Portogruaro, domenica 27 settembre 2026. Pino Scotto, autentica leggenda del metallo italiano, approda nella città veneziana per una data in duo acustico. Noi di Truemetal.it abbiamo raggiunto la storica Lanterna PaninOsteria, nel centro cittadino, per assistere e vivere lo show. Abbiamo inoltre avuto modo di scambiare qualche parola con Pino, approfondendo tantissimi aspetti legati alla musica, e non solo. Pino si è dimostrato disponibilissimo e con il suo inconfondibile stile in your face ha espresso concetti profondi, pesanti come macigni. Eccovi il resoconto di questa bellissima chiacchierata.

Intervista a cura di Marco Donè
Arriviamo alla Lanterna attorno alle 18:00. Ci presentiamo a Pino e dopo i classici convenevoli ci spostiamo in una delle sale del locale, per poter chiacchiera in totale tranquillità.
Ciao Pino, sono Marco, di Truemetal.it. È un vero piacere averti ospite sulle nostre pagine, come stai?
Il piacere è mio, figurati. Poi con voi, con Truemetal.it, siamo amici di vecchia data.
Direi di sì…
E meno male. La resilienza…
Beh, io partirei subito con la prima domandina: questa sera avremo modo di vivere una delle varie forme artistiche di Pino Scotto…
Sicuramente! Ma lascia che ti spieghi una cosa in modo veloce: il progetto in duo acustico è nato durante il lockdown, quando era uscito “Dog Eat Dog”. Pensa che culo: è uscito l’album, stava andando benissimo, e dopo venti giorni ci hanno chiuso in casa, in gabbia, come cani. Siamo andati avanti… Non ci voglio neanche pensare, guarda. A un certo punto, l’agenzia con cui lavoravo mi ha detto: “Pino, stanno riaprendo dei piccoli spazi e stanno chiedendo delle date acustiche. Ti va?”. E sai: un po’ per i soldi – siamo rimasti fermi un casino – un po’ perché ne avevo proprio bisogno, e te lo dico sinceramente, non me ne frega niente se lo scrivi: come tanti musicisti, in quel periodo mi sono arrivati gli attacchi di panico: terribili. Non li auguro a nessuno. Come si è presentata questa proposta, ho detto subito sì. Mi sono immediatamente chiesto cosa potessi fare con questo progetto. Se tu vedi la locandina, c’è scritto: “Pino si racconta”. Ho scelto delle cover un po’ storiche: un po’ di blues, un po’ di vari generi. Tutte le cover sono di personaggi che un po’ ho conosciuto e un po’ ho visto dal vivo, tipo Hendrix. Nel 1968 ero al Brancaccio di Roma, a vederlo, e quindi facciamo un paio di brani di Hendrix. In mezzo ho inserito un po’ di canzoni mie, riarrangiate in chiave acustica. Questa è la genesi del progetto acustico.
Guarda: spiegando la genesi del progetto hai anticipato la domanda. Volevo inoltre chiederti come fossero andate le date di venerdì e sabato. Se non erro questa è la terza serata che avevi pianificato da queste parti.
Sono andate bene. Poi, sai, erano due bar che danno spazio agli spettacoli in acustico. C’era talmente tanta gente che buona parte è rimasta fuori dal locale. Ci siamo divertiti, però. Ci eravamo portati dietro il merchandising, ma già alla prima sera abbiamo venduto tutto, non è rimasto nulla. Dovevo portare un trolley più grosso. Viaggiando in macchina – perché in duo acustico viaggiamo in macchina – abbiamo portato quello che ci stava. Dal vivo porto con me il libro, l’ultimo libro, e il live uscito prima di questo disco qui (si riferisce a “Live n’ Bad”. Davanti a noi, sul tavolo, abbiamo il CD di “The Devil’s Call” e il libro “Cuore di Rock’n’Roll. Una vita meravigliosamente stonata”, n.d.a.) e le magliette. Ieri sera, Carlos – il mio fratellone, che fa il merch – ha cercato di vendere una “S” per una “XL”! (risate generali, n.d.a.) Sono rimaste solo le “S”!
Come dicevamo fuori, questo può essere uno stimolo a rimettersi in forma!
Sì, veramente!
