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Live Report: Napalm Death @ Slaughter Club, Paderno Dugnano (MI) – 20/02/2024

Di Jennifer Carminati - 21 Febbraio 2024 - 11:47
Live Report: Napalm Death @ Slaughter Club, Paderno Dugnano (MI) – 20/02/2024

Live Report: Napalm Death @ Slaughter Club, Paderno Dugnano (MI) – 20/02/2024
a cura di Jennifer Carminati

Quando mesi fa la formazione grindcore Napalm Death ha annunciato le nuove date europee del tour, che toccherà l’Italia per una sola tappa quest’oggi, nel mondo metal si è creato subito un fermento generale, confermato dal sold-out delle vendite online annunciato con oltre una settimana di anticipo.

Per l’unica data del Campaign For Musical Destruction Tour 2024, martedì 20 febbraio 2024, scelgono di nuovo allo Slaughter Club, a distanza di quasi un anno dalla loro ultima incursione in suolo italico.

E nonostante sia un giorno infrasettimanale, particolare e ostico per un live, senz’altro complicato per molti da gestire in termini di impegni personali, lavoro, famiglia ecc., il locale di Paderno Dugnano è preso letteralmente d’assalto sin dal tardo pomeriggio, soprattutto da chi ha cercato di accaparrarsi gli ultimi biglietti rimasti in vendita in cassa, e da chi voleva invece guadagnarsi un posto tra le prime file, come la sottoscritta.

La band di Birmingham ogni volta che ci fa visita viene accolta in un tripudio di affetto e attestati di stima da parte di tutto il popolo del metallo, e come potrebbe essere diversamente per chi dà sempre l’anima quando è sul palco e non solo.

Anche stasera i Napalm Death sono prontissimi a infiammare di nuovo il palco dello Slaughter Club, insieme ad altre tre band devastanti che li accompagnano in questo tour: i Wormrot da Singapore, gli americani Primitive Man e gli ultimi aggiunti Master, in sostituzione dei Biermacht, che hanno annullato il loro intero tour nelle scorse settimane.

L’attesa di rivedere sul palco, in piena forma e non costretto su una sedia con la gamba ingessata, il mitico Mark “Barney” Greenway era davvero tanta per i seguaci del metal estremo e non solo, vista l’eterogeneità del pubblico presente questa sera.

Arrivo al locale prima dell’apertura porte, perché ho una missione importante da compiere, ovvero, acquistare un biglietto per gli amici Daniele e Christian che non sono riusciti a prenderlo in prevendita, come molti altri diligentemente in fila come la sottoscritta.

Missione fallita miseramente perché non rilasciano biglietti cartacei ma solo il timbro sul polso, per cui mi limito a ritirare il mio accredito stampa, ed entro nel locale; essendo presto riesco ad accaparrarmi un bel posticino con vista palco, e stavolta si che me li vedo tutti bene bene, non come lo scorso anno che, essendo arrivata tardi solo per loro ho praticamente visto le schiene del muro di uomini che mi son trovata davanti.

Tempo qualche ora e il locale sarà strabordante di gente di vario tipo, dal punkettone al metallaro anni ‘80, dal tipico frequentatore di centri sociali al padre col figlio adolescente da indottrinare al verbo del metallo; i Napalm Death anche di martedì sera in un locale alla periferia di Milano han saputo attirare moltissime persone davvero, ma credo che molte altre avranno invece l’amaro in bocca per non essere riuscite ad esserci, per un motivo o per l’altro.

Finalmente ci siamo quindi, iniziamo con il racconto di quella che sarà una serata devastante, mai nome di tour fu più azzeccato, una vera e propria distruzione musicale ad opera di una band che ha fatto la storia del metal estremo e che ha sempre saputo unire diverse generazioni di metalheads, aspetto in cui solitamente riescono solo grandi nomi ben più altisonanti di loro.

Non era una data da perdere, già ve lo anticipo, e ora scoprire il perché.

