Live Report: Hellfest 2025 – Giorno 4

Eagles of Death Metal
Il quarto giorno comincia a tirare il fiato. La stanchezza accumulata è quella tipica degli ultimi giorni di un festival lungo, e il caldo — ancora presente, anche se meno feroce — non aiuta. In questo contesto, gli Eagles of Death Metal sono la medicina giusta: irriverenti, sboccati, con un rock’n’roll solare e sguaiato che non chiede niente di intellettuale al pubblico.
Jesse Hughes è il solito circo ambulante: cappello da cowboy, occhiali da sole, sorriso stampato in faccia come se non avesse niente di meglio da fare nella vita. Il set scorre leggero tra i classici, con I Only Want You e Wannabe in LA che scatenano i cori di un pubblico che improvvisamente si è dimenticato di essere esausto.
È il palate cleanser perfetto prima delle bordate serali: tre quarti d’ora di rock’n’roll puro, senza secondi fini e senza risparmio.
Health
Ci vuole coraggio a presentare musica così all’Hellfest, e gli HEALTH il coraggio ce l’hanno da vendere. Il trio di Los Angeles porta al festival qualcosa che non si vede spesso su questi palchi: noise industriale, muri di synth e drum machine a sostituire la batteria acustica, con una intensità che non ha niente da invidiare alle band più pesanti della lineup.
Il pubblico è inizialmente disorientato — ma ci sono anche tanti che la band l’hanno già vista al precedente show al festival appena qualche anno prima — e basta poco per rimanere travolti. Le luci sono un elemento fondamentale dello show quanto il suono, e i due si intrecciano in un modo che rende il tutto quasi fisico.
Una proposta coraggiosa, apprezzata forse meno di quanto meriti, ma che lascia il segno.
Dethklok
Metalocalypse dal vivo. L’idea è ancora straniante sulla carta, eppure funziona benissimo nella pratica. Brendon Small ha costruito negli anni qualcosa che è partito come parodia e si è trasformato in una delle band metal più tecnicamente solide in circolazione, e il live all’Hellfest lo dimostra senza ombra di dubbio.
I fan della serie animata sono ovviamente in delirio, con qualcuno addirittura in costume, ma il set è abbastanza muscoloso da convincere anche i non iniziati. Il moshpit è generoso, i riff sono enormi, e ogni tanto una clip animata sul ledwall fa esplodere la risata collettiva prima che il pezzo successivo la strozzi in gola.
Un’anomalia felice in una giornata già densa di sorprese.
Linkin Park
L’ultimo atto di questi quattro giorni di inferno. Il Main Stage è una massa compatta di corpi che si estende fin dove l’occhio riesce ad arrivare, e nell’aria c’è quella tensione particolare che solo gli headliner attesi da anni riescono a generare.
Il ritorno dei Linkin Park — con Emily Armstrong al fianco di Mike Shinoda, che si muove sul palco con la grazia di chi porta un peso enorme e lo trasforma in energia — è uno di quei momenti in cui il festival diventa qualcosa di più di un festival. In the End esplode dopo venti minuti e tutta l’emozione trattenuta si scarica in un istante.
La scaletta attinge ovviamente a Hybrid Theory e Meteora, ma non rinuncia ai pezzi nuovi, che reggono il confronto con una dignità sorprendente. Il suono è finalmente all’altezza — nitido, potente, bilanciato — come se i tecnici avessero riservato il meglio per la chiusura.
Ci sono lacrime. Molte. Non solo per la musica.
È il finale che un festival così meritava.