Heavy

Live Report: Acciaio Italiano Festival VII @ Estragon Bologna 20/5/2017

Di Stefano Ricetti - 26 Maggio 2017 - 12:30
Live Report: Acciaio Italiano Festival VII @ Estragon Bologna 20/5/2017

ACCIAIO ITALIANO FESTIVAL VII

ESTRAGON BOLOGNA

SABATO 20 MAGGIO 2017

Live Report a cura di Steven Rich

Foto di copertina: “Tani” Selishta, l’ascia dei Vanexa venuta dal’Est, headliner della kermesse

 

Sette su sette edizioni all’Acciao Italiano da parte del sottoscritto. Quella targata 2017 prende forma a Bologna presso l’Estragon con un bill di tutto rispetto per gli appassionati del Metallo di casa Nostra. Vedere in una botta sola Vanexa e Fil di Ferro, che mai avevano condiviso lo stesso palco, è tanta roba. Se poi a impreziosire la pietanza ci si aggiungono anche gli Unreal Terror in procinto di far uscire il nuovo “The New Chapter” il gioco è fatto. A supportare la vecchia guardia un manipolo di killer di spessore che vediamo di passare in rassegna in ordine di apparizione.

Ad aprire le ostilità, in perfetto orario prussiano, i veneti Silverbones, quattro musicisti del trevigiano emuli dei Running Wild che non hanno paura di suonare, agghindarsi e atteggiarsi demodé nonostante la giovane età. Chapeau a loro e a quello che faranno in futuro, sempre che non “sbraghino” e smettano di adorare e picchiare duro come i campioni di Amburgo! Dopo l’integrità dei ‘Silver è la volta delle sonorità hard’n’heavy oscure alternate alle bordate senza paura del thrash più virulento con un programma suddiviso idealmente in quattro atti. Il primo è ad appannaggio degli Arcana 17 che ammaliano con il loro horror rock cinematografico d’antan, sicuramente una proposta originale e fuori dagli schemi che ha saputo raccogliere dei meritati consensi. Il secondo e terzo periodo è all’insegna dello spacca e vai, quindi mazzate Docg sia per i Game Over di “Reno” che per i National Suicide di Mini. Violenza thrash e strafottenza, in piena linea con lo spirito di fuoriclasse del Metallo sanguigno e veloce come Exodus e Overkill. Ce n’è per tutti ed infatti il pubblico apprezza affollando in maniera consistente le file di fronte al palco. La cover della devastante  “A Lesson in Violence” proposta dai ‘National incarna la celebrazione del thrash metal in your fuckin’ face officiata durante l’Acciaio 7. All’interno di un Festival band della portata di Game Over e National Suicide ci vogliono e sono fondamentali, l’heavy metal è anche e soprattutto divertimento e sudore, va sempre ricordato… A chiudere il poker i Witchwood, realtà sempre più interessante e foriera di album all’altezza. Un gruppo coinvolgente il giusto, in linea con una proposta ragionata, che fa della grande lezione degli anni Settanta la propria peculiarità. Senza dubbio una ventata di Storia con anche incursioni Prog provvidenziale dopo il doppio bombardamento thrash avvenuto poco prima.     

E via con il trittico dei vecchiacci terribili a cominciare dagli Unreal Terror: due classiconi all’inizio e alla fine (Lucy Cruel e l’inno Unreal Terror) poi un setlist infarcito di inediti, brani che andranno a comporre la colonna vertebrale dell’imminente “The New Chapter”. Tante luci e qualche ombra (All this Time, ad esempio) a confermare comunque la possanza compositiva di Enio Nicolini e soci. A impressionare più di tutte, fra le new entry, il pezzo epico Western Skies, che sarà un piacere ritrovare sul disco. Per chiudere, un appunto grande come una casa: NON è ammissibile assistere a un concerto di Luciano Palermi, Enio Nicolini, Silvio “Spaccalegna” Canzano, Paolo Ponzi e Iader Nicolini senza potersi godere “At the End of the Last Chapter”! Prendere nota, please e che non capiti più!