Alla luce di questa esperienza, il Pino Scotto di adesso dove preferisce esibirsi? Sui grandi palchi…
Preferisco con la band. Però questo progetto in acustico, non ti so spiegare, è come se fosse una cosa che non fa parte della musica. Fa parte di una cosa più grande, fa parte dell’uomo più che del musicista. Attraverso le cover che ho scelto e le cose che dico – anche perché io non ripeto mai gli stessi dialoghi, dico quello che mi viene – l’acustico è una cosa completamente diversa, non ti so spiegare. All’inizio, come ti dicevo, l’ho fatto per bisogno: o quello, o quello. Poi, piano piano, facendola, mi ha attizzato, come si suol dire.

La copertina di “The Devil’s Call"
Davanti a noi, sul tavolo, abbiamo il tuo ultimo disco e il tuo ultimo libro…
L’ultimo disco è “The Devil’s Call”, la chiamata del diavolo, non perché Pino sia diventato satanista. La chiamata del diavolo riguarda la storia di Robert Johnson. Conosci la sua storia?
Beh, la sua storia è pura leggenda…
Ecco, con questo disco sono tornato al blues e al southern rock, e questo sarà il mio domani: rock’n’roll, blues e southern rock. Ho bisogno di luce. Sto vedendo troppe copie, troppe copie delle copie. Secondo me bisognerebbe tornare al blues e riscrivere la storia del rock, da capo. Si può fare. Lo possiamo fare anche noi italiani perché abbiamo dei vocalist – uomini e donne – e dei musicisti eccezionali. La chiamata del diavolo, insomma, è la chiamata del blues. Va sottolineato che nei miei album, anche in quelli di prima, c’è sempre stato del blues dentro. Ho sempre detto che – in quello che possiamo chiamare metal, in quello che possiamo chiamare hard rock – quando si sono perse le radici del blues, si è persa l’identità. Le uniche band che sono riuscite a mantenere l’identità sono gli Iron Maiden, i Judas Priest, queste band qui. Quando non ci saranno più loro, ci sarà solo black metal. (risate, n.d.a.) Vorrei che i ragazzini ascoltassero il blues, per costruire qualcosa sopra questa radice sana, come è successo nel passato. Dal blues è arrivato il rock’n’roll, l’hard rock, i vari generi rockabilly: tutta roba bella, sana. Poi a un certo punto si è iniziato a ragliare, anziché cantare. Adesso usano anche l’autotune, ma non sto parlando del metal, magari i gruppi attuali lo usano anche nel metal, non lo so. Ma da quanto si è perso il canto, il canto proprio… Anche nel metal, le chitarre… Adesso sembrano più simili a quelle cose per tagliare l’erba. Non c’è più un assolo, un riff. Non ho capito, non ho capito cosa sia successo. Poi, oh, ognuno ascolti quello che vuole. Però, per esempio, nelle grandi band che io ascolto tutt’ora, come i Pantera, gli Slayer lì ci sono sempre stati dentro elementi del blues e dell’hard rock. Poi si è arrivati a un punto in cui si è persa l’identità, totalmente. E questa è una cosa che fa un po’ paura. Se perdi l’identità puoi finire ovunque. E se si può andare dove stiamo andando adesso, diventa una cosa pericolosa, anche per la musica.
Questa è la solita profondità di Pino, che a me piace molto. E del libro cosa mi dici?
Il libro l’ho scritto assieme a Massimo Villa. Massimo mi ha contattato e mi ha detto “Pino se ti va…” io gli ho risposto che andava benissimo. Lui è di Genova, abbiamo fatto delle videochiamate e lui ha tirato fuori tutto il materiale da quelle telefonate. Ne avremo fatte una ventina e alla fine l’ha messo giù. Ovvio, abbiamo corretto alcune cose. D’altronde, con telefonate di quattro o cinque ore, uno come fa a capire tutto? Anche perché quando racconto le cose, a volte mi vengono in mente dei collegamenti e inizio a saltare da una parte all’altra. Quando parli, quando ti racconti è così. Alla fine, chi ti ascolta rischia di non capire un cazzo. In questo libro ho messo dentro tutto, dalla A alla Z, ed è un libro che consiglio più che altro… io penso che di Pino si sappia già abbastanza. Sono in giro da sessant’anni, cavolo. È un libro che consiglio soprattutto ai ragazzini, perché si parla di sacrificio. È un libro che parla di passione, di sogni, ti fa capire che i sogni possono essere realizzati, almeno i miei, io tanti sogni li ho realizzati. Spero che i ragazzi possano capire che non ti regala niente nessuno. Altrimenti vai a fare la trap, finisci in quel mondo, vendi culo e anima e lì sai che ti stai vendendo: lì non c’è niente, né di culturale, né di musica. Spero che questo libro possa arrivare anche alle nuove generazioni, come ho fatto io ai miei tempi quando ho letto libri di altri artisti.

