Heavy

Live Report: Rock The Castle Festival @ Villafranca, Castello Scaligero – 24, 25 e 26 giugno 2022

Di Stefano Ricetti - 5 Luglio 2022 - 12:27
Live Report: Rock The Castle Festival @ Villafranca, Castello Scaligero – 24, 25 e 26 giugno 2022

Rock The Castle Festival @ Villafranca (VR), Castello Scaligero – 24, 25 e 26 giugno 2022

A cura di Stefano “Steven Rich” Ricetti e Marco Donè.

Scatti e serie di gallery fotografiche in fondo all’articolo di Michele Aldeghi e Filippo Peruz.

 

 

Dopo aver avuto la conferma dell’effettuazione e del bill del Rock The Castle 2022 tenutosi in quel del Castello Scaligero a Villafranca di Verona chiunque armato di ardore per il Metallo è legittimo che qualche domanda se la sia posta. E, se in termini economici, logistici, di tempo materiale e di sbattimento ce la poteva fare, beh, la tigre andava assolutamente cavalcata. Per molti motivi. In primis perché una kermesse del genere si portava appresso le stimmate dell’evento imperdibile. E mai più replicabile in nessuna altra forma. Solamente prendendo in considerazione la prima due giorni, ossia il venerdì e il sabato: quando mai sarebbe stato possibile rivedere, in Italia, l’accoppiata Saxon-Judas Priest? Mai! Basti sapere che, sino al Rock The Castle 2022 di qualche giorno fa, mai era accaduto di poter godere delle due band defender per antonomasia nella stessa giornata all’interno dello stesso Festival, dalle nostre parti. E, se non vado errato, ma penso di non sbagliare, mai era successo di avere Saxon e Priest collocati all’interno della stessa kermesse anche se in giorni diversi. In Italia, ribadisco.

Per gli amanti dell’horror heavy metal poi, era da tempi di Carlo Codega che Death SS e Mercyful Fate non incrociavano le proprie spirali blasfeme all’interno della stessa giornata. Che dire poi di chicche quali Exciter e Venom, autentiche ciliegine sulla torta insieme con gli stessi Blind Guardian, apparentemente fuori contesto ma saggiamente posti a moderare la quantità di zolfo aleggiante nell’aria fra le mura del Castello il venerdì?

Sulla terza giornata non mi pronuncio, non essendo stato presente, vi rimando al report qui di seguito a cura di Marco “Into Eternity” Donè. Dopo una “piena” di cotanto Metallo mi sento di asserire che ormai, a tutti gli effetti, il Rock The Castle all’interno dei patri confini ha ormai preso il posto dei vari Monsters Of Rock e Gods Of Metal. E’ un dato di fatto. Come sempre accade, tante cose hanno funzionato e sono state apprezzate mentre altre possono costituire la giusta spinta per aggiustare il tiro, dal momento che è già stata annunciata, da Vertigo, l’edizione 2023. Apprezzatissima la possibilità di rifornirsi e darsi una sciacquata al viso per il tramite di acqua disponibile senza dover pagare nulla. Come già scritto sul mio live report di qualche anno fa in occasione dell’ultima degli Slayer nel Belpaese, sempre fra le mura del Castello, sarebbe auspicabile poter godere di un’ulteriore postazione di rifornimento. Una sola è un po’ poco quando la giornata si rivela affollata, come nel caso di sabato. Va poi sottolineata l’ottima batteria di bagni chimici, che ha evitato la formazione di code pressoché sempre. Veniamo ora alle due spine nel fianco del Festival: la mancata possibilità di avere un braccialetto per uscire a piacimento dal Castello e i prezzi delle bevande all’interno troppo alti. Entrambe tematiche sulle quali sono convinto si possa lavorare, così da conferire alla kermesse di Villafranca quello status internazionale che merita.