Dopo gli UT è la volta dei Fil di Ferro. Tanta l’attesa per la band biker che più biker non si può, non si dimentichi che il drummer oltre a fondare il combo piemontese mise le basi per la creazione del gruppo MC Hurricanes… Curiosità mista a emozione nel rivedere una colonna dei Fil de Fer come Micky Fiorito sul palco a destra dalla batteria di De Rosa, a fare da contraltare al bassista Gianni Castellino. Il ricongiungimento di colui che suonò la chitarra sul capolavoro “Fil di Ferro” (1988) con il gruppo non può che portare effetti benefici ai canavesi. Detto fatto: una scaletta tutto Acciaio duro e puro ove le concessioni rock’n’roll vengono messe in un angolo, addirittura andando a ripescare dei brani dal loro Giurassico Superiore, fra lo stupore generale: “King of the Night” e “Shadow”, addirittura da un demo dell’84! Mattatrice della serata la bionda tutta borchie e cuoio Paola Goitre, a suo agio con classicissimi della portata di “Get Ready”, “Licantropus” e “Ambush”, cosa non così semplice, invero. “It Will be Passion” e fine della performance. Se in occasione del “buco” degli Unreal Terror si può invocare il Peccato Mortale per i Fil di Ferro siamo al Sacrilegio bello e buono: grandissima delusione non poter beneficiare dell’inno degli inni biker d’Italia, ossia il pezzo simbolo della band stessa… Hurricanes! Mah, misteri della Fede (metallica). Come sopra, far sì che una mancanza del genere non possa più avvenire in futuro!  

L’Acciaio Italiano giunto alla sua settima edizione si congeda sulle note e sul Metallo dei Vanexa, formazione simbolo dell’heavy metal tricolore. La band che nell’83 fece uscire il primo disco di duro e puro heavy fucking metal della storia della nostra penisola. Altre realtà avevano pubblicato prima di loro, ma non seppero dare continuità al proprio progetto, cosa che invece i Vanexa fecero e fecero anche bene, mettendo a ferro e fuoco ogni dove in anni irripetibili. A ricordare quei momenti, magici, il pezzo simbolo dei Vanexa e di tutta la kermesse di sabato a Bologna, secondo lo scrivente: la devastante “1.000 Nights” interpretata anima e core dai Vanexa tutti, a onorare la propria storia e chi era di fronte al palco a sgolarsi per loro. Accanto a pezzi tratti dal nuovo “Too Heavy to Fly” – a proposito, grande il “tiro” della title track in sede live… – vecchi classici immortali che non potevano proprio mancare: “Metal City Rockers” e “Rainbow in the Night”, posto in chiusura dello show. Un concerto intenso, quello dei Vanexa, supportato da due asce d’eccezione quali Pier Gonella, un’istituzione vivente, ormai, e “Tani” Selishta, chitarrista con un tocco particolare, figlio della sua cultura balcanica, peraltro espressa degnamente nella struggente “Armless”. Il cantante “Ranfa” s’è dimostrato all’altezza di un posto impegnativo come quello dietro al microfono dei Metal Veteran savonesi alive, impersonati da “Syl” Bottari e Sergio Pagnacco, probabilmente il bicilindrico più affidabile e robusto, anche per durata nel tempo, dell’HM tricolore.                      

Due parole sul pubblico senza allungare il brodo con la solita tiritera: c’era la gente che doveva esserci, niente di più e niente di meno… I numeri ormai sono questi, il mondo cambia troppo velocemente per potersi appellare a un passato che non tornerà mai più. Manca il ricambio generazionale e la cosa è sotto gli occhi di tutti da lustri, ormai. Quindi onore, gloria e lunga vita a chi si sbatte perché queste kermesse, seppur fra mille difficoltà, abbiano ancora un perché e un loro svolgimento: la Jolly Roger Records e il suo condottiero Antonio Keller.

HAIL & CHAPEAU!  

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

ACCIAIO 7 LAST

 

 

 

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