Intervista Deep Purple (Don Airey)

Puntuali come un orologio, ad appena due anni dall’ultimo, i Deep Purple tornano con un nuovo album, “Splat!“.
Arrivare all’album numero 24 dopo quasi 60 anni di carriera è un traguardo che pochissimi possono vantare, e l’occasione era golosa per raggiungere il tastierista Don Airey e sentire direttamente dalla fonte come è nato il disco, come la band riesce a rimanere sulla cresta dell’onda dopo tanti anni, e altre riflessioni più generali sul Rock al giorno d’oggi.
Intervista a cura di Davide Sciaky

Ciao Don, benvenuto su TrueMetal.it. Come stai?
Tutto bene. Dove ti trovi?
In questo momento sono a Milano.
Oh, Milano. Bello!
È un piacere rivederti. Abbiamo parlato l’anno scorso per il tuo album solista. Quindi…
Oh, sì. Sì.
Una conversazione molto piacevole l’anno scorso, e la mia prima domanda torna a quello di cui abbiamo parlato allora. Ricordo che avevo notato che stavi pubblicando un album solista appena un anno dopo l’ultimo album dei Purple, ma mi avevi detto che quello era stato registrato molto tempo prima. Quindi, ora che abbiamo questo nuovo album, volevo chiederti della cronologia di come è nato “Splat!”: quando avete iniziato a lavorarci?
Abbiamo iniziato circa un anno fa. Abbiamo iniziato un anno fa ad aprile con le sessioni di scrittura e poi siamo andati ad Asheville, abbiamo scritto per altre due settimane, poi siamo andati in studio con Bob Ezrin per tre settimane e questo è quanto. È così che è stato fatto.
Quindi è stato un processo piuttosto rapido.
Sì. Voglio dire, sembra un’eternità in quel momento, ma quando ti guardi indietro, è stato davvero molto veloce.
Sì. È stato più veloce rispetto ad altri album o è sempre lo stesso?
Penso che sia stato il lavoro più veloce che abbiamo mai fatto. Non riesco a pensare a niente di più rapido. È sembrato scorrere tutto così liscio. Sai, quando le cose vanno bene, non ricordi cosa sia successo. È quando le cose vanno male che dici: “Oh, bene. Ti ricordi che lui non riusciva a suonare quello? No, io avrei suonato questo e abbiamo discusso con Bob Ezrin”, e invece non c’è stato nulla di tutto ciò. È sembrato che tutto fluisse molto bene.
Molto liscio. Sì. Questo è il secondo album che realizzate con Simon [McBride]. Mi chiedevo se il fatto che lui sia nella band abbia cambiato in qualche modo il modo in cui scrivete e registrate musica e anche se, ora che siete al secondo album, la chimica che avete con lui sia cambiata in qualche modo, se il vostro rapporto si è sviluppato ulteriormente rispetto al passato.
Beh, come ha detto Gillan, stiamo facendo le cose nel modo in cui tutti le hanno fatte negli ultimi 60 anni. Sai, provi per un po’ e vedi se ti vengono in mente delle idee e poi trasformi le idee in canzoni. Ma con il rock… beh, con il pop, la melodia viene prima. Con il rock, invece, la melodia viene per ultima. Sai, i riff, il bridge, tutti gli assoli e tutto il resto vengono prima, e poi il povero cantante deve cercare di dare un senso a tutto con un testo e una melodia. Sì.
Dunque, avete pubblicato il singolo “Arrogant Boy” un paio di settimane fa, credo. Da quello che ho visto il feedback sulla canzone è stato davvero buono.
1,3 milioni di ascolti o qualcosa del genere.
Wow. È…
Non riusciamo a crederci.
Hai letto i feedback e sentito cosa dicono le persone?
Sì. Ho ricevuto molti messaggi da amici e altri musicisti che dicono che suona benissimo, e se lo senti dai tuoi amici e dai tuoi colleghi, è sempre un buon segno. Sì.
