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Live Report: Trivium, Heaven Shall Burn, Obituary & Malevolence @ Alcatraz (MI) – 19.02.2023

Di Jennifer Carminati - 21 Febbraio 2023 - 17:58
Live Report: Trivium, Heaven Shall Burn, Obituary & Malevolence @ Alcatraz (MI) – 19.02.2023

Live Report: Trivium, Heaven Shall Burn, Obituary & Malevolence @ Alcatraz (MI) – 19.02.2023
a cura di Jennifer Carminati

Trivium - Live Alcatraz

 

Trivium a Milano, la metalcore band statunitense torna finalmente in Italia dopo oltre due anni di attesa, il concerto infatti era inizialmente previsto il 21 novembre 2021, e lo fa insieme agli Heaven Shall Burn, all’Alcatraz di Milano in questa domenica 19 Febbraio 2023, quasi primaverile devo dire, il che non dispiace affatto ai fan accodatisi in maniera pacifica sin dal tardo pomeriggio davanti al club meneghino che col passare delle ore si riempirà a dovere, ma non da fare il tutto esaurito.

A supporto delle band, ci saranno due special guest di tutto rispetto: la leggendaria death metal band floridiana Obituary e gli inglesi Malevolence, che apriranno quella che si annuncia come una serata imperdibile per gli appassionati di groove, hardcore e metalcore, per cui se non ci siete stati, peggio per voi, ora vi racconto cosa vi siete persi.

Nota bene. Ve lo dico subito così capite già quale sarà l’andazzo del report della serata, per quanto mi riguarda (e non credo sia assolutamente solo un mio pensiero, anzi) la lineup di oggi è al contrario di come avrebbe dovuto essere, ovvero: Obituary headliner indiscussi, a seguire Malevolence e poi gli altri due gruppi parimerito come apertura. E la risposta del pubblico che ci sarà nelle ore a seguire e che vi racconterò tra queste righe credetemi non fa che dare credito a quanto appena dichiarato.

Detto questo, iniziamo col resoconto della serata.

Malevolence

Con pazienza e con una birra o due, i fan aspettano che le porte dell’Alcatraz si aprano e alle 17.30 è arrivato il momento tanto atteso per chi vuole accaparrarsi le prime file. Per inciso a fine serata per la sottoscritta le birre saranno ben quattro, per sopportare meglio quello che è stato dalle 20 in poi.

Con quattro band in cartellone l’inizio è previsto alle 18:15 con i Malevolence costretti ad esibirsi purtroppo davanti ad un pubblico un po’ troppo scarno per i miei gusti… ma vi assicuro che dalla potenza espressa sembrerà essere almeno il doppio.

Con il loro groove metal i cinque ragazzi inglesi sono l’opener adatto per questa serata. Per chi non li conoscesse, giusto per darvi un termine di paragone, i Malevolence sono un misto di Hatebreed, Lamb of God e scomodiamo pure i seminali Pantera, tanto per darvi qualche nome così eh…i nostri colpiscono duro e ti fan venire voglia di saltare ovunque come Alex Taylor che va da una parte all’altra della scena regalandoci uno show davvero impattante.

Nei soli 30 minuti a loro disposizione ci proporranno 7 pezzi saltellando qua e là nella loro discografia fatta di 3 album, ma a farla da padrona è il recente ‘Malicious Intent’ del 2022, che personalmente ho apprezzato molto già dal primo ascolto e in sede live evidenzia al meglio le sue potenzialità.

Attacco frontale immediato con “Malicious Intent” adatto a spianare il terreno per la tripletta che seguirà poi “Life Sentence“, “Still Waters Run Deep” e “Self Supremacy”, brani che sottolineano l’incredibile confidenza raggiunta dal quintetto tra la violenza controllata e il senso di empowerment misto a riffing accattivanti, non tralasciando una tecnica impeccabile.

E dopo un inizio così distruttivo ci piazzano “Higher Place”, una power ballad che fa alzare numerosi cellulari in aria con le torce accese, a dimostrazione che anche il metallaro ha il cuore tenero, già già.