Wormrot

Son da poco passate le 19.30 quando salgono sul palco i Wormrot, trio proveniente da Singapore, non proprio fortunato in termini di carriera e poco conosciuto anche dalle nostre parti, che nel giugno 2022 ha salutato lo storico cantante Arif Suhaimi con non poche ripercussioni sulla stabilità della band, ma il rimpiazzo Gabriel Dubko non lo fa certo rimpiangere.

Ritmi violenti e velocissimi, che infiammano subito gli animi dei presenti, scatenando pogo e moshpit tra il pubblico che sembra apprezzare davvero la proposta del trio con gli occhi a mandorla solo nel chitarrista Rasyid, che in disparte fa il suo sporco dovere.

Il loro batterista, Vijesh Ghariwala, posizionato davanti e al centro, è una macchina da guerra implacabile, sempre sorridente, scalzo, con la sua velocità e precisione ha focalizzato la mia attenzione, devo ammetterlo, anche se era impossibile non notare anche il tatuatissimo Dubko che ha dimostrato di avere il giusto carisma e approccio per un gruppo del genere.

Scream e growl micidiali mentre si dimena con una furia incontenibile, occupando il palco con irruenza e aggressività davvero trascinanti, e lasciandolo libero a momenti di solo degli altri due componenti.

Il loro è un grindcore grezzo, blast-beat e stop’n’go messi nei punti giusti, che non porta certo una ventata di novità nel genere, ma è tutto fatto in maniera spontanea, genuina e con la giusta attitudine, e questo a me basta per affermare che i Wormrot sono stati un ottimo inizio di serata.

Ragazzi alla mano, disponibili sia prima che dopo il loro concerto, con i fan che hanno preso poi d’assalto il banco del merchandising che i tre si apprestano a presidiare alla fine dei 30 sudatissimi minuti sul palco.

Lineup
  • Gabriel Dubko – voce
  • Nurrasyid “Rasyid” Juraimi – chitarra
  • Vijesh Ghariwala – batteria

 

Primitive Man

Giusto il tempo di prendere un’altra birra in compagnia, un cambio palco veloce e si cambia anche registro: dal grindcore degli opener della serata si passa allo sludge e al doom pesantissimo dei Primitive Man, trio proveniente dal Colorado che vedo questa sera per la prima volta, e devo ammettere che non vedevo l’ora.

Nella loro proposta c’è un malessere esistenziale di fondo che emerge e si sente tutto nella setlist che ci propongono questa sera, che attinge dai tre album in studio della band in attività dal 2013 ma ancora sconosciuta ai più.

Un disagio sociale cantato con sofferenza e urla lancinanti dall’enorme frontman ELM, che con la sua voce ci trascina nei meandri più cupi ed oscuri della nostra personalità, dove non sempre si è giustamente predisposti ad entrare, ma dove ogni tanto è giusta fare una capatina e vedere un po’ le cose come vanno.

Suoni assordanti e spesso ripetuti allo sfinimento, con frequenze basse e ridondanze tipiche del drone metal, che si alternano a quel marciume paludoso e becero invece che è lo sludge, e menomale che oggi ho portato i tappi.

Ci sono anche pezzi rallentati ai limiti anch’essi dell’umana sopportazione che riportano al funeral doom più intransigente e altri in cui la vena death metal della band prende il sopravvento.

Ascoltare i Primitive Man significa lasciarsi sopraffare da un senso di pesantezza opprimente, quasi ti sembra di annaspare davvero per tentare di uscire a tentoni nel fango in cui ci sentiamo immersi in questa mezz’ora di suoni dilatati a dismisura davvero annichilenti.

Spero ci sia occasione di rivederli presto, magari come opener di gruppi a loro più affini, ad esempio i Sunn O))) che amo, perché personalmente, queste sonorità disturbanti ed emotivamente provanti mi piacciono molto e i Primitive Man sono bravi nel farlo.