Mi sembra giusto. Dopo tutti questi anni nel music, c’è ancora un po’ di anticipazione nel sentire cosa hanno da dire i fan sulla musica o è più un fatto che se sei felice tu, allora va bene così?
È la cosa che aspetti con più ansia. Sai, fai un album, metti le voci, fai i mix, riascolti e pensi: “Oh, wow. Suona alla grande”. E poi pensi: “La parte facile è finita. Ora arriva quella difficile: pubblicarlo”. Il mio commercialista diceva sempre: “Fare le cose è facile. Venderle è difficile”. Ed è molto vero. È molto vero per la musica.
Parlando di questo, avete fatto un video per la canzone. Ora stai facendo interviste. Presto sarai di nuovo in tour. Stai facendo l’intero ciclo promozionale necessario ogni volta che viene pubblicata nuova musica. C’è qualcosa che è diventato noioso dopo tutti questi anni passati a fare la stessa cosa più e più volte o ti diverti ancora? Puoi dire anche le interviste se vuoi.
Beh, sai, si passa molto tempo ad aspettare nel business della musica. Charlie Watts disse una volta: “Sono negli Stones da 25 anni. Cinque anni a suonare, 20 anni ad aspettare”. Ed è vero. Devi imparare a gestire la cosa. Sai, i giorni liberi quando sei in tour possono essere un po’ duri perché corri da qualche parte, fai un grande concerto, torni in hotel e poi se non succede niente, ci sono tutti i tipi di cose diverse che devi affrontare, ma devo dire che non mi stanco mai di nulla.
Mi fa piacere sentirlo. Stavo guardando il video della canzone oggi e ho notato che uno dei primi commenti diceva qualcosa tipo: Jon Lord è da qualche parte che guarda il Mr. Airey con approvazione. Ho pensato che avesse assolutamente ragione. Voglio dire, stai davvero rendendo onore alla sua eredità. Hai mai sentito la pressione di dover ricoprire un ruolo così importante, magari in particolare nei primi anni in cui eri nella band?
Ho detto fin dall’inizio che io non posso essere Jon. Sai, a quanto pare quando ho fatto il primo concerto con loro… In realtà ho sostituito Jon con un preavviso di un giorno. E quando ho finito, pare che abbia detto a Roger: “Ho provato a essere Jon per 10 secondi, ma non ha funzionato. Devi essere te stesso”. È questo che devi essere. Roger me l’ha menzionato la settimana scorsa mentre facevamo delle interviste a Varsavia. E quindi… devi solo cercare di essere il meglio che puoi essere. Non è mai stato diverso per me.
Ed è anche giusto così.
Con una band così grande come i Deep Purple, immagino che ci siano molte persone coinvolte in ogni cosa che fate, in ogni fase del processo di creazione di un nuovo album. Mi chiedevo se tutti i membri siano ugualmente coinvolti in ogni aspetto di questo album. Pensavo specialmente alla copertina che ho trovato davvero bella: sei stato in qualche modo coinvolto nel processo di scelta dell’artwork o altro?
È divertente che lo chiedi… No [ride]. È meglio così, sai, non vuoi che i musicisti interferiscano con quello. L’importante è creare buona musica e, per quanto mi riguarda, mi concentro su quello. Come suonano le tastiere? Sono abbastanza alte? Sto facendo la cosa giusta? Sto suonando troppo? È questo che pensi come musicista. E siamo molto fortunati ad avere un’ottima casa discografica e siamo molto fortunati ad avere un produttore meraviglioso. Quindi, fare quello che ti viene detto è spesso il modo migliore. Sai, tutti pensano agli ego e al “non faccio questo” o “non faccio quello”. Ma in realtà è molto bello, quando sei in questa posizione, sapere cosa farai dopo. Racconto spesso che abbiamo cambiato management circa tre o quattro anni fa, quando Bruce Payne è andato in pensione, e sembrava che il nuovo manager fosse davvero cauto sul cosa dirci, non voleva… e io gli ho detto: “Amico, dimmi solo cosa fare. Non essere educato”.
Quindi sono loro a occuparsi dell’artwork? Ti hanno presentato il prodotto finito?