Incitati a più riprese dal carismatico frontman si creeranno numerosi mosh e circle pit, alcuni dei quali di grandi dimensioni e con un’energia davvero micidiale; era da molto tempo che non vedevo il pubblico scatenarsi così, ma davvero tanto, e siamo solo all’inizio della serata.

Spoiler: tutto questo non si ripeterà assolutamente con gli headliner, dove la risposta del pubblico sarà ben più tiepida, nulla di neanche lontanamente paragonabile a quanto stiamo assistendo in questi momenti.

A chiudere prima di salutarci “On Broken Glass”, un pezzo che definirei fragoroso, con un ambizioso lavoro chitarristico e un ritornello edificante che ti entra subito in testa.

Nel mezzo del caos generato c’è tempo anche per un tuffo veloce tra la folla per un membro della crew, per buona pace degli uomini della sicurezza a bordo palco.

I Malevolence han saputo intrattenere e scaldare il pubblico presente in maniera eccellente e sicuramente con la loro attitudine, il loro entusiasmo e la voglia di divertirsi tipica di chi suona insieme dalla giovanissima età, quest’oggi avranno guadagnato ben più di qualche nuovo fan, io già lo ero, che ve lo dico a fare.

Setlist:
  1. Malicious Intent
  2. Life Sentence
  3. Still Waters Run Deep
  4. Self Supremacy
  5. Higher Place
  6. Keep Your Distance
  7. On Broken Glass

Malevolence

Obituary

Rapido cambio palco ed è il momento degli Obituary, che lentamente emergono dalla fitta nebbia calata improvvisamente tra le mura del locale, come a volerci immergere fisicamente nelle atmosfere tipiche di un cimitero nei mesi invernali.

Chi li conosce e come me li ha già visti in sede live sa bene che il quartetto non si muoverò dalle sue posizioni di un millimetro, si posizionano con Donald Tardy (batteria) al centro, Trevor Peres (chitarra) alla sua destra, Terry Butler (basso) e Kenny Andrews (chitarra) alla sua sinistra e John Tardy (voce) che sarà l’unico membro della band a spostarsi, ma non di molto eh sia chiaro, e nonostante questa loro staticità fisica ci dimostreranno come sempre di essere un fottuto rullo compressore che rade al suolo tutto ciò che incontra.

Nei 45 minuti che seguiranno ci sbatteranno in faccia una decina di pezzi di cui molti dal recentissimo ‘Dying of Everything‘ e in generale i non più ragazzi di Tampa si concentreranno sulla loro ultima discografia, il che significa che non abbiamo nessuna canzone da ‘Slowly We Rot’ e ‘Cause of Death’, album rispettivamente del 1989/90 ritenuti vere e proprio pietre miliari del death metal, con grande rammarico da parte di chi come me quegli album li ha letteralmente consumati.

Dopo oltre 30 anni di carriera i loro concerti sono sempre guidati dalla passione, dall’esperienza e da un’irrefrenabile volontà di dare il massimo al pubblico, nonostante siano relegati al ruolo di secondo apripista ci regalano uno show degno di un headliner, veste nella quale spero di rivederli presto, magari in un qualche festival estivo dove poter goder di molta altra buona musica estrema, come piace a me, e a tutti i vecchi metallari che ho visto e con cui ci siamo scambiati sguardi d’intesa. Perché si, anche quest’oggi, è uno di quei concerti in cui una fetta di pubblico presente, esigua certo rispetto all’altra parte di torta, è qui per vedere e dare il giusto tributo a chi ha creato e dato origine ad un genere che poi è stato reso fruibile ai più ammorbidendo le sonorità con ritornelli orecchiabili e radiofonici.

“Redneck Stomp” è il pezzo ideale con cui iniziare perché rappresenta alla perfezione l’approccio della band: uno strumentale essenziale, pochi power chord in sequenza e una ritmica basilare, ma un groove enorme che carica chi suona e chi li vede suonare di un’energia indescrivibile a parole.

Gli Obituary ti imprigionano nelle loro sonorità e ti senti come preso dentro ad un vortice malefico dal quale non vorresti uscirne mai.

Seguono senza soluzione di continuità “Sentence Day” e “A Lesson in Vengeance” dall’omonimo album del 2017, passato in secondo piano a livello di uscita discografica e personalmente non ne capisco il motivo; indubbiamente riproposti in sede live i pezzi rendono tantissimo e nulla hanno da togliere ai loro capolavori indiscussi.