Venerdì 24

La giornata di venerdì, sotto il sole cocente, si apre con i Sadist in perfetto teutonico orario, le 14 e 30. Il pubblico, numericamente, è quello che è, ma il combo italiano non sembra preoccuparsene. Forti dell’uscita della loro biografia cartacea per Tsunami Edizioni, Trevor e soci ci danno dentro come sempre, pescando sia dal passato (“One Thousand Memory”), con invocazione di corna al cielo, che  scodellando una magistrale “Tribe” sul finale con tanto di “vaffa” a chi non vuole bene all’HM. Trevor, dal canto suo, ci tiene poi a ringraziare pubblicamente tutti quanti gli mostrarono vicinanza quando ebbe alcuni problemi di salute.

A seguire, alle 15.00 spaccate i Grand Magus, che annovero fra i gruppi meno incisivi della due giorni. Sarà la loro proposta, sarà che i suoni non fossero ottimali ma da loro arriva proprio poco, in termini di energia.

Una delle band più attese, anche perché non capita spesso di vederli alla luce del sole (eufemismo), prende possesso del palco intorno alle 16.45. Si tratta dei Death SS di Steve Sylvester, creatura diabolica nostrana attiva, in varie forme, sin dal 1977. Con una line-up rinnovata per 3/5 per la prima volta si esibiscono in un Festival, dopo il vernissage al Live Club dello scorso 15 aprile. Il loro è un concerto che “va giù dritto”, come esige il pubblico in queste situazioni. Ghiaccio secco, mazzate, performer all’altezza (Dhalila e Jessica) e un setlist che punta al passato e al sodo si rivelano la ricetta giusta per tenere in pugno il pubblico del Rock The Castle, decisamente numeroso a quel punto della giornata. “Chains Of Death” e “Inquisitor” bastano per soddisfare i palati più esigenti e chiusura sul sicuro con l’inno “Heavy Demons”, fra gli Osanna degli astanti. Duri, feroci e convincenti.

Molti erano a Villafranca per loro e le varie t-Shirt “Venom Legions” lo testimoniavano. Sua Maestà Conrad Lant, con la grazia di un omaccione massiccio di Newcastle, tanto per non farsi mancare nulla, non appena si impossessa del palco vomita sul pubblico un uno-due da ko: “Black Metal” seguita da “Bloodlust”. I Venom non sono più la macchina infernale di un tempo, nessuno lo nasconde, ma l’affetto per un personaggio cardine del Metallo come Cronos vale più di mille ragionamenti a ritroso e menate di sorta. Lui si sbatte quanto può, armato di capelli color viola e il ghigno è quello di sempre. Accoppiata da brivido quella fra “Welcome to Hell” e “Countess Bathory” con quest’ultima impreziosita da batti e ribatti col pit. Chiusura sulle note di “In League With Satan” a consegnare alla memoria dei presenti la prova del batterista più spettacolare della due giorni, il grande Danny Needham!

Chiamare i Blind Guardian al Rock The Castle equivale a suscitare l’interesse della fascia di metallari un po’ meno stagionata di quella dei vecchi caproni alla quale appartiene fieramente anche chi scrive. Il rimescolamento netto del pubblico successivo allo show dei Venom vale più di mille pagine imbrattate d’inchiostro, tanto per restare in vena di reviviscenze. Hansi Kursch, con la freschezza e l’aria di un impiegato in gita premio, spende parole che si tramutano in lodi sperticate per la location, una delle più belle nelle quali ha suonato con i suoi Guardian. In piena enfasi, asserisce poi che Dio deve essere stato italiano. Avere nel proprio repertorio pezzoni quali “Welcome to Dying”, “Journey Through the Dark” e “Bard Song” rende tutto facile e il concerto si tramuta velocemente in una celebrazione del loro sound e del loro genere, all’interno del quale permangono peculiari. “Valhalla” è la sublimazione del connubio fra i “teteschi” di Krefeld e le orde metallare giunte in quel di Villafranca.

