuova identità. Tra ospiti di peso della scena scandinava, una copertina cyberpunk e un sound che guarda a Def Leppard e Van Halen senza restarvi inchiodato, "City of Lights" si presenta come un disco pensato per essere ascoltato dall’inizio alla fine, senza pause.
Ne abbiamo parlato proprio con Neil Fraser.

Intervista a cura di Fabio Vellata

Ciao, sono Fabio  di TrueMetal. Benvenuto e grazie mille per aver trovato il tempo di parlare con noi!

Ciao Fabio! È un piacere parlare con te, grazie per l’intervista.

Partiamo proprio dall'inizio. Avete scelto di dare al secondo album lo stesso nome della band, City of Lights. È una dichiarazione di identità, come se il disco rappresentasse la versione più completa e definitiva di chi siete? C’è stato un momento preciso, in studio o in tour, in cui hai capito che quel titolo doveva diventare anche la vostra firma artistica?

Sì, esatto, hai colto nel segno! Anche se all’epoca ero davvero soddisfatto del primo album, sapevo che c’era molto altro da offrire. C’erano parecchie canzoni vecchie in quel disco e, quando le avevo scritte, la band non era ancora formata, quindi non scrivevo pensando ai punti di forza di tutti. Mentre lavoravo a quel primo album, sentivo già i brani migliorare man mano che li scrivevo. Quando ho iniziato questo nuovo disco, mi sono concentrato davvero sul migliorare la mia scrittura e, con l’esperienza maturata con il debutto, ero determinato a mettere in luce il talento di ciascuno al massimo. Dopo circa tre canzoni ho capito di avercela fatta: era come la versione definitiva dei City Of Lights, e lì ho deciso che sarebbe stato il titolo.

Il titolo City of Lights evoca subito luci, palchi e grandi città. Quanto è autobiografica questa scelta e quanto, invece, è un’idea più simbolica, legata a sogni, illusioni o stati d’animo?

È più simbolico: è come l’Hollywood per eccellenza. Quando ero bambino e ascoltavo rock e metal, tutto mi sembrava fantastico: la musica era il suono degli dèi e i musicisti sembravano arrivati da un altro pianeta. Era così glamour: lo Strip, il Rainbow, i Gazzari’s e tutti quei posti erano per me luoghi leggendari. C’è un verso nella canzone dei Van Halen “Romeo Delight” che dice “High crime zone, in the City of Lights”, e quella frase mi è rimasta in testa. Quando ho deciso di avviare un progetto melodic rock, mi è sembrato il nome perfetto per esprimere l’essenza di quella sensazione che provavo ascoltando quella musica.

Rispetto al debutto, Before The Sun Sets, questo secondo capitolo sembra esplorare temi più intimi, dalla perdita alla salute mentale, fino al concetto di “famiglia musicale”. Quale canzone, a tuo avviso, rappresenta meglio questa evoluzione emotiva, e perché?

Uff, domanda difficile! Dopo il primo album ho cambiato decisamente approccio nei testi. C’era troppo zucchero, e io adoro lo zucchero, ma ho capito che traevo più ispirazione e soddisfazione da temi più emotivi, quindi niente più roba sdolcinata. E soprattutto niente più canzoni con nomi di ragazze! È davvero difficile scegliere, ma direi probabilmente “Beautiful & Broken”. È un pezzo molto pop, di stampo Def Leppard, ma il testo va oltre il solito tema d’amore. Spero che le persone lo trovino un po’ più riflessivo e riconoscibile.

Hai coinvolto diversi ospiti di rilievo della scena scandinava, tra cui Victor Berg, Magnus Berglund, Mikael Blanc, Daniel Johansson e Viktor Öström Berg. Com’è nata l’idea di aprire l’album a queste collaborazioni e come hanno influito sul sound o sull’approccio compositivo?