La copertina di “Cuore di Rock’n’Roll. Una vita meravigliosamente stonata”
Posso ben comprendere quello che dicevi in merito al lavoro di Massimo, alla fatica della sbobinatura. Come ti accennavo, io ho scritto la biografia dei White Skull e ho ben presente cosa voglia dire registrare le telefonate e sbobinare poi il tutto.
È un lavoraccio, immagino.
Toccando il tema del libro, abbiamo aperto una pagina legata alla vita di Pino Scotto. La domanda successiva è questa: immaginiamo sia stata inventata una macchina del tempo e che il Pino Scotto di adesso possa viaggiare a ritroso negli anni e incontrare il Pino Scotto del 1980. Cosa gli direbbe?
Eviterei di fargli fare tanti errori che ho commesso: gli eccessi, il dare fiducia a gente che non meritava. Gli consiglierei di fare le cose in modo… Non più intelligente, forse con più esperienza. Per esempio: ai tempi dei Vanadium non abbiamo mai avuto un produttore serio. Anche se eravamo sotto major, ero io che andavo a rompere i coglioni tutti i giorni. Un produttore che facesse il manager… Non abbiamo mai avuto nulla di tutto questo. Facevamo tutto da soli. Sicuramente si poteva fare molto meglio. Umanamente… Eh, gli direi di evitare di usare tutto quello schifo, questo sì.
E collegandomi alla tua figura, che rappresenta una delle leggende del metal italiano, e non solo. Come dicevi, sono sessant’anni che sei in giro…
Pino Scotto a ottobre fa settantasette anni. (mi interrompe sorridendo, n.d.a.)
Eh, qualcosa nella storia c’è, direi…
Lo spero, almeno.
Analizzando la tua carriera, quali sono i tre dischi a cui sei più legato e perché?
Di sicuro “A Race with the Devil”, ma forse più di “A Race with the Devil” direi “Metal Rock”. Sì, “Metal Rock” è nato proprio… Avevamo fatto un quarantacinque giri con i Vanadium e, all’epoca, c’era una radio, che si chiamava Radio Peter Flowers, che aveva iniziato a pomparlo. L’album gli era piaciuto e il produttore ci ha detto che alla Durium volevano pubblicare il disco. Tessarin era a militare e il resto della band era sparsa ovunque. Ho dovuto rimettere insieme tutto, è stato un lavoraccio, davvero. Proprio per questo sono molto legato a quell’album. Parlando sempre dei Vanadium, un altro album potrebbe essere “Born to Fight”.
È il mio preferito dei Vanadium, assieme a “Seventheaven”.
Ecco. E poi dal progetto che ho fatto con Steve Angarthal, che si chiamava Fire Trails, con cui abbiamo pubblicato un disco stupendo, che si intitola “Third Moon”. Abbiamo messo un mondo in quell’album, era un concept, anche a livello di testi. E poi, naturalmente, “The Devil’s Call”, che è la nuova strada di Pino Scotto.
Un altro aspetto, sempre legato alla tua lunghissima carriera, è il fatto che hai avuto modo di vivere gli anni Ottanta, i Novanta e adesso anche gli anni Duemila, tastando con mano l’evoluzione del mercato e, soprattutto, il cambiamento della dinamica di ascolto da parte dei fan. Qual è il tuo pensiero su questa evoluzione?