Un cambio palco più lungo del solito, assolutamente messo a piano e preventivato, permette ai roadie e ai tecnici dei Mercyful Fate di allestire una scenografia con i controcolleoni in grado di esaltare la vena sulfurea di King Diamond e soci. Scale in simil marmo, mega inverted cross minacciosa, illuminata e penzolante, l’immancabile caprone avviluppato dentro un pentacolo a sorreggere idealmente un altare votato alla blasfemia e qualche lampada a morto portano allo zenit l’ambientazione kitsch esoterica che meritano i danesi. Le ossa, unica mancanza evidente di turno, le procura direttamente sua maestà Kim Petersen, come da tradizione, a sorreggere il microfono. Partono in successione “The Oath”, “The Jackal of Salzburg”, “A Corpse Without Soul” e rimango pietrificato, senza parole. Intorno a me un altro manipolo di amici metallari con centinaia e centinai di concerti sul groppone e più di quarant’anni di milizia attiva hanno la stessa mia reazione. Ci si guarda con occhi sgranati e non si parla. I Mercyful Fate godono di un suono pazzesco e di un tiro da campioni del mondo. Sembra di ascoltare un Cd per il tramite di un impianto esagerato quale quello del Rock The Castle 2022. Nessuna sbavatura, potenza a tonnellate. King Diamond, nonostante tre bypass al cuore pare una creatura vomitata dall’inferno. Non molla di un millimetro e sfodera una prestazione eccezionale, alla faccia delle 66 primavere. Avere nel proprio team assi quali Hank Shermann e Joey Vera (Armored Saint, Fair Warning) aiuta, certo, ma è l’intero “pacchetto Mercyful Fate” a trionfare. “Black Funeral”, “Melissa”, “Curse of the Pharahos”, “Evil”, “Come to The Sabbath” sono solo alcune delle cannonate che vengono sparate sul pubblico. Il suono è micidiale, al calor bianco, penetra sottopelle e ti resta addosso.

Mercyful Fate: trapananti, lancinanti, annichilenti. TOTALI. Un’ora e mezza di fuoco e fiamme. I vincitori assoluti e per distacco delle giornate di venerdì e sabato. Uno dei concerti più intensi ai quali abbia assistito in più di quarantacinque anni di presenza attiva e un numero imprecisato di live visti. Letteralmente devastanti!

 

 

Sabato 25

Ad aprire quella che si rivelerà, come da previsioni, la giornata metallica più partecipata della tre giorni in quel del Castello Scaligero, è un gruppo che festeggia i quarant’anni di carriera ininterrotta. “S”, che sta per Skanners ma anche per Storia. Dal 1982 in giro per l’Italia e per l’Europa a mazzuolare a destra e manca con il loro heavy fucking metal diretto e massiccio. Rispetto al venerdì il pubblico presente di fronte al palco alle 14.30 è quattro volte tanto, nonostante il sole a picco, una costante della due giorni. Gli Scannati “vanno giù con la scure” e puntano al sodo, al cuore del Metallo e dei Metallari che doverosamente tributano uno dei pilastri incontrastati dell’Acciaio Made in Italy. “Welcome to Hell”, “We Rock the Nation”, “Metal Party”, “Factory of Steel”, “Starlight”, “Hard and Pure”, “Fight Back” sono il manifesto di una vita dedicata all’HM. Chapeau. E’ quindi tempo per le Girlschool e sfido chiunque, nel 1978, a pensare che sarebbero esistite ancora oggi, nel 2022 e si potessero concedere palchi d’eccezione come quello del Rock The Castle. Le ragazze terribili dell’acciaio britannico vanno sul sicuro e sparano in successione, fra le altre, quello che la gente vuole: “Demolition Boys”, “C’mon Let’s Go”, “Nothing To Lose” e l’apoteosi si raggiunge sul finale, nonostante un suono abbastanza piatto per tutta la durata della loro esibizione, quando omaggiano i cugini Motorhead con “Bomber” e la celeberrima “Emergency”, pezzo delle ‘Schools che venne coverizzato da Lem & Co ai tempi del St. Valentine’s Day Massacre Ep, anno domimi 1981.