Sono un grande fan di tutti i musicisti che ho coinvolto come ospiti: sono i miei preferiti e, per la maggior parte, anche buoni amici. E fare musica con gli amici è tutta un’altra cosa. Lavorare con loro è un sogno, perché condividiamo le stesse idee musicali: so già che otterrò esattamente ciò che voglio prima ancora che registrino una nota. Non devo adattare nulla, perché i nostri stili si incastrano naturalmente. Adoro avere ospiti, perché ognuno porta la propria voce nei brani, ma tutti portano la stessa attenzione alla melodia, alle dinamiche e al dramma.

Neil, tu sei il principale autore e chitarrista, mentre Manos porta una presenza vocale potente e teatrale. Come bilanciate queste due identità musicali durante il processo di scrittura? Ci sono momenti in cui le vostre idee si scontrano, e come li risolvete?

Manos è un grande autore anche lui, ed è per questo che volevo includere “Care For You” nell’album: è molto più di un fantastico cantante e volevo che il mondo lo sapesse. Collaboriamo sulle linee vocali e ha anche ottime idee su struttura e arrangiamento. Con il primo album mi sono appoggiato molto alla sua esperienza, quindi se c’era qualcosa che voleva cambiare, ero felicissimo di usare la sua idea. Alla fine, se rende la canzone migliore, è quello che conta. Per il secondo disco è stato molto diverso, perché ormai scrivevo pensando alla sua voce: le melodie funzionavano già bene così, quindi non ha dovuto lavorarci quasi per niente. E poi siamo diventati amici veri e condividiamo la stessa mentalità: tutto deve servire la canzone, quindi lavorare con lui è facilissimo. Con il primo album eravamo finiti in questa abitudine: Manos suggeriva qualcosa, io dicevo “boh, ci penserò”, riflettevo un po’ e, praticamente ogni volta, finivo per concordare. Ora, ogni volta che ha un suggerimento, diciamo semplicemente: “Manos ha sempre ragione”! Ha un gusto impeccabile.

L’album alterna rocker immediati (“Just Like Yesterday”, “One More Night”), inni melodici (“Beautiful & Broken”, “We’re A Family”), brani con tendenze progressive (“Masquerade”, “Unbreakable”) e ballate riflessive (“Learn To Live”, “Care For You”). C’è un filo narrativo o concettuale che lega queste diverse sfaccettature del disco?

C’è una narrazione “musicale”, se vogliamo chiamarla così. Penso all’album nel suo complesso, quindi deve fluire. Serve contrasto e dinamica: luci e ombre, tonalità maggiori e minori, pezzi veloci e pezzi lenti. È pensato per essere ascoltato come un album, per portarti in un viaggio, e ci ho messo molta cura. Passavo ore ad ascoltare la fine di una canzone e l’inizio della successiva, solo per capire quale combinazione mi colpisse di più!
Per quanto riguarda il concept, nella mia mente è come camminare per una città, sentire conversazioni al volo, guardare attraverso le finestre: ogni canzone è la storia di una persona diversa, un piccolo frammento di vita.

Il mixing e il mastering sono stati affidati a Mats Eriksson, il vostro batterista. Che direzione gli avete dato? Cercavate un sound più vintage, più moderno o qualcosa in mezzo?

Fin da quando ho sentito il lavoro dei Wigelius e il debutto dei Care Of Night, amo quel suono: canzoni e tonalità classiche del melodic rock, aggiornate con una produzione davvero moderna. Mi piace anche la creatività nell’uso di campioni ed editing che valorizzano il brano. Tutti i produttori con cui lavoro condividono questo approccio. Ho adorato la produzione di “Lost Generation”, quindi sapevo che Mats avrebbe fatto un lavoro strepitoso!

La copertina e l’identità visiva sono state create da Nello Dell’Omo. Che ruolo ha avuto la componente visiva nel definire l’identità di questo album? C’è un’immagine o un simbolo che, per te, rappresenta meglio il concetto di City of Lights?