Prima di essere un musicista sono… Io a casa ho oltre tremila album. Ricordo che quando ero ragazzo, e lavoravo in fabbrica, quando prendevo lo stipendio e si entrava in un negozio dischi era pericoloso, era davvero pericoloso. (risate generali, n.d.a.) Ricordo quando ero ragazzino e abitavo in un paesino nella provincia di Napoli. Ascoltavamo Rita Pavone, Gianni Morandi, quegli artisti lì. Poi un giorno arrivò un amico più grande di noi e portò un quarantacinque giri: “Jailhouse Rock”, di Elvis. Lì ho visto la luce, come i Blues Brothers. Pensa che andai in tasca di mio padre e rubai, ai tempi, Cinquantamila Lire: sono andato a Napoli e mi sono acquistato tutta la discografia di Elvis. Sono tornato a casa dopo una settimana, ma le ho prese lo stesso! (risate generali, n.d.a.) Ho dormito da mia nonna, sperando che si calmasse, ma invece… Poi ha capito, però, mio padre ha capito. Ho vissuto sempre da fan, avevo bisogno di toccare con mano l’album, acquistare il CD, leggere i crediti, ascoltarlo. Da quando è arrivato questo nuovo tipo di ascolto, in cui contano i like, non quanti dischi vendi, le case discografiche sono messe male, perché non c’hanno più una Lira da investire sulle band. Io mi ricordo che con i Vanadium vendevamo cinquantamila copie solo in Italia. La Durium ci mandava a Londra a registrare, si spendevano soldi in promozione. Adesso non si promuove più un cazzo. Adesso ti fanno fare una canzone, se arrivano i like bene, altrimenti ti attacchi. È diventato tutto… Sembra quasi che adesso non si possa toccare più nulla. A me, però, piace toccare, piace avere i dischi in mano, sentire l’odore, il dolore. Adesso non si capisce più niente. Da quando sono nati i format come X-Factor, la De Filippi, tutte queste prese per il culo, perché se ci mettiamo a parlare di quello che ci sta dietro, lascia stare: qui finiamo in galera tutti e due. Come San Remo, tutte queste robe qua. E la gente ci crede, come alla politica. È questo che mi fa paura del nostro popolo. Siamo un popolo a pecora. A parte che siamo il paese più ignorante d’Europa, e su questo non ci piove. Sembra quasi che sia stata imboccata la via del non ritorno. Ecco: l’unica cosa che mi rende felice nell’avere quest’età, è che non mi rimane ancora molto da vivere. Poi quello che rimane sono cazzi vostri.
Il video di ‘Catch 22’, singolo estratto da “The Devil’s Call”
Posso ben capire cosa intendi. E pensa: stiamo viaggiando in sintonia, perché hai praticamente introdotto la mia prossima domanda. Di Pino Scotto noi conosciamo bene la carriera e sappiamo che non è un “semplice” musicista…
Io mi nutro di rabbia. Mi nutro di rabbia sociale. Se vedo dei bambini… Sai che ho fatto anche un paio di progetti per i bambini in Guatemala. Beh, se vedo dei bambini soffrire, io soffro con loro, non ce la faccio. E questo non è bello, ti porti addosso sempre tutto il dolore, perché sono cose in cui non puoi fare nulla, più che soffrire non puoi fare altro. E questa cosa qui ti uccide. Come il sapere che la musica è andata a finire nelle mani di una banda di cialtroni e vedo un sacco di ragazzi che credono che andando qui o lì, pagando poi, possano ottenere qualcosa. Non è così che funziona. Ormai i buoi sono scappati, è inutile chiudere la stalla. Comunque: quello che mi sento di consigliare ai ragazzini è di suonare, di divertirsi. Anche se non suonate dal vivo, fatelo giù in cantina, e giustamente, come ha fatto Pino Scotto, a una certa età fate le cover, quelle che ti insegnano, quelle che ti fanno crescere. Poi incominciate a costruire qualcosa di vostro, anche quattro accordi sbagliati. Ma costruite qualcosa di vostro: è da lì che sono nati i grandi artisti. Facendo il tributo, facendo le cover non impari nulla. Lo puoi fare per un certo periodo. E per vivere non scegliete il musicista come mestiere, altrimenti vi tocca fare il marchettaro per tutta la vita. Sceglietevi un lavoro qualsiasi e suonate quello che vi pare: è una passione. Una passione che a me ha salvato la vita, ancora oggi.
Provando un po’ a sintetizzare, il messaggio che vuoi trasmettere è: divertitevi prima…
Sicuramente! Divertitevi, ma non prendete la musica sottogamba, rispettatela. Se voi la rispettate, la musica vi darà delle grandi soddisfazioni. A me le ha date e continua a darle. Ogni volta che scrivo un brano nuovo – sto già lavorando al nuovo album – mi sento come una persona che ha lavorato per ventiquattro ore e poi si fa una giornata di sonno e si riprende. Questo è l’effetto che ti dà la musica.
La prossima domanda è un po’ particolare. Ho stilato una lista di nomi, son una quindicina. Ti chiederei un aggettivo o una frase per descrivere ognuno di questi personaggi.