E veniamo a una delle band più attese della giornata: i canadesi Exciter di Dan Beehler e Allan Johnson, con Daniel Dekay alla chitarra. La loro “botta” è micidiale, sin dalla prima bordata, nientepopodimeno che “Violence & Force”. Se solo avessero a disposizione più “gas”, come impianto, farebbero crollare la parete sud del Castello Scaligero. Ma, si sa bene come funzionano queste cose, man mano che si sale in scaletta magicamente il sound migliora e si potenzia un po’ tutto. Un vero peccato potersi godere le urla di Dan Beehler, parafrasando, a sole quattro marce al posto delle sei a disposizione per Saxon e Judas Priest, ma così va il mondo e gli Exciter pare non ci facciano molto caso. La loro è un’esibizione animale, fra un “Fuck Yeah” e associazioni plurime di suini a Divinità il buon Dan si sgola e trasuda attitudine da tutti i pori. Un vero gigante dell’HM Mr. Beehler, possente e massiccio a troneggiare sul suo drum kit. La gente vuole “Heavy Metal Maniac”, “Pounding Metal” e “Long Live the Loud” e viene puntualmente accontentata. Estasi pura quando parte “Iron Fist” dei Motorhead a chiudere un concerto di una violenza cruda d’altri tempi, accompagnato da un pogo selvaggio che non faceva prigionieri. Long Live the Loud, Exciter!

Prima della magica accoppiata Saxon/Judas è la volta degli UFO, ossia intrattenimento di classe per circa un’oretta. Quando si hanno in canna gemme del calibro di “Rock Bottom”, “Doctor Doctor”, “Too Hot to Handle”, “Only You can Rock Me” e un impianto che per volere divino si è visibilmente rinvigorito in termini di pulizia e suoni è facile fare presa su di un pubblico che dimostra gradire. Encomiabile la prova di Phil Mogg, classe ’48, che con malizia ed esperienza è riuscito a fare quello che doveva e che poteva, né più né meno.

Quando manca un quarto d’ora alle 20 è il momento degli Stallions Of The Highway dello Yorkshire Saxon. Poco prima si materializza un boato di approvazione nel momento in cui da dietro le quinte parte il preregistrato “We’re Motorhead” con la voce di Lemmy. Forti di un backdrop facente riferimento al loro terzultimo album, “Thunderbolt” del 2018, pare che per loro il tempo si sia fermato. Immagino abbiano per precisa scelta suonato la scaletta stesa appositamente per il Rock The Castle 2020, per problemi di pandemia poi divenuto Rock The Castle 2022. Nessuna menzione viene fatta allo scintillante nuovo loro album “Carpe Diem” e men che meno viene suonato qualche pezzo dallo stesso, probabile protagonista del loro prossimo tour da headliner. Grazie a un suono vigoroso e possente, roba da full gas, la mattanza metallica inizia con “Motorcycle Man” e da lì in poi è uno stillicidio di iperclassici dell’HM: “Motorcycle Man”, “Wheels of Steel”, “Heavy Metal Thunder”, “Strong Arm of the Law”, “Denim and Leather”, “Crusader”, “747 (Strangers in the Night)”. A sorpresa, ma sino a un certo punto, vista la premessa sopra, viene suonata “Thunderbolt” e una chicca quale “Broken Heroes”. In qualità di legittimi e più credibili eredi dei Motorhead i Saxon sparano poi una versione la fulmicotone di “They Played Rock’N’Roll” mentre il finale è ad appannaggio dell’obbligatoria “Princess of the Night”. Band in palla, Biff che pare inossidabile allo scorrere degli anni (canta meglio oggi che non nel 1979, ancora acerbo e nasale, all’epoca) e cori da parte del pubblico ogni piè spinto. Pogo in linea con la loro prova, ossia duro, feroce e violento!

