Recensione: 2026

I Riket, realtà che naviga nell’underground svedese, ovviamente anch’esso nutrito da progetti dal rilevante contenuto tecnico/artistico, esistono dal 2016 grazie alla volontà di Johan “Flid” Fridell, all’epoca aka Nephente.
Il full-length d’esordio, intitolato semplicemente “2026“, però, arriva solo adesso dopo dieci anni di tempo, durante i quali la formazione è stata più volte rimaneggiata ruotando attorno al ruolo di mastermind assunto da Fridell. Ora che le acque paiono essersi calmate, è il momento di passare all’attacco con una sorta di melodic death metal piuttosto robusto e potente. Sorta, poiché, al contrario di quello che i potrebbe pensare, l’album non ha nulla a che fare con lo swedish death metal.
Una scelta che fa onore ai Nostri, alla ricerca, quindi, di una formula valida per mantenere intatti i contenuti melodici seguendo solo e soltanto il proprio istinto compositivo. Il quale si traduce in otto song più una cover, ciascuna delle quali narrante una calamità avvenuta nel lontano passato. Peccato che la lingua utilizzata sia quella madre e non l’inglese, rendendo così complicato il discernimento dei testi.
A tal proposito, Fridell si rivela essere un vero condottiero, con la sua formidabile interpretazione vocale, foriera di un possente e roco growling la cui elaborazione presenta tutti i crismi della professionalità. Seppure siano assenti le clean vocals, anche così si possono riconoscere con facilità strofe, ponti, ritornelli, ecc. Il che, a onor del vero, non capita tutti i giorni.
La suddetta professionalità, e anche in questo caso non c’erano dubbi in partenza, agisce trasversalmente il resto della compagni nordeuropea. Se Micke André (basso) e Felix Wahlund (batteria) svolgono molto bene il loro compito senza tuttavia andare oltre i dettami classici del genere, la coppia di chitarristi rispetta la tradizione scandinava proponendo una prestazione impeccabile sia nella fase ritmica, sia in quella solista. I riff sono eseguiti in maniera irreprensibile, strizzando l’occhiolino alla matrice thrash per risultare il più possibile rocciosi. Obiettivo che si può dire centrato in pieno. La pulizia del riffing è di conseguenza totale, potendo facilmente distinguere ogni singolo accordo, ogni singolo fiotto di note dorate che salgono su in alto, a sfiorare le stelle.
In tal modo, il combo di Stoccolma riesce a dar vita a uno stile del tutto personale, riconoscibile fra tanti altri soprattutto in occasioni di canzoni meno adese ai canoni dell’ortodossia metallica della foggia musica di cui si tratta. Come accade per esempio nella riottosa “1965 – Hoghus Och Kultur“, il cui refrain sfocia in maniera perfetta in un’elegante sequenza di riff heavy che trascinerebbero pure un elefante.
Entrando nel contenuto artistico delle altre tracce si può constatare una buona padronanza del songwriting, anch’esso allineato al concetto di maturità artistica benché il platter sia il primo, si spera, di una lunga serie. Tutto è ordinato, curato, semplificato ove possibile per consentire agli ascoltatori di assorbire appieno lo spirito dell’LP. Il quale mostra un umore a volte triste (“1937 – Lagor Vid Portarna“), a volte impetuoso (“1885 – Dodsdansen (I Manskensnatten)“), a volte rabbioso ((“1897 – Mot Polten“), in cui compare l’energia distruttiva dei blast-beats, sic!). E infine mortifero, grazie all’alone di mestizia che avvolge la cover di Stefan Sundström, cantautore nonché troubadour (poeta-compositore medievale (XII-XIII secolo)) molto noto in Patria.
Ebbene, questa varietà di sfumature del mood non fanno altro che aumentare la longevità del CD. Anzi, maggiori sono i passaggi, maggiore e la voglia di ricominciare daccapo. Il che non è, di nuovo, cosa da poco. Un’impresa che pertanto non può che inorgoglire i Riket, già posizionati su alti livelli tecnico/artistici sin dal primo passo. E così, il cerchio che descrive a parole “2026” si può dire sia concluso.
Daniele “dani66” D’Adamo