Okay, ci sto.
Partirei da Robert Plant.
Guarda: grande rispetto, grande rispetto. Non solo per il cantante, che secondo me è uno dei più grandi, ma per la sua carriera, per le sue palle. Il rispetto che ha avuto sempre per John Bonham; non ha mai voluto rimettere insieme la band, lui eh, perché Jimmy Page anche oggi rimetterebbe insieme i Led Zeppelin, da buon marchettaro. Per Plant nutro un grande rispetto, per l’uomo e per l’artista. E questa è una cosa molto difficile. Lui è un grande, numero uno.
Ian Gillan.
Uguale. Anche per lui un grandissimo rispetto.
David Coverdale.
Ehi, ma hai messo assieme…
Una serie di nomi, partendo dal passato e arrivando ai giorni nostri.
Diciamo che in scaletta metto Plant, Gillan e Coverdale. Coverdale non mi è piaciuto… Per esempio: vedi Gillan: certe cose dal vivo non le fa più, sa che non ce la fa, anche se le accordature sono andate giù di brutto. Vedi Plant: ha preso proprio un’altra strada, un’altra via. Un grandissimo rispetto per lui. Coverdale l’ho seguito molto dal vivo e negli ultimi anni ti rendi proprio conto che dopo due pezzi non ce la fa più. Lì è proprio un discorso di corde vocali: se non ce la fanno, non puoi più farci niente, è andata.
E non a caso si è ritirato dalle scene… Continuerei con i cantanti e citerei Ronnie James Dio.
Mamma mia, l’ho conosciuto abbastanza bene, abbiamo anche suonato assieme. La cosa che mi spaventava e che mi faceva impazzire di lui era l’ingenuità: sembrava di parlare con un bambino che aveva in mano un giocattolo. Lui aveva rispetto per tutti. Avevo suonato con lui la prima volta al Monsters of Rock, nel 1992. All’epoca avevo fatto un’intervista per TV Sorrisi e Canzoni, c’era la mia foto nel giornale. Lui è venuto da me, con il giornale, a chiedermi un autografo. Lui a me. All’inizio pensavo mi stesse prendendo per il culo, invece lui era così. Poi l’ho rivisto in un altro festival e da lontano mi sentivo chiamare “Pino, Pino” ed era lui che mi salutava: pazzesco. Poi si metteva sul suo banchetto, c’era una fila chilometrica di fan e lui stava mezz’ora a parlare con ognuno di loro. Non so dove trovasse la forza. Un grande, un grande.
Ci spostiamo di decade e arriviamo a Bruce Dickinson.
Dickinson… Agli inizi ho avuto la fortuna di conoscerlo a Milano. Ho conosciuto un arrogante, orribile. Ho suonato con lui nel 1992, sempre al Monsters of Rock, e ho ritrovato la stessa persona. Poi non ho più avuto la possibilità di incontrarlo. Certo, come cantante solo grandissimo rispetto, ancora oggi. Come uomo poco, però.
E Rob Halford?
Non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo. Grande rispetto, perché la sensazione che ho di lui, oltre a essere uno dei pochi che canta ancora, è che sia uno che vive di questa passione, per questo tipo di musica, per quello che fa.
Restando sempre in Inghilterra, passerei al fronte Saxon, con Biff Byford.
I Saxon, la prima volta, li ho visti a Torino, l’ultima al Forum di Milano, con i Judas Priest e Phil Campbell. Sì, grande rispetto anche per loro. Per tutta la band. Che poi: sono rimasti in due della vecchia formazione.
Continuiamo il nostro viaggio nel tempo e ti cito gli Helloween. Loro hanno avuto due cantanti principali: Michael Kiske e Andi Deris. Quali sono le tue impressioni?
Non ho mai seguito quel genere. Non mi fa impazzire. Ogni volta che sento questo speed metal, questi generi qui, ho sempre l’impressione di non sentire mai niente di nuovo. Riconosco i soliti giri armonici e le voci spinte a manetta. A me piacciono le voci più impregnate di blues, come Gillan, Ronnie e Plant, specialmente. Non ti so dire niente sugli Helloween, quindi. Non li ho mai incontrati e non li ho mai seguiti neanche musicalmente.
E spostandoci qui in Italia, in cui negli ultimi anni sono usciti dei musicisti di livello assoluto…
Ne sono usciti tanti, ne sono usciti davvero tanti. (mi interrompe compiaciuto, n.d.a.)