Judas Priest. Ricordavo Rob Halford in quel di Mantova nel 2012: un cantante sul viale del tramonto, sorretto da un impianto voce mostruoso e da echi da paura, la maggior parte del tempo piegato su se stesso per leggere i vari testi. Sempre all’altezza, sia ben chiaro, compatibilmente con la propria età, ma visibilmente al limite. Rock The Castle 2022: dieci anni dopo, Halford con barba bianca e piercing al naso, decisamente più in forma di quello del Palabam. Suoni, come per Saxon, da far tremare i muri e una scaletta mirata hanno permesso al Metal God, grazie anche a effettistiche varie, di sfoderare una prestazione più che dignitosa, senza cali evidenti sino alla fine del gig. Piuttosto asciutto nei confronti del pubblico italiano, Rob si è concentrato sulla prestazione in senso stretto, così come Andy Sneap, il tutto a scapito dello spettacolo. Risultato: meno pogo e meno cori rispetto a quanto fatto con Saxon, da parte del pubblico, ma i Priest 2022 hanno fatto quanto potevano i Priest 2022 e guardare all’indietro probabilmente non ha senso. E fa solo male. Precisato questo, la scaletta ha messo in fila un classico via l’altro, appena dopo la partenza dello show inaugurato da “War Pigs” dei Black Sabbath, non interpretata dalla band ma fatta scorrere per intero. Se le obbligatorie “You’ve Got Another Thing Comin’”, “Turbo Lover”, “Victim of Changes”, “Electric Eye”, “Hell Bent for Leather” (con Rob a cantarla a cavallo dell’Harley Davidson), solo per citarne cinque hanno infiammato la platea qualche rincrescimento vi è stato per non aver potuto godere di “Metal Gods”, “Rapid Fire” e “Desert Plains” ma tutto dalla vita non si può avere e le scelte di una band talvolta prescindono il gusto degli spettatori. Certo, quando al posto dei classiconi di cui sopra vengono inseriti in scaletta brani belli ma privi di quel fascino ancestrale un poco dispiace. E’ innegabile. Plauso anche al contorno, a partire dal set allestito sullo stile dell’interno di una fabbrica degli anni Settanta, non a caso denominata Metal Works, poi i video che scorrevano sullo sfondo e il mega toro gigante gonfiabile apparso sul finale. Ian Hill come al solito, posizionato dietro alla chitarra di destra (guardando dal pit) a fare headbanging per tutta la durata della performance, Scott Travis una macchina da guerra che a un certo punto ha pure preso la parola per lanciare “Painkiller” e infine Richie Faulkner, il solo che ha creato un po’ di spettacolo fra pose plastiche e ammiccamenti al pubblico. Chiusura alle 23.40 dopo l’esecuzione di “Breaking the Law” e “Living After Midnight”.

Priest is Back, lunga vita ai Priest che, per inciso, sono ancora nella dimensione di essere i Judas Priest e non la cover band di se stessi.

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

Domenica 26

Domenica 26 giugno: terza e ultima giornata del Rock the Castle 2022. Giornata dal forte sapore thrash, in tutte le sue forme. Purtroppo, a causa di un imprevisto durante il tragitto che ci porta al Castello Scaligero di Villafranca, riusciamo a entrare poco dopo le 15:00, perdendo completamente l’esibizione dei The Inspector Cluzo. Un vero peccato, ma la sfortuna ha voluto giocare con noi.