Oggi erano oggettivamente fuori contesto, non credo siano stati apprezzati dal pubblico che si è limitato ad un leggero movimento delle teste sui ritmi lenti e cupi che hanno spezzato letteralmente le gambe all’incedere violento e tiratissimo dell’inizio, ma è stata solo una breve parentesi, ora si ricomincia a pestare pesante.

Lineup
  • Ethan Lee McCarthy – voce, chitarra
  • Jon Campos – basso
  • Joe Linden – batteria

Master

E qui, cominciamo con la storia.

Non per togliere nulla alle due band di cui vi ho appena parlato, ma il trio americano che va sotto il nome di Master che sta per salire sul palco, pagine di storia del death metal le hanno certamente riempite, pur restando sempre da parte ed essendo troppo spesso sottovalutati.

In attività dal 1983, anno in cui la sottoscritta è nata, 15 album all’attivo, l’ultimo Saints Dispelled pubblicato giusto un mese fa, da cui attingeranno a piene mani per la scaletta di questa sera.

Definire Paul Speckmann un frontman sarebbe riduttivo, è un personaggio vero, genuino, che ha fatto del suo non essere un protagonista della scena il suo vero punto di forza.

Personalmente apprezzo molto di più persone come lui che altri che fanno della propria fama e notorietà un marchio di fabbrica della propria band, a discapito spesso della qualità della proposta musicale.

Non voglio certo dire che tutta la discografia dei Master sia degna di nota, più di uno scivolone han fatto capolino qua e là negli oltre quarant’anni di carriera, ma una certa sostanza c’è sempre stata, almeno a mio modesto parere.

Una formula decisamente collaudata la loro, dove a farla da padrona sono, oltre alle grida e la voce spesso davvero sguaiata di Speckmann, la chitarra macina-riff di Alex Nejezchleba e la batteria martellante e precisa di Peter Bajci, finalmente membri in pianta stabile della band, che ha subito sin troppi cambi di lineup e vicissitudini varie con le numerose etichette discografiche cambiate nel corso degli anni.

La prestazione dei nostri è trascinante e coinvolgente, ed i Master si dimostrano ancora padroni di un palco e capacissimi di intrattenere il pubblico, con la loro umiltà e passione che sappiamo bene, smuove gli animi del metallaro molto più che un riff stucchevolmente orecchiabile che strizza troppo l’occhiolino al business.

Personalmente, e credo come me molti altri qui presenti, rimarrà sempre un non so che di incompiuto pensando a ciò che la band di Paul Speckmann avrebbe potuto rappresentare nel panorama death mondiale, dove son rimasti sempre defilati, dietro le quinte, ma dove continuano ininterrottamente a produrre il metallo della morte, puro e autentico come in pochi sanno ancora fare.

Salgono sul palco con un “Good evening Milan we are Master” e ne riscendono con un “Goodnight”, veloci e tiratissimi, come si conviene in questi casi. Anche loro subito dopo presenti al banco del merch dove era possibile comprare oltre alle magliette, toppe e cd pressoché introvabili altrove.

Altra bella dose quindi di headbanging sfrenato e pogo per le prime file e non solo, entusiaste e paghe di quello che si è rivelato finora questo devastante Campaign For Musical Destruction Tour 2024, ed il bello deve ancora venire.

Lineup
  • Paul Speckmann – voce, basso
  • Alex Nejezchleba – chitarra
  • Peter Bajci – batteria

 

Napalm Death

È giunta finalmente l’ora di chi non ha bisogno certo di presentazioni né preambolo iniziale, che mi piace e spesso è doveroso fare, come avrà notato chi mi legge con una certa frequenza.

I Napalm Death hanno fatto la storia del metal mondiale, attivi da più di 40 anni con una carica ed un’energia inesauribili, Mark “Barney” Greenway, come direbbe il mio amico Riccardo, è totale, finalmente in formissima, e chi già li ha visti più volte come la sottoscritta sa quanto la sua presenza scenica, e fisica in senso stretto, sia parte fondamentale nella riuscita di un loro live.