L’ha fatto la casa discografica. Ce l’hanno mostrato.
E cosa hai detto?
Ho detto che penso sia fantastico. È meraviglioso.
Parlando di musica, c’è una canzone, stavo ascoltando l’album e penso sia un lavoro davvero ottimo, ma c’è una canzone che mi ha colpito molto ed è “Guilt Tripping”, con la sua intro di pianoforte quasi classica e poi il crescendo con l’ingresso della chitarra, batteria, voce e tutto il resto. E poi c’è anche quell’assolo di pianoforte che ha una forte vibe jazz o blues che trovo davvero bella, anche se forse un po’ insolita nel contesto del resto dell’album se confrontata con le altre canzoni. Penso sia una canzone davvero bella. Puoi dirmi qualcosa di più su questa, su come è nata e tutto il resto?
Non posso… Voglio dire, quando ho sentito il mix per la prima volta, una volta messe le voci, ho avuto una grande sorpresa. Non riuscivo a ricordare bene di aver fatto l’intro di pianoforte o come fosse nato il tutto, ma ricordavo vagamente lo scambio di assoli con Simon. E ricordo di aver detto a Bob che non riuscivo a sentire bene e che li avrei rifatti in un altro momento. E Bob ha risposto: “Non credo proprio”. No, è stato registrato molto dal vivo. E sai, fai una cosa del genere e poi te ne dimentichi, passi oltre, cosa c’è dopo, cosa c’è dopo, pensi sempre alla cosa successiva. È quello che si deve fare in questi casi.
Allora lasciamo perdere il modo in cui sono nate le canzoni, posso chiederti se ci sono brani che per te sono gli highlights di questo disco?
“The Only Horse in Town”, quello è proprio il mio vecchio suono di tastiera, maestoso. Ci sono molti archi insieme all’organo e c’è un po’ di basso Moog qua e là e adoro tutto l’insieme. Grande assolo di chitarra.
Non vedo l’ora di ascoltare la nuova musica dal vivo. Ti vedrò tra un paio di settimane in Francia all’Hellfest Festival e mi chiedevo quante canzoni avete provato e quante canzoni nuove avete intenzione di portare dal vivo?
Non lo so, tre o quattro. Proveremo prima dell’inizio del tour e vedremo cosa funziona e cosa no. Spesso è una sorpresa. Pensi: “Oh, faremo quella”, la suoni davanti al pubblico e loro non reagiscono… e poi magari una canzone a cui dai poca importanza va davvero bene. Non si può mai dire. L’altro giorno parlavo con un giovane giornalista e mi ha detto che “The Beating of Wings” è la sua canzone preferita. Gli ho chiesto: “Che canzone è che non mi ricordo?”. Lui me l’ha indicata e mi sono detto, “Oh giusto, interessante”.
Ognuno ha i propri gusti, certo. Parlando un po’ più in generale, l’altro giorno pensavo a come un tempo il Rock fosse una cosa da giovani, ma oggi ci sono molte band storiche che vanno ancora forte. State pubblicando il ventiquattresimo album dopo quasi 60 anni. Suonate 17, 18 canzoni a sera. Vai a vedere Paul McCartney e suona per tre ore a sera. Ci sono molti musicisti più anziani che vanno ancora alla grande. E a volte, d’altra parte, sono le band più giovani a fare fatica. Ho visto band che esistono da molto meno tempo dei Purple ritirarsi e annunciare tour d’addio. Come te lo spieghi, se ci hai mai pensato? Com’è possibile che tutte le band più vecchie siano ancora così…
Qualcuno l’ha riassunto per me l’altro giorno: ha detto che se vuoi continuare a suonare, devi continuare a suonare. E ricordo che Jack Bruce mi disse una volta: se ti prendi un anno di pausa, ci vogliono due anni per tornare dove eri. Quindi il segreto è continuare ad andare avanti. Devi avere un certo successo, devi scrivere nuovo materiale regolarmente, devi solo portare avanti il processo. E sai, la cosa curiosa è che siamo improvvisamente diventati “rispettabili”. Quando ero nei Rainbow e in tour con Ozzy, non eravamo persone rispettabili. Non potevi entrare negli hotel belli. Dovevi stare negli Holiday Inn fuori città. Cosa che, a dire il vero, mi piaceva molto.