John Tardy, con il suo growl storico e inconfondibile, è uno dei migliori di sempre ancora oggi, e tutti gli altri che han tentato di imitarlo (e non farò nomi per non ricevere insulti) scansatevi proprio, non c’è storia. Sarà pure un pochetto appesantito e caracollante, ma con i suoi 55 anni sulle spalle e centinaia di concerti fatti in giro per il mondo, è sempre dannatamente una bestia da palcoscenico, che non sbaglia una nota che sia una.

E si continua con una setlist fatta di pezzi vecchi e nuovi, ben inseriti nel mezzo, come il nuovo singolo “Visions in My Head”.

Fa ancora sfaceli “Don’t Care”, accolta dal tripudio generale, con il suo approccio quasi death-punk à la Napalm Death, e si conferma come uno dei classici targati Obituary con un’interpretazione di John Tardy mastodontica.

La band è davvero in forma: Trevor Peres è l’apoteosi del chitarrista ritmico death metal. Donald Tardy, con il suo stile essenziale che rappresenta la band al 100%, tanto che sarebbe impensabile pensare a qualcun altro dietro i tamburi degli Obituary. Terry Butler al basso e Kenny Andrews alla chitarra innalzano ulteriormente le già alte quotazioni da leggenda della band.

Il pubblico risponde e partecipa al massimo delle sue potenzialità, in un mosh pit praticamente costante, e tanti gli episodi di crowd-surfing che la sicurezza deve tenere a bada.

Il tempo scorre veloce, il loro è un classico show death metal conciso e con pochi orpelli, considerate brevi pause e le praticamente nulle parole tra un pezzo e l’altro.

Chiude, come di consueto in questo tour, la storica “I’m in Pain”, nell’esaltazione generale.

Gli Obituary han dimostrato ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, che sono e rimarranno un pilastro del death metal mondiale; sono ancora la spettacolare macchina da guerra che tutte le giovani band dovrebbero prendere a riferimento: quando qualcosa l’hai non solo vissuta dall’inizio, ma ne sei stato elemento fondatore, non hai bisogno di finzioni o atteggiamenti impostati per continuare a rappresentarla, basta essere quello che sei in maniera sincera e diretta, e verrai apprezzato. Questo dovrebbe valere per tutti noi, non sono per dei musicisti.

Personalmente potrei anche andarmene a casa ora pienamente soddisfatta e appagata, ma il mio compagno di concerto quest’oggi mi ricorda che gli headliner devono ancora suonare; pertanto, mi accingo al bancone del bar per prendere un’altra birra, anzi no, non ce ne è bisogno perché vedendomi presa dallo sconforto per quel che verrà me la offre pure.

Setlist:
  1. Redneck Stomp
  2. Sentence Day
  3. A Lesson in Vengeance
  4. Visions in My Head
  5. The Wrong Time
  6. Don’t Care
  7. My Will To Live
  8. Dying of Everything
  9. I’m in Pain

Live Report Obituary

Heaven Shall Burn

E‘ abbastanza palese ai miei occhi che alcuni metalhead old school hanno lasciato l’Alcatraz dopo il set degl Obituary lasciando spazio ai fan di sonorità ben più orecchiabili ma che comunque hanno quasi riempito il locale meneghino, quindi va bene così, un motivo ci sarà se tanti son qui per gli ultimi due gruppi in calendario.

Alle 20.05 in punto gli Heaven Shall Burn fanno il loro ingresso sul palco, e iniziano il loro set con tutta la forza ed energia dirompente di cui sono capaci.

Quello che segue sono quasi 1h e mezza di metalcore raffinato misto a un melodic death metal che tanto piace a quanto pare.

L’apertura delle danze spetta al singolo “Hunters Will Be Hunted” seguito a ruota da “Bring The War Home”, che sembra aver convinto più di qualche fan a muovere il culo data la mole di gente che si è riversata nel moshpit alle prime note del pezzo.

Incitati a più riprese dal frontman Marcus Bischoff si creeranno altri mosh e circle pit, e non mancheranno dei temerari crowdsurfer, ma niente di paragonabile con quanto successo ad inizio serata con gli opener.