Verso le 15:30 entrano in scena gli americani Baroness. La formazione della Georgia si presenta con un bel piglio, pescando a piene mani dal loro repertorio. I Nostri dimostrano di possedere gran classe e sfoggiano una precisione maniacale nell’esecuzione dei pezzi. I Baroness tengono molto bene il palco, sfruttando al meglio l’aggressività di Gina Gleason, bravissima chitarrista dotata di un’ottima presenza scenica. Certo, la calura pomeridiana limita un po’ l’azione del combo americano, così come la reazione del pubblico – in molti hanno preferito seguire la prestazione dei Baroness lungo le mura del Castello Scaligero, unico punto d’ombra fino a quel momento, e non sotto il palco – ma lo show offerto dai Nostri è davvero pregevole. Bel concerto e ottimo inizio di giornata per noi.

 

Alle 16:45 il Rock the Castel viene fatto prigioniero da un’orda di pazzi scatenati che rispondono al nome di Suicidal Tendencies. Il loro show è travolgente sotto ogni punto di vista, a partire da una presenza scenica pazzesca, con dei musicisti che corrono e saltano sullo stage, lanciandosi dalla pedana della batteria, come da tradizione punk-hardcore. Mike Muir è un autentico animale da palco, capace di coinvolgere il pubblico come pochi al mondo, e poi… Poi ci sono le canzoni, autentiche mazzate di ferocia e follia. I Nostri aprono con il classico immortale ‘You Can’t Bring Me Down’, giusto per mettere subito le cose in chiaro. I Suicidal Tendencies puntano soprattutto sui loro primi lavori e realizzano un vero e proprio pestaggio sonoro. Il pubblico risponde alla grandissima, tanto che sotto il palco si scatena una vera bolgia. La formazione americana chiude la propria ora a disposizione con il classico ‘Pledge Your Allegiance’, con Mike Muir che trascina sul palco buona parte del pubblico presente nelle prime fila: l’apocalisse.

Alle ore 18:15 un autentico uragano si abbatte sul Castello Scaligero di Villafranca, spazzando via tutto e tutti. Un uragano che risponde al nome Kreator. La formazione tedesca, capitana dall’inossidabile Mille Petrozza, mette a segno una prestazione spaventosa: i Kreator suonano da paura, con un tiro micidiale e un Petrozza che tiene in pugno il pubblico dalla prima all’ultima nota. La formazione di Essen punta soprattutto sulla sua discografia più recente, da “Violent Revolution” in poi. Il pubblico risponde alla grandissima, con dei circle pit da leggenda, tanto che si sollevano delle nubi di polvere capaci di oscurare il sole. Certo, non possono mancare i classici nella setlist dei Kreator, come l’accoppiata finale ‘Flag of Hate’ e ‘Pleasure to Kill’, due mazzate che suggellano una performance da urlo. Sorprende la scelta di aver lasciato fuori un classico come ‘People of the Lie’, ma l’ora di mazzate che i Kreator ci hanno regalato ci fa tranquillamente soprassedere su tale decisione. Forse i migliori di giornata, sicuramente tra i migliori dell’intero festival.

Salire sul palco dopo i Kreator non è certo cosa facile, e questo fardello tocca ai Mastodon. La compagine americana entra in scena alle 19:45 e punta soprattutto sull’ultimo album, “Hushed and Grim”, uscito sul finire del 2021. La prestazione dei Nostri è di assoluto rilievo, caratterizzata da una grande precisione e pulizia di esecuzione. Dal pubblico si sollevano molti cori inneggianti il nome della band, anche se la risposta dei presenti non può certo essere paragonata a quella che abbiamo vissuto con i Kreator: un momento di respiro era inevitabile. I Mastodon, però, si difendono degnamente e nel finale di show piazzano due colpi tratti dal loro passato più remoto, ‘Mother Puncher’ e il classico ‘Blood and Thunder’, autentico monolite di pesantezza. Altro show da incorniciare in questa terza giornata del Rock the Castle, che sta offrendo un altissimo livello di qualità.