Sarà lui a sorreggere e tenere alto il nome della band, visto che anche stasera purtroppo, lo storico bassista Shane Embury è di nuovo assente; come ci terrà subito a precisare Barney, appena impugnato il microfono: “Shane non è morto, non ha una grave malattia, non ha lasciato la band, ha bisogno di passare il tempo con la famiglia e non sempre ci può accompagnare in tour”.

A sostituirlo egregiamente ci pensa Adam Clarkson, che senza infamia e senza lode, porta a casa la serata, ma certo i paragoni non sono proprio da fare in questo caso.

Questa premessa era doverosa perché l’ultima volta che li ho visti, circa un anno fa sempre tra le mura dello Slaughter Club, il buon Barney era costretto su una sedia ingessato e Shane era latitante per cause non ben identificate, per cui ero tornata a casa con un po’ di amaro in bocca e un senso di incompiutezza totalmente cancellato dopo questa sera, nonostante ancora l’assenza di quest’ultimo come appena detto.

È sempre un immenso piacere rivedere i padri fondatori del grindcore, con la loro miscela micidiale di hardcore, punk e death metal, che daranno luogo ad un assalto brutale, grezzo e feroce, che ci travolgerà completamente nella sua furia a dir poco devastante.

Come sempre, la loro scaletta è davvero pazzesca oltre che azzeccata, spazia in tutta la loro ampissima discografia andando a toccare tutti i picchi produttivi della loro produzione mai paga di ritenersi soddisfatta: pezzi che rimarranno per sempre sui libri di storia del metal estremo, perché i nostri hanno un’esperienza tale alle spalle che sanno bene cosa il pubblico vuole sentire.

Si comincia con From Enslavement to Obliteration, Taste the Poison e Next on the List, intervallate dalle introduzioni e dalle chiacchiere di Barney, mai fini a sé stesse, ma con l’intento preciso di ricordarci che i Napalm Death tengono ai temi sociali, e scrivono canzoni ispirate e mai banali nei testi.

Barney sembra letteralmente un pazzo furioso a cui hanno appena tolto la camicia di forza, e sul palco è finalmente libero di scatenare la sua furia. Sudato marcio sin da subito, corre e di dimena come uno squilibrato isterico da una parte all’altra del palco, ferendosi pure al labbro col microfono, ma imperterrito tira dritto fino alla fine.

Bastano pochissimi minuti per scatenare la deflagrazione più totale all’interno di queste mura, con un’agitazione collettiva che sale ai massimi livelli sui brani iconoclastici della band.

Il loro sedicesimo e ultimo album, Throes of Joy in the Jaws of Defeatism, riproposto live dà luogo ad un risultato davvero impressionante, la foga e cattiveria con cui ci sparano addosso ben cinque cartucce da questo lavoro, è impareggiabile: Contagion, That Curse of Being in Thrall, Amoral, Backlash Just Because e Fuck the Factoid.

Mark libero di dimenarsi come un forsennato, scatena ulteriormente la sua energia sul pubblico e la risposta sottopalco non tarda certo ad arrivare: il pit è in fiamme, con alcuni temerari che si cimentano in crowd surfing, mosh pit e pogo continui, tra spintoni e bicchieri che vengono lanciati sulla folla, ben presto madida di birra oltre che di sudore.

Tra i brani iconici proposti ci sono Rise Above, If the Truth be Known e Suffer The Children, da Harmony Corruption del 1990.

E come non trovare il tempo per You Suffer, la canzone più corta della storia del metal che dura precisamente 1,316 secondi, con cui la band è entrata nel libro del Guinness dei Primati nel 1987 (anno per loro cruciale e chi li conosce come me sa bene il perché).

Ci fanno ascoltare anche una micidiale versione di Mass Appeal Madness dall’omonimo EP del 1991 che ho letteralmente consumato di ascolti.

