Quattordicesimo album in carriera per gli statunitensi Kamelot, “Dark Asylum” ci porta - o per meglio dire ci racchiude - tra le mura più impenetrabili di una cattedrale gotica oscura e svettante, riconvertita in ospedale psichiatrico in epoca vittoriana, il RavenHill Asylum. Da queste premesse non aspettatevi un disco altrettanto tenebroso: la band prosegue il proprio percorso con un disco che non si discosta particolarmente dal predecessore “The Awakening” (2023), sempre alla ricerca della melodia efficace e seducente, anche quando le tematiche affrontate declinano verso la follia umana.
In poco più di cinquanta minuti gli statunitensi ci offrono un sunto di quanto di meglio realizzato negli ultimi anni, a partire dalla solita prova magistrale al microfono di Tommy Karevik, con un songwriting complessivamente ben strutturato ed una produzione molto pulita ed eterea. Tra i brani più rappresentativi, non possiamo non citare il singolone “Ashen World” col suo ritornello trascinante su doppia cassa del buon Alex Landenburg, la titletrack “Dark Asylum” (il ritornello poteva essere meno solare, a giudicare dal concept!) la più diretta “Godlike Alchemy”, la straniante “Cassandra’s Disease” e la ballatona romanticona “Ivy, My Dear” in cui emerge tutta la teatralità drammatica della band.
Tra gli ospiti illustri che stavolta compartecipano al microfono, altro marchio di fabbrica dei Kamelot il far partecipare comparse più o meno blasonate del panorama metal contemporaneo, troviamo Clémentine Delauney (Visions of Atlantis), Ignacia Fernández (Decessus) e Tobias Sammet (Avantasia). Apprezzatissima la Delauney, in grande ascesa nel contesto symphonic con la sua band di pirati, che nell’ottima “Sanctuary” è protagonista di un bel duetto con Tommy. Lo stesso putroppo non si può dire di Ignacia Fernández, della quale oltre al fatto di essere Miss World Chile 2025 altro non si può affermare con certezza: dopo aver ascoltato il disco il suo contributo risulta del tutto ininfluente oltre alla presenza estetica nei videoclip di “Ashen World” e della già citata “Sanctuary”. Intendiamoci, il suo growl potrebbe essere da povero a straordinario, ma da questo disco non si evince affatto, relegata com’è a soli backing vocals poco valorizzati al mixer e a sezioni soliste ridotte all’osso. Peccato. Anche il buon Sammet in “One Last Masquerade” ci presenta una prova molto teatrale ed avantasiana, un compitino che non esce dal personaggio che ben conosciamo, nel bene e nel male, col ritornello che sicuramente non sfigurerebbe nell’ultimo disco della metal opera.
Sempre a proposito di ospiti, da segnalare anche il brano “Beneath the Moon”, intermezzo folk con le voci soavi delle islandesi (che cantano in islandese) Rannveig Sif Sigurðardóttir (in passato ha collaborato, oltre che con gli stessi Kamelot, con Luca Turilli, After Forever e Shaman), Sólveig Sara Leupold e Lea-Sophie Fischer (Eluveitie) al violino. Sicuramente il pezzo più interessante da un punto di vista stilistico, ma l’impressione è non c’entri nulla con il platter. Sarebbe bastato magari integrarlo con qualcos’altro, non inserendolo come brano a sé stante, sperimentare un po’ magari con Tommy, per non dare l’impressione di essere lì per caso come un Drakkar parcheggiato in mezzo al corridoio di un nosocomio psichiatrico di metà ‘800.
“Dark Asylum” è un album compatto e convincente, a tratti cinematografico, sicuramente ai livelli del predecessore, che ci trasporta tra le mura e i corridoi del RavenHill Asylum, alla scoperta dei suoi abitanti e – perché no? – di noi stessi. Un disco che sarà sicuramente apprezzato dai fan dei Kamelot, forte delle solite melodie vincenti, di ritornelli memorabili e ricerca spasmodica della catchiness: il gruppo si presenta all'appuntamento in gran forma tra maturità nella scrittura, esecuzione impeccabile e produzione moderna. Tra i lati negativi dell'album, alcuni ospiti non sfruttati pienamente e qualche pezzo un po’ più debole, nonché qualche autocitazione di troppo in un genere, ammettiamolo, che soprattutto per band con molti anni di curriculum alle spalle tende ad essere fin troppo derivativo e con pochi guizzi di rottura con stilemi già usati e abusati. Mentre scrivo queste righe i Kamelot hanno da poco concluso un tour negli USA per promuovere il disco con Vision of Atlantis e con i nostri Frozen Crown (con Giada che ha sostituito più che degnamente i backing in growl della Fernandez), mentre la band americana tornerà in Italia assieme a Exit Eden e Temperance il 17 novembre al Live Club di Trezzo sull’Adda.
Luca “Montsteen” Montini