Heavy

Intervista Death SS e Bulldozer (1988)

Di Stefano Ricetti - 21 Gennaio 2011 - 0:20
Intervista Death SS e Bulldozer (1988)

Intervista a Steve Sylvester dei Death SS e ad AC Wild dei Bulldozer da parte di Roberto Gandolfi, tratta e riportata fedelmente dalla rivista H/M numero 71 del 1988. Parecchi gli spunti per poter valutare le analogie fra la situazione di allora e quella odierna.

Buona lettura

Steven Rich

A RUOTA LIBERA

Death SS e Bulldozer sono fra le formazioni-guida del movimento heavy metal nazionale. Rispettivamente con “In Death Of Steve Sylvester” e “Neurodeliri” hanno venduto 5000 copie a testa dei loro ultimi albums.

Il movimento metal italiano è in piena espansione, ma difficoltà di diffusione e continui ostacoli ne compromettono la definitiva esplosione. Ne parliamo con AC Wild e Steve Sylvester, due personaggi carismatici e senza peli sulla lingua.

Sapevate che i prodotti di metal nostrano in fase di vendita. non hanno quasi mai superato le cinquemila copie vendute? E che nonostante gli sforzi della stampa del settore la situazione degli alfieri del metallo italiano rimane sempre la stessa, cioè a metà strada tra il tragico e l’amatoriale?

Beh, le colpe di tutto questo sono da imputare in parte ad una industria discografica che ha sempre considerato il metal di casa nostra come un prodotto di serie “B” dal quale non è possibile trarre alcun vantaggio economico.

Ma qualche colpa ce la hanno anche i proprietari dei locali, non disposti a rischiare nulla, gli enti locali, i partiti ed associazioni di ogni tipo che nelle loro politiche gestionali non hanno mai previsto spazi e strutture di alcun genere da mettere a disposizione di chi desidera intraprendere la carriera musicale.

Ma non è tutto qui: forse è anche un poco colpa di chi acquista solo ed esclusivamente prodotti stranieri, anche quelli più scadenti, delle indies nostrane che saturano il mercato immettendo in esso fin troppi lavori di gruppi italiani non sempre all’altezza.

Se a questo aggiungiamo un po’ di responsabilità la posseggono le testate che degli italiani se ne sono occupate troppo poco o relegandoli nei “ghetti” delle rubriche e che infine anche i musicisti italiani non sono del tutto puri, fin troppo preoccupati di non rischiare il posto sicuro per lanciarsi in una carriera di questo tipo, allora il quadro è completo e desolante.

Cosa si dovrebbe fare allora per sanare una situazione che è sempre stata deficitaria?

La risposta, se esiste, non è delle più facili e proprio per questo H/M ha deciso di interpellare due esperti del settore, i rappresentanti di due tra le più longeve e storiche formazioni del settore, i Bulldozer ed i Death SS: eccovi i loro autorevoli pareri.

 

Nella foto: la copertina di H/M numero 71, raro caso nel quale musicisti italiani occupino la prima pagina di un giornale specializzato 

 

Esistono limiti e se ci sono indicaci quali, fra le formazioni italiane.

STEVE SYLVESTER – Credo ve ne siano parecchi, infatti io personalmente ho faticato molti anni prima di riuscire a trovare un gruppo con tutte teste pensanti, un combo di gente decisa a volere andare avanti con la musica.

Invece per molti ragazzi che vorrebbero riuscire con la musica, non appena si presenta un ostacolo allora si arrestano perché non vogliono rischiare ed allora iniziano a prendere la musica esclusivamente come un passatempo.

Non c’è più molta gente che è disposta a rischiare il proprio tempo e la propria vita.

Ho conosciuto decine di chitarristi bravissimi che avevano un solo difetto, non possedevano quell’attitudine mentale che avrebbe permesso loro di farcela… bisogna essere più quadrati ed andare avanti ed il primo aiuto in tal senso dovrebbe venire dai ragazzi italiani che dovrebbero comprare di più dischi prodotti in Italia.

Come vedi gli italiani che hanno tentato la strada dell’estero?

STEVE SYLVESTER – Intanto bisogna vedere se è proprio vero che ce l’hanno fatta. Forse là è più facile emergere come solista che come gruppo interamente italiano, ma questo è valido non solo negli States, ma anche qui a due passi in Germania ad esempio, dove i tedeschi proteggono solo i propri prodotti, spingendo anche i nomi storici inglesi ed americani, quelli imposti dal mercato e per il resto ti chiudono tutte le porte.

Noi in Italia invece facciamo l’incontrario, adoriamo i prodotti esteri, che spesso non sono a livello dei nostri e consideriamo poco quello che viene prodotto qui.

 

Bulldozer, line-up 1985: “Don” Andras, AC Wild, Andy Panigada

 

Puntiamo la nostra attenzione adesso sulle strutture…

STEVE SYLVESTER – Per fare concerti di questo tipo ci vogliono parecchi soldi: pensa infatti quanto costa portare in giro il nostro spettacolo ed il più delle volte non trovi nemmeno chi è disposto a rimborsarti almeno le spese.

Un po’ di giro per i gruppi italiani ci sarebbe, solo che gli organizzatori poi non ti pagano e questo non è giusto; noi non chiediamo di dormire al grand hotel, ma nemmeno di accucciarci per terra.

E’ chiaro che il grosso giro di agenzie si guarda bene dal farti suonare ed il massimo per noi è il riuscire a suonare con qualche formazione straniera, solo che anche lì c’è una grande mafia e bisogna pagare per suonare.