Strada facendo i Napalm Death sono passati dal grind duro e crudo iniziale, alle divagazioni hardcore, sempre più presenti nei loro brani, alle parentesi death, per poi tornare al grindcore delle origini, sempre mantenendo uno stile inimitabile che te li fa riconoscere al primo riff oltre che dal timbro inconfondibile di Barney.

Ed eccolo, uno dei loro tanti cavalli di battaglia, dall’omonimo album, circa a metà scaletta arriva l’attesissima Scum, il sorprendente debutto dei Napalm Death che ha da poco festeggiato i 35 anni di uscita da cui ci propongono anche M.A.D.

In chiusura arriva una cover dei Dead Kennedys, sempre presente nei loro live, ossia Nazi Punks Fuck Off, e tra l’entusiasmo generale, si passa subito alla conclusive Instinct of Survival e un ultimissimo tuffo nel passato con Contemptuous, da Utopia Banisheddel 1992.

A mettere la parola fine a questa serata distruttiva, tra l’entusiasmo generale, ci pensa l’ultimo saluto di ringraziamento di Barney, che tra sudore e sangue ancora una volta ha portato a casa una serata che ricorderemo per molto tempo.

Queste leggende viventi scendono dal palco, tra il tripudio del pubblico forse non ancora pago, nonostante abbiamo assistito a 80 minuti intensissimi di musica e di quella vera ed estrema attitudine, come raramente se ne vedono, di cui non se ne ha mai abbastanza.

 

I Napalm Death sono tutt’oggi inarrestabili, dominano i palchi di tutto il mondo da oltre quarant’anni, e ne han ben donde di indietreggiare di un solo passo, nonostante tutto e tutti, sono stati dei veri precursori di un genere e restano maestri incontrastati nel panorama mondiale della musica estrema, senza se e senza ma.

Questa sera abbiamo avuto la riprova di tutto ciò che i Napalm Death riescono ancora ad essere nel 2024, una band impossibile da paragonare a chiunque altro nella scena, nessuno come loro, grandi non solo per la loro musica che ha influenzato intere generazioni di metalheads sopra e sottopalco, ma anche per le cause umane e sociali che supportano e i loro testi antirazzisti, antiomofobi, contro la guerra, politici sì ma senza mai essere fanatici e faziosi.

I Napalm Death durante la loro sterminata carriera non hanno mai perso la voglia di urlare, di far riflettere, di ribellarsi contro un sistema di politiche e ingiustizie che affliggono la società moderna e soprattutto di far tutto ciò tramite i loro testi e la loro implacabile musica, mantenendo uno spirito umano potente e inattaccabile, oltre che incrollabile.

“Thank you” ha detto spesso e volentieri questa sera un Barney colmo di gratitudine per l’affetto ricevuto dal pubblico ed io mi sento di rinnovare, a nome di tutti noi presenti, a distanza di un anno dal loro ultimo concerto in suolo italico, un immenso “Grazie Mille” ai Napalm Death per tutto quello che sono e rappresentano, ed è l’ultima cosa che voglio dire in questo Live Report che si conclude qui, con tanta gioia e soddisfazione in corpo per esserci stata.

Stay Tuned and Stay Metal, always.

Lineup
  • Mark “Barney” Greenway – voce
  • Adam Clarkson – basso
  • Mitch Harris – chitarra
  • Danny Herrera – batteria
Setlist
  1. From Enslavement to Obliteration
  2. Taste the Poison
  3. Next on the List
  4. Contagion
  5. Rise Above
  6. Resentment Always Simmers
  7. That Curse of Being in Thrall
  8. Amoral
  9. If the Truth be Known
  10. Backlash Just Because
  11. Fuck the Factoid
  12. Suffer the Children
  13. Mass Appeal Madness
  14. Scum
  15. M.A.D.
  16. Success?
  17. You Suffer
  18. The code is red…long live the code
  19. Dead
  20. Nazi Punks Fuck Off (Dead Kennedys cover)
  21. Instinct of Survival
  22. Contemptuous