Se prima con gli Obituary parlavo di rullo compressore ora direi che siamo più in presenza di un martello pneumatico che non smette di colpire la testa con riff incisivi, a tratti al limite del ripetitivo estenuante, per quanto mi riguarda.

Le asce di Maik Weichert, il mastermind indiscusso della band, e di Alexander Dietz, combattono tra di loro alternando riff spaccaossa a riff più melodici; Marcus Bishoff dimostra una buona forma vocale (anche se spesso penalizzata dai volumi troppo alti degli altri strumenti) e fisica, non sta fermo un attimo se non per cantare insieme a qualche fan in prima fila i ritornelli delle canzoni e non si può dire nulla nemmeno del fratello Eric, con il suo prepotente suono di basso e tra un headbanding e l’altro incita il pubblico a fare casino insieme alla band. Nascosto dietro, Christian Bass, il batterista, martella sulle sue pelli pesantemente e con gran precisione.

La setlist è il giusto mix tra i classici della band e i pezzi dell’ultimo lavoro ‘Of Truth And Sacrifice’ del 2020; nel tempo a loro disposizione andranno a coprire la oltre ventennale carriera e non mancheranno certo pezzi dei primi anni 2000 come “Voice Of The Voiceless” e “Behind a Wall of Silence” tra i loro cavalli di battaglia proposti questa sera.

Un trittico micidiale “March of Retribution”, “Thoughts and Prayers”, “Profane Believers” e l’immancabile “Endzeit”, quasi in chiusura, che vede partire in sincrono un urlo del cantante e le voci che si alzano dai fan scatenati più che mai. In poco più di 45 mnuti ci ritroviamo già alla fine della scaletta e arriva “Tirpitz”, brano anch’esso estratto dall’ultima loro fatica in studio, una chiusura inusuale e sinceramente non d’effetto.

Gli Heaven Shall Burn, freschi di un nuovo full length, sono una band che dà davvero il suo meglio in sede live e questa sera ci hanno dimostrato quanto siano ben lungi dall’aver finito gli argomenti di conversazione nell’ambito del death metal melodico misto metalcore di cui sono ottimi portavoce. Devo ammettere che non li conoscevo affatto e credo proprio gli darò una possibilità andando ad approfondire la loro discografia. Fatevelo pure voi, non credo ce ne pentiremo, o forse si, chi lo sa, lo scopriremo solo ascoltando.

Setlist:
  1. Hunters Will Be Hunted
  2. Bring the War Home
  3. Übermacht
  4. Voice of the Voiceless
  5. March of Retribution
  6. Thoughts and Prayers
  7. Behind a Wall of Silence
  8. Profane Believers
  9. Black Tears (Edge of Sanity cover)
  10. Endzeit
  11. Corium
  12. Tirpitz

Live Report Heaven Shall Burn

Trivium

Il ritorno nel nostro Paese dei Trivium era davvero molto atteso, soprattutto dalle cosiddette nuove generazioni di metalheads, grazie al loro sound che fa da anello di congiunzione tra il thrash anni ’90 e il metal di matrice più moderna, come si suol definire.

Sin dalle prime ore del pomeriggio una folta schiera di fan ha atteso l’apertura dei cancelli, dalle 18 con gli opener man mano il pubblico è andato sempre più aumentando e quando sta per entrare in scena la band americana la Location è bella piena di agguerritissimi seguaci del metallo.

Le note di “Run To The Hills” degli Iron Maiden (non credo ci sia bisogno neanche di scriverlo ma vabbè) risuonano forti in sala, cantata all’unisono da tutti quanti…l’adrenalina sale alle stelle e finalmente è giunto il momento. Il grande telo nero che copriva il palco cade improvvisamente e un boato accoglie l’ingresso dei Trivium e si parte con “Rain”. Una pioggia di riff rabbiosi travolge tutto e tutti ed è subito il delirio: non c’è brano sul quale il pubblico non canti, salti o si lasci andare ad un irrefrenabile movimento continuo e perpetuo.

Matt Heafy, Corey Beaulieu, Paolo Gregoletto e Alex Bent iniziano sin da subito a picchiare duro con “Shattering the Skies Above“ e “Strife”, conquistano il locale, nonostante la performance del frontman sia alquanto al di sotto delle aspettative in termini di resa vocale.