Nello è il migliore. Una leggenda del settore e una persona fantastica. Di solito ho un’idea abbastanza chiara dell’immagine che voglio, e lui è bravissimo nel trasformare le mie idee un po’ confuse in qualcosa di bello e concreto. All’epoca ero in una fase cyberpunk molto intensa: giocavo tantissimo a Cyberpunk 2077 e avevo visto Blade Runner almeno quattro volte, quindi mi sembrava un ottimo concept da usare. Sono persino andato a cercare il font usato in Blade Runner per poterlo impiegare nella grafica! Volevo anche creare un senso di continuità con il primo album. Quello rappresentava il giorno, con colori caldi e luminosi, e vedevi un padre e una figlia che si tengono per mano. In questo disco siamo passati alla notte, e ora è la bambina della prima copertina a tenersi per mano con il suo ragazzo. Mi piace quel senso di evoluzione: guardando le due copertine insieme, si capisce che c’è una storia.
La copertina è anche un libretto da aprire: puoi spiegare il booklet del CD e vedere l’immagine completa. Sulla copertina frontale vedi il lusso e il glamour, i sogni e le speranze delle luci della città. Su quella posteriore vedi il lato opposto, dove possono portarti i sogni falliti. Adoro quel contrasto, penso catturi perfettamente l’atmosfera. L’unico problema nel lavorare con Nello è che passiamo la maggior parte del tempo a parlare di calcio invece che d’arte!

Il primo singolo è stata la title track, seguita da “One More Night”. Perché avete scelto proprio questi due brani come biglietto da visita dell’album? C’è una terza canzone che avreste voluto pubblicare come singolo, magari una che rappresenta un lato meno immediato ma più profondo del disco?

“City Of Lights” era una scelta ovvia: era il modo perfetto per annunciare il nostro ritorno dopo quattro anni, ed è un pezzo piuttosto drammatico, con alcune parti prog. Per il secondo singolo volevo qualcosa di più immediato. A dire il vero, scegliere i singoli è stato difficile: sarei stato contento che qualsiasi brano fosse pubblicato come singolo.

Siete passati da Frontiers a Pride & Joy per questo secondo album. Cosa ha portato al cambio di etichetta e quali differenze concrete avete notato in termini di approccio, supporto o visione artistica?

Avevo un contratto opzionale con Frontiers e hanno declinato l’album. Una volta capito che mi serviva una nuova etichetta, la scelta è stata immediata. La reputazione di Birgitt nella scena è leggendaria e lavorare con lei è stato fantastico. C’è un approccio più personale, entusiasmo vero e supporto concreto, e mi è stata preziosa anche nel condividere la sua esperienza nel settore, il che mi ha aiutato tantissimo.

Se potessi immaginare la serata ideale per presentare questo album — il locale, la setlist e gli ospiti sul palco — come la costruiresti? C’è una canzone che non potrebbe mai mancare e una che, per la sua complessità, potresti essere tentato di non suonare dal vivo?

Il Malmo Melodic Festival sarebbe senz’altro la location perfetta. Quel festival è assolutamente magico, la combinazione di musica e amicizie è speciale. Faremmo un vero allestimento cyberpunk sul palco: luci al neon, macchina del fumo, schermi video. Mi passerei mesi a pianificarlo! “Heart’s On Fire” sarebbe sicuramente la finta encore, mentre “Masquerade”, dal nuovo album, sarebbe un vero inferno da suonare dal vivo. Durante le registrazioni ha messo in difficoltà sia me che Robin. Quel riff nella strofa è un casino!

Grazie mille, e in bocca al lupo per l’uscita dell’album!

Grazie mille a te! Apprezzo davvero il tuo interesse, sono state domande davvero interessanti!

Discografia City of Lights

Before The Sun Sets (2021)
City of Lights (2025)

https://www.facebook.com/cityoflightsbanduk

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