È strano essere diventati rispettabili?
Sì, un po’. Sai, la gente si ferma davvero a parlarti e ti guarda con quello sguardo negli occhi e pensi: “Oh, ho avuto un effetto su quella persona”. Sanno di aver ascoltato qualcosa che ho fatto e che ha fatto loro del bene. È una bella sensazione quando succede.
Sì, decisamente. A questo proposito, voi suonate ancora tantissimo dal vivo, avete dovuto fare dei cambiamenti per adattarvi alla vostra età, e ad eventuali problemi di salute, o ti sembra che grossomodo stiate lavorando sempre allo stesso modo?
Beh, no. Le cose sono molto più comode ora. No, non facciamo sei concerti a settimana, diciamo…
Certo.
Ne facciamo quattro [ride].
I giorni di riposo servono sempre per recuperare. Quindi non è proprio lo stesso ritmo e ovviamente si vive in modo molto più confortevole. Hotel più belli e sai, a volte abbiamo un aereo privato.
Sì, immagino che questo aiuti a mantenersi riposati.
Sì. Voglio dire, Cozy Powell l’ha riassunto per me anni fa. Ha detto che il segreto di questa vita è non preoccuparsi di non dormire affatto. Ed è vero ancora oggi. Ti abitui a non dormire molto, sai.
Continui a riportarmi citazioni molto interessanti e ricordo che lo facevi anche l’ultima volta che abbiamo parlato. Mi dicesti che stai scrivendo un libro. Posso chiederti a che punto sei?
Sono sempre a metà perché la carriera continua, ma sì, ci sto dedicando più tempo. Ho trovato molte foto… ho sempre fatto fotografie in viaggio, quindi ho un bel record fotografico e penso che sarà molto interessante. Sì, in parte è piuttosto divertente.
Non vedo l’ora di leggerlo. E l’ultima volta che abbiamo parlato, credo che fosse appena stato annunciato l’ultimo concerto di Ozzy e ne avevamo parlato. Ovviamente non hai suonato, ma mi chiedevo se sei andato al concerto o se hai avuto modo di vederlo in qualche modo.
Penso che fossimo in tour. Eravamo in concerto e non l’ho visto. No. So che sono andate alcune persone che conosco. Hanno detto che è stato meraviglioso.
Sì, io c’ero e posso dirtelo dal punto di vista di un fan. È stato fantastico. Dunque, ho solo un’ultima domanda e va un po’ fuori tema rispetto al vostro nuovo album, ma penso che uno dei temi caldi di quest’epoca nella musica, un po’ ovunque ma anche nella musica, sia l’IA. L’effetto che l’IA potrebbe avere.
Oh, pensavo che avresti parlato di calcio [ride].
Mi dispiace ma non me ne intendo molto di calcio, mi preparerò per la prossima volta.
Ovviamente i Purple non ne saranno colpiti, almeno nel breve periodo, dato che siete già una band affermata, ma penso magari più alle band giovani: credi che l’IA generativa possa rappresentare una minaccia in futuro in questo settore?
No, no, non puoi computerizzare la musica. La musica è qualcosa fatto da esseri umani quando si mettono insieme. Questo è la musica. E siamo gli unici sul pianeta che possono farlo. Non puoi farla fare a un computer. Hanno fatto grandi passi avanti, ma quello che ottieni è un pastiche, un pasticcio. Questa è la parola migliore per indicare quello che ottieni.
Non è reale. Non c’è nulla che venga dal cuore.
Bene Don, grazie mille per aver condiviso i tuoi pensieri con me. Come al solito, è stato molto piacevole parlare con te. Non vedo l’ora di sentirti tra un paio di settimane.
Ci vediamo all’Hellfest, è sempre una bella occasione. Amo suonare lì.