All’uscita nel 2020 di ‘What The Dead Men Say’ eravamo nel bel mezzo della pandemia, quindi non c’è stato un tour adeguato per promuoverlo; l’anno successivo hanno pubblicato ‘In the Court of the Dragon’, e la scaletta di questo tour è una fusione di entrambi gli album con ovviamente saccheggi in tutta la loro discografia fatta di ben 10 album in studio.

Una piccola chicca per i fan di lunga data, direttamente da ‘The Crusade’ del 2006, “To the Rats” e il classico dei classici, “Down from the Sky”, l’anthem per eccellenza dei floridiani, che si rivela essere uno dei momenti più intensi dell’intera serata, in cui il pubblico si ritrova a muoversi e cantare come un’unica identità, ed è proprio il pubblico a sorprendere la band, con un calore forse inaspettato, e che gli permette di essere definito da Matt il miglior pubblico in uno show italiano (complimento super inflazionato oramai).

Mentre suonano le polverizzanti “Among the Shadows & the Stones”, “Feast of Fire” e “Catastrophist” si scatena il putiferio con corna sollevate al cielo e un Heafy che corre da una parte all’altra del palco cambiando continuamente microfono dal quale cantare, ma non certo resa vocale che appare davvero sottotono quest’oggi.

Una cosa che trovo impressionante è che i loro fan amano le loro ultime canzoni tanto quanto quelle vecchie, tutte vengono accolte da un boato, e questo successo va riconosciuto alla band, che in qualche modo ha saputo creare nel tempo una fedele fanbase.

Quasi alla fine del tempo a loro disposizione arriva “The Heart From Your Hate”.

La setlist scorre via veloce, e rimane quasi la medesima delle date precedenti, con qualche brano in meno forse; la band ripercorre la quasi totalità della discografia, con un’attenzione particolare al lontano ma sempre attuale ‘Ascendacy’ del 2005, con l’opener e “A Gunshot to the Head of Trepidation” oltre che la conclusiva “Pull Harder on the Strings of Your Martyr”.

Prima della fine c’è tempo per “In Waves”, canzone da molti criticata, ma senza dubbio di grandissimo impatto dal vivo: Matt Heafy chiede al pubblico di accovacciarsi a terra per poi iniziare a saltare tutti insieme alle prime note, e le circa tremila persone presenti eseguono, quasi all’unisono quanto richiesto, e l’effetto è stato davvero bello a vedersi, ve lo posso garantire. Escono di scena raccogliendo i tantissimi applausi che tutti quanti gli tributano, ma personalmente resto con l’amaro in bocca di chi sa che questi ragazzotti san fare di meglio, e forse oggi non era proprio la serata giusta per vederli una prima volta in sede live. Gli sarò un’altra possibilità, forse.

Purtroppo, croce e delizia da sempre della band, la voce di Heafy risulta sempre meno adatta al sound pulito che sta intraprendendo la band. O si ama o si odia e l’impressione è che la maggior parte delle persone accorse questa domenica sera al locale meneghino l’apprezzi eccome, nonostante le numerose stecche sentite. Sappiamo tutti quali siano i limiti della proposta musicale della band, ma è innegabile come i Trivium siano in grado di raccogliere un largo numero di consensi, proponendo uno spettacolo solido e coinvolgente.

Non mi resta che chiudere con una perla di saggezza: De gustibus non est disputandum.

Setlist:
  1. Rain
  2. Shattering the Skies Above
  3. Strife
  4. Amongst the Shadows & the Stones
  5. A Gunshot to the Head of Trepidation
  6. Feast of Fire
  7. Like Callisto to a Star in Heaven
  8. Down From the Sky
  9. Catastrophist
  10. Until the World Goes Cold
  11. To the Rats
  12. The Heart from Your Hate
  13. In Waves
  14. Pull Harder on the Strings of Your Martyr

Live Report Trivium

Photo report a cura di Michele Aldeghi: https://www.truemetal.it/heavy-metal-news/photo-report-trivium-heaven-shall-burn-obituary-malevolencealcatraz-2023-1113817