Live Report: Steel Panther + Bad Bones a Milano

Di Carlo Passa - 6 Marzo 2014 - 15:06
Live Report: Steel Panther + Bad Bones a Milano

Calano sull’Italia quei parrucconi degli Steel Panther, veri cloni delle hair metal band della seconda parte degli anni ottanta. A supportarli sono i nostrani Bad Bones, il cui terzo album (Snakes and Bones) risale ormai a più di un anno fa e pare reggere bene la prova del tempo.
Insomma, un piatto ricco e decisamente attraente per i rocker, specialmente quelli che hanno consumato i dischi storici di band come Poison, (primi) Cinderella e Mötley Crüe.

 

Quando i cuneesi Bad Bones salgono sul palco laterale del locale, l’Alcatraz sta ancora riempiendosi. Come suo uso, la band non si risparmia e travolge i presenti con una notevole carica live. Particolarmente sugli scudi è Max Bone, corpulento cantante dalla voce in vero più metal che hard rock. Lo show scorre piacevolmente e il pubblico non manca di apprezzare la prestazione del gruppo. La forza d’urto della band riesce a supplire suoni ancora da equalizzare al meglio. Tecnicamente, la band fa il proprio dovere, evitando di stravolgere una formula semplice che deve rimanere tale. Notevoli, sopra tutte, le esecuzioni di Ghost Town Blues (vero intreccio di genere “sporchi”), della ottima Poser e della conclusiva Bad Bone Boogie, che conduce ai meritati applausi per il gruppo, mentre lascia il palco.

 

Passerà circa una mezz’ora tra la fine dello show dei Bad Bones e l’inizio di quello degli Steel Panther, un arco sufficiente a farsi un giro tra il pubblico, alla ricerca di quei colori sgargianti che definirono l’hair metal dei tempi d’oro. Incoccio in qualche simpatica parrucca e, soprattutto, in una serie di reincarnazioni al limite del filologico della mitica figura della groupie losangelina da Sunset Strip. Beh, davvero si può dire: se non ora, quando?

E mancano cinque minuti alle nove, quando si spengono le luci e la sala si riempie del riffone di The Number of the Beast, che fa da aprirpista alla salita degli Steel Panther sulle assi del palco. La band apre con Eyes of a Panther: ed è subito party. L’Alcatraz non ci mette molto a scaldarsi, grazie alla straordinaria carica musicale e visuale trasmessa dal gruppo. Tomorrow Night, Asian Hooker e Just Like Tiger Woods sono eseguite perfettamente, senza per questo lesinare sul feeling e l’interazione, totale, con il pubblico.

I quattro sono perfettamente calati nei propri personaggi: Michael Starr fa il Vince Neil della situazione, ossessionato dal sesso anche più di Satchel, chitarrista sopraffino e vero intrattenitore di folle. Se Stix Zadinia impera sulle pelli, il mio panterone preferito è certamente il bassista Lexxi Foxxx (ben tre ‘x’) che, ostentando un atteggiamento quasi snob, non smette un istante di recitare il ruolo di glamster androgino innamorato di se stesso. Il solo guardarlo è un divertimento.

Tra battute a “raffinatissimo” carattere sessuale e dichiarazioni d’amore per l’heavy metal (forse un po’ troppe per essere vere), ecco arrivare anche l’immancabile assolo di Satchel, eccezionale nell’imitare le tecniche che spopolavano quasi trent’anni fa. Sicuramente, il chitarrista è dotato di capacità tecniche ben superiori a quelle manifestate nella serata milanese, capacità volutamente secondarizzate ma percepibili tra le pieghe dei suoi assolo, sempre di ottima qualità e molto musicali.

L’hair solo di Lexxi Foxxx (praticamente la celebrazione definitiva della parrucca) precede l’esecuzione di due pezzi inediti, che saranno contenuti nel nuovo album della band, All You Can Eat, in uscita ad inizio Aprile: Gloryhole e il singolo The Burden of Being Wonderful, spinto da un video spassosissimo. I pezzi sono splendidi nella propria semplicità: e, si sa, far bene le cose semplici è cosa difficile.

A questo punto, è il delirio. La band invita una, due, dieci, quindici ragazze del pubblico a salire sul palco. Tra la timidezza di alcune e la sfrontatezza di altre, si celebra il rito pagano degli Steel Panther, fatto di donne-oggetto e sesso spinto, il tutto condito da una grossa dose d’ironia. Arrivano, dunque, al momento giusto Gold Digging Whore e It Won’t Suck Itself (che testo!), mentre il pubblico oscilla tra guardare la band e piantare gli occhi sull’ennesima maglietta che si alza. Un pandemonio che prelude a Death To All But Metal, inno grandioso che conclude il concerto prima degli encore.

Passano pochi minuti e Michael Starr torna sul palco avvinghiato in una di quelle magliette a rete che pensavo non producessero più (e che, va detto, gli sta benone). Accenna il primo verso di Community Property, l’immancabile power ballad: e l’Alcatraz lo segue, lo sostituisce e si fa tutt’uno con la band. Arriveranno poi 17 Girls in a Row e Party All Day (Fuck All Night), ovvero la Livin’ On A Prayer contemporanea, tanto simile al modello quanto magicamente in grado di staccarsene, sino ad acquisire una propria dignità d’essere. Il pubblico salta, canta, urla il ritornello, fa headbanging e vorrebbe non lasciare mai andare la band, che invece, dopo un’ora e trentacinque minuti di puro divertimento, saluta Milano nel tripudio generale.

Lo sappiamo anche troppo bene: mala tempora currunt. La colorata spensieratezza che fu tratto caratterizzante degli anni ottanta non è certo la cifra dell’Italia del 2014. Sono questi i tempi dell’Oscar a La Grande Bellezza, che celebra l’impero alla fine della decadenza, mentre la metropolitana milanese, chiusa per l’ennesimo sciopero, questa sera non scorterà a casa i soliti gruppi sudati di metallari reduci da un concerto. Ma gli Steel Panther ci hanno regalato una serata di vera spensieratezza, che dagli anni novanta in poi qualche illuminato intellettuale definirebbe politicamente scorretta. Che ci siano o ci facciano non importa: ciò che conta è il risultato. E stasera, uscendo dall’Alcatraz, Via Valtellina mi sembrava il Sunset Strip. Può bastare.

Setlist:
Intro: The Number of the Beast
Eyes of a Panther
Tomorrow Night
Asian Hooker
Just Like Tiger Woods
Party Like Tomorrow Is the End of the World
Let Me Cum In
Guitar Solo
Turn Out the Lights
Hair Solo
Gloryhole
The Burden of Being Wonderful
Gold Digging Whore
It Won’t Suck Itself
Death to All but Metal

Encore:
Community Property
17 Girls in a Row
Party All Day (Fuck All Night)