La situazione relativa alle etichette italiane del settore come la trovi?

STEVE SYLVESTER – Ultimamente abbiamo assistito al boom del metal italiano, nel senso che le piccole etichette hanno inondato il mercato di produzioni di ogni tipo. E questo è sbagliato perché questi signori invece di saturare il mercato dovrebbero attuare una selezione,  parcheggiando le formazioni ancora immature per qualche tempo, ed impiegando i capitali previsti per queste ultime in promozione per altre produzioni più valide.

D’altra parte è stupido firmare un contratto per avere una stampa di mille copie ed oltretutto mal distribuito; cosa se ne fa un musicista oltre ad appendersi il disco in camera ed a regalarlo agli amici?

Che cosa consigli ai kids italiani?

STEVE SYLVESTER – Di non essere così esterofili, alla cieca insomma, anche in Italia ci sono molte formazioni valide che meritano un po’ di attenzione. Cominciate voi a promuovere la nostra musica!

 

Steve Sylvester, Death SS

 

Lasciato l’orrido quanto sagace Steve Sylvester dei Death SS passiamo ora a fare quattro chiacchiere con il non meno truce AC Wild dei Bulldozer.

Quale è la situazione delle formazioni italiane a livello di mercato rispetto a quelle straniere?

AC WILD – Secondo me non è vero che le bands italiane a livello di mercato sono inferiori a quelle straniere di pari forza. Ti faccio un esempio: noi ed i Death SS abbiamo venduto quasi cinquemila copie rispettivamente del nostro ultimo disco, mentre i Candlemass che potrebbero essere definiti come il nostro corrispettivo straniero, hanno venduto in Italia solo duemila copie, ed i Kreator che sono invece i nostri antagonisti esteri ne hanno vendute solo mille.

Credo che sia solo questione di immagine, e molto spesso sono le riviste a dare l’impressione che gli italiani funzionino meno, ma non è del tutto vero.

Vi sono colpe da imputare ai gruppi italiani?

AC WILD – Non vorrei dare colpe, nel senso che ognuno fa la sua musica con più o meno professionalità e convinzione. Il problema è che poi in Italia abbiamo un mercato ristretto e con pochi spazi per cui i gruppi fanno un fatica incredibile per andare avanti. Forse l’unica cosa che manca ad alcune formazioni italiane è l’esperienza, ma nulla più.

Ed io sono del parere che se un gruppo deve rischiare la propria vita, allora il rischio deve essere calcolato. In caso contrario sarebbe una pazzia.

Cosa pensi dei nostri italiani all’estero?

AC WILD – lo ho incontrato personalmente gli Astaroth a Los Angeles ed anzi colgo l’occasione per ringraziarli personalmente perché sono stati gentilissimi e devo dirti che loro stanno un po’ giocando alla roulette. Se esce il loro numero fortunato allora firmano un contratto con una major e cominciano a vivere con la musica. In caso contrario resteranno tra le duemila bands di quella città che un contratto non lo posseggono.

In questo caso è questione di fortuna anche perché di quelle duemila almeno la metà suonano ad un livello altissimo… io mi sono un po’ disilluso da quando sono stato là nel senso che prima credevo fosse più facile emergere, invece mi sono reso conto che è peggio di una giungla dove tutti tirano a fregarti e dove se fai un minimo passo falso ti sei bruciato; il gioco negli States è davvero dei più pesanti e la concorrenza è agguerrita e di altissimo livello.

Il consiglio che dò a tutti i musicisti italiani, così come agli addetti ai lavori, è quello di viaggiare il più possibile per rendersi conto anche di queste cose.

 

Bulldozer: Ilona Staller, omaggiata col pezzo “Ilona The Very Best” sull’album IX, del 1987

 

Quale è la situazione italiana per quello che riguarda le strutture e le indie discografiche?

AC WILD – A livello discografico di spazio adesso ce ne è parecchio, quindi tutti o quasi possono incidere a prezzi bassi per presentarsi al mercato italiano.

Prendi l’esempio dei Necrodeath che hanno inventato loro un’etichetta fantasma, si sono autoprodotti il disco e questo ha venduto quasi duemila copie: mica male, vero?

lo non credo che la quantità delle produzioni presenti sul mercato possa influenzare la qualità, nel senso che se in un negozio ci sono quattro lavori che valgono allora quelli comunque continuano a vendere.

Per gli spazi invece siamo messi male: fare girare uno spettacolo metal costa abbastanza e non sempre gli organizzatori rientrano dei costi per cui non tutti sono disposti a perderci.

Cosa pensi della stampa straniera?

AC WILD – Prima di tutto credo che la stampa italiana sia culturalmente molto valida e poi loro sono spudoratamente influenzati dalle etichette per cui se una crisi del metal sta cominciando a verificarsi in Germania ed Inghilterra ti dico che la colpa è soprattutto loro, visto che hanno teso sempre di più a spingere del metal usa e getta, di plastica, era logico che finisse così.

Poi devo dire che le testate estere si sono sempre comportate malissimo con le formazioni italiane, forse in modo discriminatorio ed un po’ razzista, visto che nelle loro recensioni parlavano esclusivamente del modo in cui questi gruppi italiani apparivano, del loro taglio di capelli e non della musica che suonavano o dei testi. Il livello medio delle testate estere è comunque molto basso, quasi da far paura.

ROBERTO GANDOLFI

 

Articolo a cura di Stefano “Steven Rich” Ricetti    

 

Il servizio fotografico comparso su H/M nr. 71 è stato realizzato da Roberta Valentini