C’era molta curiosità attorno alla prestazione dei Megadeth, viste le disavventure vissute dalla band negli ultimi anni: la malattia di Dave Mustaine e l’uscita di David Ellefson. Beh, il quartetto americano regala una prestazione al fulmicotone, che spazza via ogni dubbio sullo stato di salute della formazione californiana. La performance dei Megadeth è carica di adrenalina, esplosiva, tanto che trascina il pubblico a cantare ogni pezzo, dall’inizio alla fine. I quattro sul palco sono affiatatissimi, si muovono con movimenti sincronizzati e lo show offerto è a dir poco travolgente. I Megadeth suonano da paura, la loro precisione è a dir poco spaventosa. Spicca in particolare la prestazione di Dirk Verbeuren, a tutti gli effetti il degno erede del compianto Gar Samuelson. Certo, le difficoltà di Mustaine al microfono sono evidenti, e in qualche pezzo, tipo ‘Dystopia’, il rosso crinito ha anche dei cali di voce. Forse proprio per questo i Megadeth suonano solo un’ora e quindici minuti, ma poco importa, la prestazione fornita dai quattro è energia allo stato puro. Ottima anche la scaletta, in cui i Nostri propongono dei pezzi che hanno fatto la storia della musica dura: ‘Hangar 18’, ‘Peace Sells’, Symphony of Destruction’ e ‘A Tout Le Monde’, cantata dall’intero Rock the Castle. La risposta del pubblico è impressionante, e quando in ‘A Tout Le Monde’, durante il ritornello, i Megadeth si fermano, facendo cantare solo il pubblico, sorretto dalla batteria di Verbeuren, eh, le emozioni sono fortissime, da pelle d’oca. Tra le tracce proposte sorprende la presenza di ‘Angry Again’, forse inserita per non affaticare troppo le corde vocali di Mustaine. Lo show dei Megadeth si chiude con l’immortale ‘Holy Wars… The Punishment Due’, una pietra miliare di un certo modo di intendere il thrash metal. Sono le 23:00 quando un loquace Mustaine saluta il pubblico, ricordando a tutti l’imminente uscita del nuovo disco, a settembre. Ennesimo show devastante in questa torrida domenica di giugno. Assieme ai Kreator, i Megadeth vanno sicuramente citati tra i migliori di giornata.

Il sipario cala definitivamente sul Rock the Castle 2022 e, come ben sottolineato da Stefano “Steven Rich” Ricetti a inizio articolo, possiamo dire che ormai il festival sia diventato il più importante sul territorio italiano, per quanto riguarda il metallo pesante, ovviamente. Alcuni aspetti toccano l’eccellenza, come la scelta plastic free – che dimostra grande sensibilità sul delicato tema dell’impatto ambientale – altri, invece, possono essere ulteriormente limati, questo per ambire al massimo, per migliorarsi, sempre, in modo da conquistare quella levatura internazionale che a un festival open air italiano manca da un po’. Le tre giornate andate in scena al Castello Scaligero di Villafranca hanno regalato tantissima qualità, portando in Italia nomi che rappresentano la storia, il presente e il futuro della musica dura: Venom, Blind Guardian, Mercyful Fate, Skanners, Saxon, Judas Priest, Baroness, Kreator, Mastodon e Megadeth sono lì a testimoniare quanto appena evidenziato. Un bill davvero ben strutturato, che ha avuto un’ottima risposta dal pubblico, in particolare il sabato, la giornata con maggiore affluenza.

Dal Rock the Castle 2022 è tutto. Non rimane che attendere l’edizione 2023, per entrare al Castello Scaligero di Villafranca e poter sollevare nuovamente le corna al cielo. Metal will never die!

Marco “Into Eternity” Donè

 

Photo report : Mercyful Fate@ Rock the Castle day1 2022
Blind Guardian@Rock the Castle 2022
venom@rock the castle 2022
Death SS @ Rock the Castle 2022
Sadist @ Rock the castle 2022