Beh, ti citerei due cantanti, in particolare. Il primo è Roberto Tiranti.
Roberto è un fratello. A parte la sua bravura, Roberto è una persona umanamente eccezionale. Mi è dispiaciuto quando l’hanno giudicato perché è andato a fare i cori con Morandi e Cocciante. Per lui è un lavoro, non si possono giudicare queste cose. Per lui è lavoro, deve portare a casa i soldi in poche parole. Poi: come facciamo a sapere le condizioni di una persona. Purtroppo l’ho provato io, personalmente, quindi… Un grande Roberto, è un grande.
E Michele Luppi?
Michele non l’ho mai sentito dal vivo. Purtroppo, mai.
Ti cito Morgan. Di lui cosa mi dici?
Morgan è un amico. Ci conosciamo da anni, con lui, Andy e tutti i Bluvertigo. Siamo di Milano, frequentiamo gli stessi posti. Morgan, purtroppo, si è lasciato sprofondare… Io sono riuscito a restare a galla, lui si è lasciato sprofondare. Lui, però, è davvero un artista. Adesso si sono riuniti e spero riescano a proseguire e migliorare. Qui non sto parlando di musica, sto parlando di rapporti umani.
Qui entriamo in un territorio scomodo. Se ti dico Berlusconi?
Berlusconi… Ha fatto più danni lui che tutta la politica messa assieme. Lui ha fatto credere a tutti che esiste un certo mondo in cui puoi fare quello che vuoi. Basta avere in mano un po’ di potere e puoi fare quello che vuoi. Berlusconi è stato molto dannoso per questo paese.
Come contraltare passiamo a Prodi.
(Risata, n.d.a.) Prodi ha fatto un sacco di sbagli. Il primo è stato l’Euro: la si poteva giocare meglio questa cosa. Ne sono arrivati di peggio, però. Ne sono arrivati davvero di peggio.
Arriviamo al presente. Della Meloni che mi dici?
La Meloni, ragazzi… Io non lo so, qui parliamo di destra pericolosa. Come ha detto qualcuno: cosa possiamo aspettarci da un governo in cui metà sono fascisti e l’altra metà sono degli incapaci. (risate generali, n.d.a.)
E dei due politici che stanno tenendo sotto scacco la politica mondiale? Il primo che ti cito è Trump.
Pericoloso. Non capisco come abbiano fatto a rivotarlo in America. Questo è un pazzo scatenato. Guarda cosa sta combinando, tra lui e Putin, guarda. Allucinante. La cosa pazzesca è che siamo nel 2026, ormai quasi nel 2027, e stiamo ancora parlando di bambini morti, in sofferenza, di bombe, guerre: è allucinante. Non so come possa essere possibile.
L’altro politico era Putin, ma hai già risposto parlando di lui e Trump. Vedo che dalla porta stanno sbucando delle teste per vedere come siamo messi. Forse abbiamo sforato il nostro tempo. Hai citato il disco nuovo, quindi la domanda è doverosa: quali sono i progetti futuri di Pino?
I progetti futuri sono fare un album sempre su quella via lì (indica “The Devil’s Call”, n.d.a.) e live: suonare, suonare e suonare. Come dico sempre ai ragazzi: che saliate sul palco davanti a un milione di persone o davanti a tre persone, suonate con lo stesso gusto e la stessa passione. Se devi salire sul palco come un marchettaro, forse è meglio che tu vada a vendere la frutta, lascia stare.
Pino, ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato e per l’intervista e lascio a te le ultime parole per un saluto ai lettori.
Mando un messaggio ai ragazzi: come dicevo prima, secondo me un modo sano per ricostruire tutto è ritornare al blues. Tornare al blues e trovare una via nuova, diversa per il rock. Io lo chiamo ancora come lo chiamava il mio amico Lemmy: rock’n’roll. Si può fare: abbiamo tanti cantanti e musicisti bravissimi in Italia. Solo così si può costruire qualcosa di sano. Altrimenti, se andiamo avanti come stiamo facendo adesso, tutto si deteriora. La sostanza del rock’n’roll si deteriora. E poi: ragazzi suonate, createvi una passione, non deve per forza essere la musica, può anche essere l’andare a giocare a calcio, andare a pescare… La passione vi aiuta a sopportare questa vita di merda che tutti i giorni vi sputa in faccia.
Marco Donè