Live Report: Hellfest 2025 – Giorno 1

Skindred
Il festival quest’anno si comincia ballando. Sono le quattro e mezza del pomeriggio, il caldo secco non è per niente scemato e anzi, il sole è ancora alto nel cielo e resterà così per parecchie ore. Ciò non intimidisce la folla: il fronte del Main Stage 1 è gremito, riuscire ad avvicinarsi dalla nostra posizione al bar dietro la Front of The House è come sfidare un’onda di marea.
L’intro è il degno inizio di un festival così grande: la marcia imperiale tuona dagli speakers e manda in fibrillazione gli animi dal main stage al warzone, dal Sanctuary alla ruota panoramica, settando così lo spirito di quattro giorni di inferno.
Come cominciano a suonare Set Fazers il fronte palco ribolle: come una massa unica, la folla comincia a muoversi a onde, chi ballando chi pogando, mentre il moshpit centrale si allarga avvolgendo centinaia di persone.
Il set è breve ma incalzante: diviso in due parti da rispettivamente tre e quattro pezzi, interrotti da un breve DJ set, il sound impeccabile e la presenza scenica del frontman Benji Webbe non lasciano tempo nemmeno di respirare.
Un inizio scoppiettante degno di un festival che vedrà alti e bassi, ma sicuramente non deluderà le aspettative.
Slomosa
Con fatica e sudore (soprattutto il secondo) ci spostiamo al Valley stage per i norvegesi Slomosa e il loro tundra rock che ci azzecca particolarmente – e stranamente – con il caldo torrido.
Il Valley è da un paio d’anni affiancato al Warzone, separato dalla statua/altare/memoriale di Lemmy in quello che risulta essere il fondo del festival. Lo spazio davanti al palco non offre nessun riparo dal caldo e nemmeno la leggera brezza riesce a rinfrescare molto.
I suoni degli Slomosa, invece, concedono riposo alla mente e al corpo con dei suoni lenti, un po’ malinconici, che riportano ai vasti spazi del nord e a lunghi e oziosi viaggi nelle lande deserte.
È un ottimo momento di relax per raccogliere i pensieri e prepararsi alle emozioni delle ore e dei giorni a venire.
Kim Dracula
Dopo il momento di tranquillità al Valley, torniamo al Main stage per prepararci alla follia australiana degli Airbourne, e ne approfittiamo per vedere Kim Dracula col suo mix di sonorità e di generi, stravagante tanto quanto gli australiani, anche se in modo diametralmente diverso.
La scena è un intrigante mix di austerità ed ecletticità. Il mix di costumi sul palco rispecchia il mix di generi che vengono dati al pubblico: un nu-metal con accenni di sinfonico, momenti heavy e scream degni del black più oscuro.
Una sorpresa degna di essere esplorata in un momento dedicato.
Airbourne
Il Main stage 1 oggi è particolarmente iperattivo: con una corsa degna di un centometrista prendono il palco gli Airbourne, band australiana conosciuta per l’energia inesauribile e l’incredibile capacità di intrattenere ed includere il pubblico nella performance.
Il pubblico in delirio che si muove come una massa unica rende difficile riuscire a stare di fronte al palco, ma già a pochi metri di lato al palco è possibile respirare e godersi appieno il suono ininterrotto e potente di questa band elettrizzante.
La scaletta mista di classici e pezzi nuovi (tra cui Gutsy, pezzo inedito che precede il nuovo album) intrattiene senza sosta, accompagnata dalle esibizioni del cantante Joel O’Keefe che corre, salta, sale in spalla ad uno dei suoi bodyguard e solca la folla fino a trovarsi in mezzo alla circlepit, lancia bicchieri di birra pieni in alto sulla folla facendoli arrivare pieni tra le mani assetate dei fan.
Come sempre lo spettacolo portato da questa band non delude e mantiene altissimi gli spiriti per la serata appena cominciata.
Lindemann
Dopo una breve pausa, sempre sul Main Stage 1, prende piede la leggenda tedesca già frontman dei Rammstein, precedentemente poeta e campione di nuovo. Till Lindemann.
Progetto alternativo estremamente irriverente e che tocca argomenti che vanno dallo scottante all’osceno, si presenta sul palco con una studiata coreografia che trasuda decadenza e eccesso. È tutto studiato a tal proposito: il colore rosso di costumi, strumenti e addirittura microfoni, le luci, la band tutta al femminile (a parte Lindemann stesso e il chitarrista) vestita completamente di latex, la batterista che fa scena a sé con un costume a dir poco indescrivibile.
Le ottime premesse sono però rovinate da molteplici fattori: prima di tutti si sente la mancanza del vecchio co-fondatore del progetto Peter Tägtgren, poi il comparto audio fin da subito lascia desiderare, principalmente nel settore voci. Nonostante numerosi tentativi, i tecnici non sembrano riuscire a migliorare la situazione che viene anche peggiorata dalle reazioni rabbiose del cantante verso i suoi collaboratori.
Lo spettacolo termina lasciando un po’ di amaro in bocca per l’occasione sprecata.
Korn
Finalmente è il momento degli headliner di questa giornata.
I re del nu-metal si presentano subito con uno dei pezzi forti, Blind, e da lì procedono senza cedere di un passo, tra l’irruento basso e la batteria rombante, con la presenza scenica di Jonathan Devis e della sua asta del microfono firmata HR Giger.
La scaletta di 18 pezzi spazia lungo tutta la loro carriera, permettendo anche a qualcuno come me che non li segue da molti anni di godere di parecchi momenti di nostalgia.
La qualità del suono e degli effetti luce è ottima, anche se in qualche occasione si comincia a notare quella che sarà poi una piaga dell’intero festival, cioè il rullante della batteria che in alcuni momenti sembra graffi gli amplificatori.
L’area dei due mani stage è comunque gremita e muoversi è praticamente impossibile, e lo spettacolo del mare di fan è soverchiante come ogni anno.
Il concerto dei Korn si conclude con una epica Freak On a Leash che da il colpo di grazia alla folla.