Recensione: 1000 Hands: Chapter One

Di Roberto Gelmi - 24 Febbraio 2020 - 14:30
1000 Hands: Chapter One
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno:2019
Nazione:
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85

Now, now that I know
You are with me all the way
Every day

To know that fear vanishes clear
As the sun and sky at night
To be the light

 

A quasi un anno dalla sua uscita, e più di 40 dal primo album solista, l’ultimo disco di Jon Anderson (attualmente membro con gli Yes Featuring Jon Anderson, Trevor Rabin e Rick Wakeman) mantiene immutata la sua potenza attrattiva e la vitalità che innerva la sua musica. Il plurisettantenne ex voce storica degli Yes regala ai fan un album che potremmo definire un’enciclopedia di stili musicali, con un cast di ospiti che da solo occupa una decina di righe nel booklet. Basti ricordare: Alan White, Carmine Appice, il compianto Chris Squire, Jerry Goodman, Ian Anderson, Chick Corea, Steve Morse e Steve Howe.
La voce di Anderson è unica, riconoscibile, accogliente, solare; nei Seventies si proponeva come il contraltare al falsetto di Geddy Lee e le ugole più nasali di Peter Gabriel (Genesis) e Derek Shulman (Gentle Giant). La sua spiccata vena melodica sta a pennello sia a ballad come “Soon” o in pezzi più tirati come “Starship trooper”.

I 50 minuti divisi in 11 canzoni iniziano con un intro intimista dal titolo ipersemplificato. Segue il divertito avvio dell’orientaleggiante “Ramalama”, brano che cresce pian piano e nel finale richiama nelle linee di basso i migliori Yes. Un assaggio di quanto possa essere ampio lo spettro sonoro abbracciato dalla Weltanschauung di Anderson. S’inizia a fare sul serio con “First Born Leaders”, brano che dire sfaccettato sarebbe riduttivo: primi secondi dall’atmosfera innica (e quasi gospel), poi si raggiunge un’improvvisa catarsi all’inizio del secondo minuto con uno stacco su lidi hawaiani! Jon può permettersi questo e altro, il risultato è un sound poliedrico e dal loisir assicurato per l’ascoltatore. Ci sarebbe stato bene un cameo di Roine Stolt alla chitarra, ma gli ospiti sono già infiniti, sarebbe stato eccessivo. Non mancano ripieni di tromba e strumenti pizzicati, oltre a parti di sax e synth di organo. Ascoltata a volume confacente “First Born Leaders” si dimostra uno dei pezzi migliori di 1000 Hands, da riascoltare ad libitum.

In quarta posizione troviamo la song più lunga in scaletta. “Activate” s’avvia in pianissimo, con parti di chitarra acustica e flauto traverso. Momenti bucolici da brividi, la voce di Anderson si sposa magnificamente all’atmosfera fatata, così come le note di violino. Nella seconda parte la composizione si evolve in schiarite più ambiziose, il refrain melodico resta lo stesso, ma il sound prende potenza e guadagna in coinvolgimento, senza dimenticare una certa vena lisergica.
Dopo il divertissement “Make Me Happy” (hit scanzonata con ottoni e contrabbasso) e l’intermezzo “Now Variations” (in pratica l’intro del disco rivisitato con parti di archi) è la volta dell’onirica “I Found Myself”, vellutata dichiarazione d’intenti: Jon Anderson è anche questo, ritmi dilatati, basso fretless e sentimento oceanico dell’essere. Ancora violino nei momenti iniziali di “Twice In A Lifetime”, ma anche linee di fisarmonica e nel prosieguo una melodia magnetica di clavicembalo: può bastare per una canzone riuscita? Ebbene sì, la voce di Anderson amalgama il tutto in una perfetta alchimia di emozioni e sentimento.
Gli ultimi tre pezzi abbracciano circa un quarto d’ora di musica. “WDMCF” si apre con testi bizzarri (Manama tip pop pop) e si rivela un pezzo quasi dance, solare e per niente prog. La title track (altro brano da otto nimuti) come niente fosse propone subito dopo atmosfere jazz e raffinate, con pianoforte contrabbasso ma anche basso elettrico in slap e violino. Il finale è pirotecnico e poetico, insomma un’altra perla in tracklist. Da ultimo segue un outro, “Now And Again”, come ulteriore variazione all’incipit pluricitato.

1000 Hands è un lavoro corale, che celebra la voce accessibile per eccellenza, quella di un artista che ha portato al successo gli Yes e ha collaborato con nomi come Vangelis, Jean-Luc Ponty, Mike Oldfield, King Crimson e Tangerine Dream. Ascoltare questo disco equivale ad affrontare un viaggio sempre affascinante, guidati da un maestro che ha saputo convincere una platea intergenerazionale. Finché saprà proporre musica di questo livello ben venga la prolificità di Jon Anderson.

 

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